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Fuori dal sottosviluppo politico

Gruppo di studio interterritoriale Forum 2043 - 7 novembre 2022

 

A cura del Gruppo interterritoriale Forum 2043 - Pubblicato il 7 novembre 2022

Abbiamo la presunzione di poter testimoniare e trasmettere speranza, con il nostro storico autonomismo che oggi si sta evolvendo in un avanzato decentralismo internazionale.

Siamo forti delle nostre radici, quelle di antiche aspirazioni all’autogoverno che risalgono a ben prima delle drammatiche e spesso sanguinose vicende della formazione degli stati unitari e degli imperi coloniali.

Per questo lavoriamo insieme, qui e ora, in questo Forum 2043, con coraggio, competenza, generosità, realismo, pragmatismo, per essere levatrici e formatori di una nuova generazione di leader locali capaci, ancorati a solidi valori civici e ambientalisti.

C’è tuttavia da liberarsi di molta zavorra.

Di una parte dei pesi morti è facile alleggerirsi, perché si tratta di persone e gruppetti tanto ignoranti quanto presuntuosi: i presidenti di se stessi; i turisti della politica; le piccole sigle che non sono mai uscite dal salotto di casa dei loro fondatori; gli autonomisti tanto narcisi quanto inconcludenti; i sé dicenti identitari che s’inventano tradizioni; gli indipendentisti che si proclamano liberatori dei loro territori dalle pagine delle reti sociali; quelli che, per debolezza personale e culturale, scivolano nell’estremismo verbale, togliendo credibilità alle nostre aspirazioni localiste, territorialiste, autonomiste, federaliste e confederaliste.

Già più difficile è convincere tante persone, spesso serie, competenti, punti di riferimento nelle loro comunità, sinceramente appassionate di autogoverno e buongoverno, disposte a studiare e a impegnarsi, a non fare l’errore di entrare in partiti, o addirittura fondarne di nuovi, con una struttura statale, centrale, verticale. La recente esperienza dell’eterogenesi dei fini occorsa nella piramide opaca dei Cinque Stelle dovrebbe essere servita abbondamente da lezione, a questo proposito.

La tentazione del centralismo dilaga, peraltro, in tutti i partiti italiani, vecchi, nuovi, nuovissimi. Il fenomeno è aggravato dal fatto che i media statali danno voce a pochissimi leader, spesso non più di uno per movimento politico. Questi capi esercitano un potere che un tempo, negli antichi partiti popolari, sarebbe stato stigmatizzato come fascistoide, mentre oggi è totalmente sdoganato.

L’esempio più eclatante e più vergognoso di questa politica verticistica e autoreferenziale sono le nomine di candidati alla Camera, al Senato, alle cariche di sindaco o di presidente di regione. Tali designazioni annunciate dall’alto, spesso a seguito di vertici di spartizione fra pochissimi capi partito, sono uno dei segni più evidenti della crisi della democrazia. Che un elettorato liquido – più disperato che convinto, e sempre meno numeroso, peraltro – di volta in volta voti per l’uno o per l’altro di questi nominati dall’alto, è solo la triste conferma dello stato disastroso in cui versano le nostre istituzioni, minate dal centralismo autoritario.

Infine, dobbiamo uscire insieme da un ancora più pericoloso sottosviluppo politico, che è conseguenza diretta del colonialismo interno.

Il colonialismo interno distrugge e spopola; le persone brillanti e competenti fuggono dalle periferie e dai territori più lontani, verso le capitali; la qualità delle classi dirigenti locali degrada. Spezzare questo circolo vizioso di impoverimento, spopolamento, sottosviluppo economico, sociale e infine politico, è una sfida da far tremare i polsi.

I resistenti locali devono essere coscienti che i fallimenti individuali sono inevitabili, ma che l’impresa collettiva è e resterà meritoria. La differenza la possono fare solo coloro che si rialzano, si correggono, si fanno aiutare, sanno passare la mano ad altri a cui hanno aperto la strada. Non quindi i leader soli al comando, non i capetti di piccole sigle, non i gruppi che sono subalterni alle agende centraliste (non importa se di sinistra, centro o destra), imposte dal conformismo mediatico o dal pensiero unico globalista.

Non bastano banchini e manifestazioni, che finiscono per essere passerelle compensative del consenso che non si è raggiunto fra le persone, nelle comunità, nelle urne. Consenso che a volte ci sarebbe, se solo si fosse capaci di presentarsi meno settari e meno autoreferenziali.

Non basta essere blasonate sigle della storia autonomista, per evitare il rischio di presentarsi come dei napoleoni, che presentano progetti sconsideratamente ambiziosi, di portata retorica inversamente proporzionale alla forza popolare che si è riusciti a rappresentare e organizzare.

Nemmeno è sufficiente essere arrivati a occupare postazioni istituzionali. Non pochi amministratori che ancora oggi, dopo decenni che sono in politica, si dicono autonomisti, infatti, non essendo riusciti a risolvere i problemi dei propri territori, hanno finito per accontentarsi di risolvere i propri problemi personali, occupando cariche e costruendo clientele, approfittando del fatto che ovunque sono sempre più in crisi la rotazione delle cariche, il controllo dell’opinione pubblica, la selezione dal basso di nuovi leader.

Per la soluzione dei problemi di qualità, competenza e moralità del personale politico e amministrativo nel nostro campo decentralista non ci sono scorciatoie moralistiche, tanto meno soluzioni populiste e lideristiche. Ci si deve piuttosto impegnare per leggi elettorali giuste, che consentano la scelta dei propri leader locali, sottoponendoli a ferrei controlli preventivi e successivi, oltre che a una limitazione dei loro possibili mandati.

Dal nanismo politico che ha afflitto il nostro mondo autonomista negli ultimi decenni si esce solo attraverso un umile, severo, paziente, consapevole processo di formazione di una nuova generazione di vocazioni a un serio impegno politico e amministrativo, supportate da un ampio consenso popolare.

C’è una sola strada verso l’indipendenza, in politica come nella vita, quella che passa attraverso la capacità di dimostrarsi giorno per giorno, a passettini talvolta quasi impercettibili - sapendo che ci saranno fallimenti, ricadute, passi falsi, passi indietro - sempre meno dipendenti dagli altri, da chi sta in alto, da chi sta altrove.

Non ci sono scorciatoie per riprendere ad accumulare e a trattenere sul proprio territorio, competenze e risorse: la strada verso l’autogoverno e il buongoverno si percorre solo se attrezzati di un resistente riformismo, recuperando una competenza alla volta, dimostrando buongoverno a partire da quel che ci lasciano autogovernare, non importa quanto poco sia.

Le prossime generazioni, nel 2043, quando celebreremo i cento anni della Carta di Chivasso, staranno ricostruendo paesi nuovi, a misura di persona umana e rispettosi dell’ambiente? Oppure i sopravvissuti, se ce ne saranno, vagheranno senza speranza fra le rovine di questo mondo malato?

Dipenderà un po’ anche da noi, oltre che dalla Provvidenza. A noi tocca la fatica di una generosità determinata a lasciare alle generazioni future istituzioni locali più solide e amministrazioni più competenti. Questo è il nostro compito, qui e ora, nel cantiere di una migliore Repubblica delle Autonomie personali, sociali, territoriali per tutti gli Italiani; nella costruzione di una diversa Europa delle regioni, dei territori, dei popoli; nell’impegno per un mondo migliore dove sia possibile l’autogoverno di tutti dappertutto.

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