Per esempio il Sudtirolo
Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Piercesare Moreni (associato Autonomie e Ambiente del Trentino)
ll modello sudtirolese: una ispirazione mancata
La guerra in Ucraina pare volgere al termine. Malamente, verrebbe da dire, con la discesa in campo di Trump e l'inconsistenza europea. Ma quali sono state le ragioni che hanno portato al conflitto? Chi aveva ragione e chi aveva torto? A domande complesse non esistono risposte semplici. Ma proviamo a procedere per gradi.
Senza poter approfondire qui le cause ancora più remote dell'inimicizia, possiamo partire dalla guerra del Donbass: popolazione russofona sottomessa anche con la violenza dallo stato ucraino. Il conflitto ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando dei manifestanti armati occuparono alcuni palazzi governativi nell' Ucraina orientale. Queste manifestazioni facevano parte di alcuni più ampi moti di protesta che si svilupparono in seguito all'annessione alla Federazione Russa della Crimea.
I secessionisti, volendo emulare quanto accaduto in Crimea dopo l'intervento militare russo nella penisola, chiesero l'indizione di un referendum per l'indipendenza, che fu negato dal governo ucraino. Il referendum, che fu ugualmente svolto l'11 maggio 2014 nelle aree controllate dai secessionisti, non fu riconosciuto e non fu verificato da alcuna organizzazione internazionale.
La situazione esplose nelle proteste dell'Euromaidan nel 2014, e l'instaurazione di un governo guidato da Petro Porošenko a seguito di nuove elezioni. Ne seguì un'ondata iconoclasta: similmente a quanto avvenne nei paesi baltici in seguito al crollo dell'Unione Sovietica. I manifestanti anti-Russia abbatterono le statue risalenti all'epoca sovietica, le amministrazioni cambiarono il nome dei luoghi pubblici che evocavano il passato sovietico e li sostituirono con i nomi degli esponenti ucraini che avevano collaborato coi tedeschi durante la seconda guerra mondiale. In particolare furono abbattute le statue di Lenin, che vennero sostituite con quelle dedicate a Stepan Bandera, nazionalista ucraino ma anche collaborazionista con la Germania nazista.
Anche la data della festa nazionale venne modificata: non più il 9 maggio, che per i Russi è la Giornata della vittoria, ma il 24 agosto, la Giornata dell'indipendenza ucraina dall'URSS. Tutto ciò non ebbe invece luogo in Ucraina orientale dove, anzi, qualsiasi tentativo in tal senso venne fortemente osteggiato dalla popolazione.
La situazione fu percepita dalla comunità russa come sempre più difficile anche a seguito della revoca delle autonomie che erano state concesse dai governi precedenti. Dopo la rivolta dell'Euromaidan, le regioni orientali insorsero contro il nuovo corso politico di Kyiv, ufficialmente per il timore della repressione linguistica del russo, anche se la legge emanata nel 2012 che permetteva alle amministrazioni regionali e municipali di scegliere il russo come lingua ufficiale rimase in vigore fino al 2016.
Quello che è successo negli anni successivi è tragica cronaca.
Riflettendo sulle vicende delle regioni russe che si sono scontrate con il governo centrale ucraino, non mi è stato possibile non riandare con la memoria alla questione sudtirolese e come, tra mille errori, sia stata ricomposta.
Al termine della tragica Grande Guerra il nazionalismo italiano, poi pienamente realizzato dal regime fascista, impose la lingua italiana, vietò l'uso della lingua tedesca e cercò di popolare di italiani il Sudtirolo. Non solo: venne abolita l'autonomia comunale, si procedette all'italianizzazione dei nomi di luoghi e cognomi, si proibí l'insegnamento in lingua tedesca, si decise il licenziamento dei dipendenti pubblici di madrelingua tedesca... E molte altre sciagurate azioni ancora.
Al termine del secondo conflitto mondiale, la realpolitik tradí le aspirazioni sudtirolesi di plebiscito per scegliere in quale nazione vivere - non dimentichiamo che la presenza russa a Vienna durò sino al 1956 - costringendoli a rimanere in Italia.
Ne seguirono trattative, ma anche tensioni, fino alla cosiddetta stagione delle bombe, gli attentati che costrinsero la Repubblica Italiana ad ad avviare un percorso di riconoscimento dell'autonomia speciale al Sudtirolo, e coerentemente anche al Trentino, la cui storia è strettamente connessa con quella tirolese.
Tali provvedimenti prevederono l'autonomia legislativa e amministrativa, l'autonomia finanziaria, la tutela delle minoranze linguistiche, le quote proporzionali per l'accesso agli impieghi pubblici: un modello di autogoverno che, con il tempo, con grande fatica, con il coraggio dei compromessi, è riuscito a riconciliare l'identità locale con l'appartenenza allo stato italiano e, coerentemente, alla realtà europea, che ha fatto scomparire la frontiera Italia-Austria.
Oggi, alle porte di casa, abbiamo faglie etniche e problemi di autogoverno territoriale, che in alcuni casi sono vere e proprie bombe ad orologeria: Transinstria in Moldavia, nei Balcani la Bosnia Erzegovina e molte altre realtà meno note, il Kossovo, il Caucaso con i conflitti tra Armenia e Arzeibaigian che hanno distrutto l'Artzach. Ma quante altre ne dovremmo ricordare!
I morti, i feriti, i lutti, le distruzioni provocate dalla guerra russo-ucraina sono spaventose.
Alcune stime, infine, indicano il costo mensile della guerra russo-ucraina in 25 miliardi di dollari. 25 miliardi di dollari AL MESE! Senza contare i morti, i lutti, le distruzioni. Forse aver tratto ispirazione dal modello autonomista sudtirolese sarebbe costato molto meno... O no?
Coloro che non credono nell'autogoverno dei territori, ci stanno portando verso una tragedia, o quanto meno verso la povertà.
Trento, 26 marzo 2025
Fonte dell'immagine di corredo al post: https://it.wikipedia.org/wiki/Südtirolhttps://it.wikipedia.org/wiki/Südtirol