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Acquaviva, la sociologia dalla parte dei popoli

Alberto Schiatti (Centro Studi Dialogo) - Vedano al Lambro, 5 settembre 2026, San Lorenzo Giustiniani

Poco più di un decennio è passato dalla scomparsa del sociologo padovano Sabino Acquaviva (1927-2015). Un grande professore veneto che ha scritto pagine importanti per tutta l'Europa e oltre. Il suo ultimo volume pubblicato è "Le radici del futuro: L'Europa dei popoli, il rifiuto degli Stati nazionali" (Roma, Castelvecchi, 2014), un testo che ha avuto una grande risonanza nel mondo degli euroregionalisti che si ispirano ai valori della Carta di Chivasso, ma il suo pensiero e la sua azione a favore dei popoli e dei territori sono ben più risalenti, come ci spiega Alberto Schiatti (Centro Studi Dialogo) in questo suo prezioso intervento sul nostro Forum 2043.

 

Sabino Acquaviva, la sociologia dalla parte dei popoli

 

Dalla Corsica al Veneto: identità, lingue e autonomia nel percorso di uno studioso controcorrente

Una lingua può scomparire anche senza essere vietata: quando non serve più a studiare, lavorare o immaginare il proprio futuro, si spezza il legame fra una comunità e la sua memoria. È una delle questioni decisive sollevate da “La Corsica. Storia di un genocidio”, il volume di Sabino Acquaviva uscito nel 1982 e riproposto in edizione digitale dal Centro Studi Dialogo nel 2026, dopo che la stessa associazione ne aveva curato una versione cartacea nel 2021. Rimetterlo in circolazione significa anche riscoprire un intellettuale che interrogò la modernità dal punto di vista di ciò che essa rischia di cancellare. [1]


Capire il cambiamento, senza considerarlo un destino

Nato a Padova nel 1927 e scomparso nel 2015, Acquaviva insegnò a Trento e poi nell’ateneo patavino, dove fu preside di Scienze politiche nel 1977-1978. La notorietà internazionale arrivò con “L’eclissi del sacro nella civiltà industriale”, pubblicato nel 1961: un’opera centrale nel dibattito sulla secolarizzazione, cioè sulla trasformazione del posto occupato dalla religione nella società moderna. [2]

Sarebbe però riduttivo presentarlo come il teorico di una semplice e definitiva “scomparsa di Dio”. Come mostra Roberto Cipriani, Acquaviva tornò sulle proprie tesi, precisandole e discutendole: l’eclissi poteva indicare un occultamento del sacro, non necessariamente la sua fine. Il suo metodo intrecciava storia, psicologia, statistica e ricerca sociale; le ipotesi generali si misuravano con dati, indagini e comparazioni. Una sociologia aperta, capace di attraversare le discipline e di rimettere in discussione le proprie conclusioni. [3]

Da qui si può leggere un filo conduttore fra interessi apparentemente lontani: la religione, le appartenenze collettive, le culture territoriali. È una chiave interpretativa del suo percorso, non una formula coniata dall’autore: capire che cosa accade agli esseri umani quando cambiano, o vengono meno, i riferimenti attraverso cui danno senso alla propria esistenza.

La Corsica: lingua, economia e coscienza di sé

Il libro sulla Corsica rende esplicito il passaggio dalla conoscenza all’impegno. Nell’introduzione Acquaviva scrive: «Questo è un libro di parte». Non nasconde la solidarietà con la causa corsa e dichiara di selezionare il materiale in funzione delle tesi sostenute, affidando alle note e alle appendici molta della documentazione. Questa franchezza invita a una lettura partecipe ma critica: l’impegno non va confuso con la neutralità, né le conclusioni assunte senza discuterne le prove. [1]

Nella sua analisi, la francesizzazione non è soltanto sostituzione di una lingua con un’altra. È connessa all’emigrazione, allo squilibrio demografico, alla dipendenza economica e al prestigio delle istituzioni dominanti. Scuola, amministrazione e mezzi di comunicazione incidono sulla possibilità di trasmettere la cultura fra generazioni. Il termine “genocidio” del titolo appartiene a questa denuncia della distruzione di una comunità storica e delle condizioni della sua continuità: qui va restituito come categoria dell’autore, non assunto come una qualificazione giuridica dimostrata. [1]

Particolarmente significativo è il rifiuto di trasformare le affinità linguistiche con la penisola in una rivendicazione italiana sull’isola. Per Acquaviva, riconoscere quelle radici non significa negare la nazione corsa: il punto è il diritto dei corsi a essere protagonisti del proprio destino. La lingua, dunque, non è un reperto da conservare, ma una dimensione viva dell’autodeterminazione. [1]

Le minoranze come osservatorio della società

Il caso corso non fu un episodio isolato. Nella premessa Acquaviva collega espressamente le indagini sulla Corsica, sul Sud Tirolo e sul Gargano ai problemi delle culture minoritarie e subalterne e dello sviluppo. Non equipara così tre minoranze linguistiche: il Gargano amplia l’osservazione alle culture territoriali e alle condizioni di marginalità. Nelle conclusioni richiama anche la Bretagna, confrontando le pressioni esercitate sulle lingue e sulle identità locali. [1]

Le sue proposte potevano essere radicali e controverse. Con Gottfried Eisermann, in “Alto Adige. Spartizione subito?”, arrivò a prospettare una divisione territoriale fra Italia e Austria come risposta alla conflittualità fra gruppi linguistici. È un passaggio che impedisce di ridurlo a un generico celebratore delle diversità: il suo lavoro pone anche il problema dei limiti delle soluzioni fondate sulla separazione. Studiare una minoranza significa interrogarsi tanto sulla sua tutela quanto sulle forme della convivenza. [4]

Il Veneto, il regionalismo e l’orizzonte europeo

La prossimità alle istanze autonomiste venete si comprende in questo quadro, senza sovrapporre la vicenda del Veneto a quella corsa. Un riscontro concreto è la nomina di Acquaviva, nel 2010, nella “Commissione regionale di esperti per il patrimonio linguistico veneto”. L’atto istitutivo collegava esplicitamente la valorizzazione linguistica all’identità culturale e allo sviluppo dell’autonomia regionale. È la testimonianza di un coinvolgimento effettivo, non soltanto di una simpatia astratta. [5]

Nel ricordo pubblicato dopo la sua morte, Roberto Ciambetti sottolineò inoltre le ripetute collaborazioni con il Consiglio regionale e la sua critica al processo unitario sabaudo in nome del regionalismo. Questi elementi documentano una vicinanza culturale alle ragioni dell’autonomia, senza autorizzare ad attribuirgli l’adesione a ogni programma di partito o a iniziative successive alla sua scomparsa. [4]

Già nell’introduzione al volume corso, del resto, la difesa dei piccoli popoli si accompagnava alla speranza in un’Europa realmente unita attraverso le comunità che la compongono. È questo orizzonte a rendere significativa la riedizione: non soltanto conservare un testo raro, ma riaprire una domanda. Quale “progresso” può dirsi tale se, per realizzarsi, chiede a una comunità di rinunciare alla propria voce? [1]

Alberto Schiatti

 

Fonti e riferimenti

[1] Sabino Acquaviva, La Corsica. Storia di un genocidio, riedizione digitale Centro Studi Dialogo, 2026 (opera originaria del 1982). Nota editoriale, p. 1; premessa e introduzione, pp. 4-6; lingua e identità, pp. 63-68 e 100-101; conclusioni comparative, pp. 103-106; appendici, pp. 125-195.

[2] Rai News, “Addio al sociologo Sabino Acquaviva. Aveva 88 anni”, 30 dicembre 2015. Profilo biografico e accademico.

[3] Roberto Cipriani, “Il contributo di S. S. Acquaviva alla sociologia della religione”, portale ufficiale dell’autore, pubblicazione online 30 ottobre 2020, in particolare §§ 1-2.

[4] Giorgio Cantoni, “In ricordo di Sabino Acquaviva, sociologo italiano che scrisse di Corsica”, Corsica Oggi, 29 gennaio 2016. Ricostruzione dello studio altoatesino e dichiarazioni di Roberto Ciambetti.

[5] Regione del Veneto, deliberazione della Giunta regionale n. 287 del 16 febbraio 2010, “Nomina della Commissione di Esperti per le attività previste all’art. 10 della Legge regionale 13 aprile 2007, n. 8”, BUR n. 23 del 16 marzo 2010.

 

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Sabino Acquaviva, il sociologo dalla parte dei popoli

Alberto Schiatti (Centro Studi Dialogo)

Vedano al Lambro, 5 settembre 2026, San Lorenzo Giustiniani (primo patriarca di Venezia)

 

 

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