Green Pass, una proposta controversa


Le 10 forze sorelle di AeA pubblicano un documento aperto, una richiesta di discussione e di riflessione critica su temi che a livello europeo e statale sono molto banalizzati, lasciando spazio a esibizioni mediatiche e torsioni centraliste e autoritarie.

Udine, 23 aprile 2021

Alle forze territoriali alleate, candidate e in dialogo con AeA
A tutte le forze EFA

Covid-19 Digital Green Certificate:
Un provvedimento controverso
Richiesta di discussione

Introduzione

Nel marzo 2021 la Commissione ha proposto l’istituzione di un certificato europeo contenente informazioni personali relative al Covid-19: vaccinazione, test e guarigione. Il certificato è chiamato “Digital Green Certificate” ed è noto anche come Green Pass o, più trivialmente, come passaporto vaccinale.

Il 25 marzo 2021, il Parlamento Europeo ha approvato una procedura accelerata per la sua eventuale adozione (Rule 163), con 468 voti a favore, 203 contrari, 16 astensioni.

Il 6 aprile 2021, due organismi europei compenti sulla protezione della riservatezza, lo “European Data Protection Board” (EDPB) e lo “European Data Protection Supervisor” (EDPS) hanno pubblicato un parere congiunto nel quale invitano i legislatori europei a mitigare i rischi che tale strumento porrebbe ai diritti umani fondamentali, fra i quali il suo possibile uso per fini diversi da quelli della sicurezza sanitaria dei viaggiatori e possibili dirette o indirette discriminazioni, nel rispetto dei principi del principale regolamento europeo in materia, il “General Data Protection Regulation” (GDPR).

E’ utile ricordare che la Commissione si è attivata in attuazione degli artt. 21 e 77 del Trattato di funzionamento della UE (TFUE), relativi alla libera circolazione dei cittadini europei ed extraeuropei, peraltro trascurando che la pandemia è un problema di “sicurezza in materia di sanità pubblica” (art. 4, par. 2, lettera k del TFUE), quindi, indubitalmente, una materia in cui la competenza è concorrente.

Gli stati membri e le autorità locali substatali sono da considerarsi pienamente legittimate ad adottare, di fronte all’emergenza sanitaria, restrizioni ai viaggi per limitare la diffusione del Covid-19, come già accade per altre malattie.

Domande

1) Sappiamo abbastanza riguardo all’immunità da Covid-19? Non ci sono dati o evidenze consolidate, né per le persone che sono negative ai tamponi, né per quelle positive ma non malate, né per quelle che sono guarite, né per le persone che sono state vaccinate. Nessuna di queste categorie è al momento esente dal rischio di essere portatrice sana della malattia. Il documento europeo proposto è quindi privo di solide basi scientifiche e altamente controverso. La fretta con cui lo si vorrebbe istituire ci pare quindi avventata.

2) Il certificato proposto potrebbe essere usato per qualcosa di diverso dalla facilitazione degli spostamenti? Corriamo il rischio che un tale passaporto vaccinale, una volta istituito e consegnato a coloro hanno voluto e potuto (cosa non certo scontata) vaccinarsi, possa diventare discriminatorio rispetto ad altro che il viaggio? Possiamo accettare di schedare la popolazione rispetto all’assunzione di tali farmaci? Non è rischioso un registro centralizzato europeo? Una volta digitalizzate informazioni così sensibili, chi le custodirà e per quanto tempo?

3) E’ veramente urgente e utile in questo momento? I problemi di un tale certificato europeo sono nei dettagli, più ancora che nella sua definizione generale. A chi sarebbe affidata la definizione dei dettagli? Si possono avere opinioni diverse (e anche molto discordanti) sulla politica centralizzata europea in materia di vaccini, ma di sicuro essa è stata fallimentare. Visti gli errori commessi riguardo a tempistica, logistica, costi, clausole di salvaguardia legale, è legittimo nutrire forti dubbi sull’adozione frettolosa di un provvedimento europeo in una materia così delicata.

Controproposta

Chiediamo ai legislatori europei di fermarsi e di non adottare un passaporto così controverso. Rispetto al bisogno diffuso di tornare a spostarsi in sicurezza, il Green Pass rischia di essere una scorciatoia molto mediatica, ma di difficile realizzazione, con inevitabili contraccolpi negativi.

Raccomandiamo, invece, attraverso una agile consultazione allargata a tutte le autorità statali e substatali della Unione Europea, del Regno Unito, della Confederazione Elvetica, dei paesi dell’area Schengen, la condivisione di protocolli minimi comuni di sicurezza sanitaria per chi viaggia. Un test standard all’inizio e alla fine di un viaggio, per esempio, sarebbe utile a chi viaggia non solo tra gli stati, ma anche tra i diversi territori, senza gravare sui cittadini con nuovi adempimenti e costi burocratici.

Inoltre, e in conclusione, chiediamo una seria discussione, finora incredibilmente mancata, in materia di sospensione dei brevetti, cioè di licenze obbligatorie alla produzione pubblica e locale dei nuovi farmaci sperimentali che sono stati autorizzati per uso compassionevole per fronteggiare la pandemia.

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