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Confederalismo

2026 - 01 - In solidarity with the peoples of Iran

As a political family of autonomists and decentralists, we express our support for Iran's peoples, protesting against the centralist, authoritarian, cruel regime of the Islamic Republic. We hope the peoples of Iran can soon choose, through democratic elections and without foreign interference, new leaders capable of working for transition, confederalism, self-government of Iran's regions (starting with Kurdish Rojhelat), amnesty for all political prisoners, punishment of corrupt clergy and militias, reconciliation, and reconstruction.

Rome, 7 January 2026 - A statement from the presidency of AeA - Autonomie e Ambiente (Autonomies and Environment)

Autonomie e sussidiarietà, speranze e realtà

  • Autore: Mario Ascheri - Siena, 2 febbraio 2025, Festa della Candelora

Mario Ascheri è nato a Ventimiglia nel 1944. Si è laureato in Giurisprudenza a Siena, come borsista del Collegio Mario Bracci nella Certosa di Pontignano e nella città ha messo radici. Già docente di storia del diritto e delle istituzioni a Sassari, Siena, Roma 3 e membro del Beirat del Max-Planck-Institut di Frankfurt/Main, è nel Consiglio dell’Istituto storico italiano per il Medioevo. E' un antico amico delle autonomie e in particolare degli autonomisti che nei primi vent'anni del XXI secolo si sono tenuti in contatto con la newsletter Toscana Insieme. Pubblichiamo alcune sue riflessioni sulle autonomie, risalenti al 2022 e già in gran parte diffuse attraverso la rivesta "Libro Aperto" e in altri interventi. Nonostante lo scarto evidente fra le speranze e la realtà delle autonomie delle regioni italiane, la sussidiarietà non perde attualità, come principio cardine della nostra storia e nella nostra Costituzione. Le autonomie personali, sociali e territoriali fioriscono solo nella sussidiarietà, come processo dal basso verso l’alto. Nessuno più dei lettori del Forum 2043 e di coloro che sono ancorati ai principi della Carta di Chivasso, ne comprende l’importanza.

* * *

Tra le speranze costituzionali e le eredità di questi lunghi decenni repubblicani, qualche riflessione recente può essere utile all’importante dibattito in corso.

Un libro del 1976, che si può a ragione ritenere un ‘classico’ per gli specialisti, tracciava «un bilancio obiettivo e disincantato» della prima legislatura regionale, del 1970-1975, cogliendo le nuove istituzioni in un momento di transizione, destinato a riproporsi ancora una volta oggi. Già allora da parte di Franco Bassanini1 si poteva ammettere che quella legislatura «non ha, a ben vedere, né realizzato né definitivamente distrutto le speranze di chi ha visto nell’istituzione delle Regioni l’innesco di un grande movimento di rinnovamento e riforma del nostro assetto istituzionale, capace di investire contemporaneamente l’amministrazione centrale ed il governo locale». Quali i problemi e le speranze? l’Autore ne proponeva questa acuta sintesi2:

“Avviata cinque anni fa tra grandi speranze e grandi timori, la riforma regionale è giunta oggi ad una svolta decisiva. Il modello di Regione ‘politica’ delineato nella Costituzione e negli statuti regionali – come essenziale punto di snodo tra Stato e comunità locali – implica importanti riforme istituzionali: dal trasferimento alle Regioni e agli enti locali di rilevanti poteri e di ingenti risorse finanziarie ancora gestiti dalle burocrazie ministeriali, alla soppressione di gran parte degli enti pubblici funzionali che costituiscono la trama del pluralismo perverso e del clientelismo a sfondo corporativo su cui sono costruite, in buona misura, le fortune del sottogoverno nazionale: da una generale riforma del governo locale, ancora regolato da leggi fasciste o prefasciste, ad una radicale riorganizzazione delle amministrazioni centrali dello Stato, che si trasformi da organi di gestione burocratica e routinière di poteri di amministrazione attiva in strumenti efficienti di programmazione, indirizzo e coordinamento. Se queste riforme non saranno attuate o almeno avviate nel corso della seconda legislatura, finirà per consolidarsi il modello della ‘Regione amministrativa’ rendendo inevitabile la burocratizzazione degli apparati regionali e irresistibile la tendenza a ridurre il ruolo delle Regioni alla distribuzione di sovvenzioni contributi ed incentivi ed alla gestione di servizi locali in concorrenza con comuni e province (…)”.

La citazione è lunga, ma a distanza di quasi 50 anni quella riflessione, anche tenuto doverosamente conto di quanto sta emergendo dal dibattito in corso, il trend risultato prevalente, naturalmente con luci ed ombre, è per lo più quello che Bassanini paventava. I motivi sono molto complessi e ben noti ai giuspubblicisti e ai politici più attenti, tanto che i media hanno difficoltà a comunicarli al pubblico più largo senza semplificarli seguendo gli slogan degli schieramenti politici. E già questo è un problema se ci si vuole dare, come doveroso, una nuova prospettiva: positiva.

La riforma del 2001, come si sa, all’art. 118 ultimo comma proclamava che

“Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”.

Si sa bene, anche, che tra i promotori culturali - per così dire - della riforma ci fu la onlus Cittadinanza Attiva fondata nel 19783 e radicata com’è naturale in modo diversificato nel Paese, ma con buona capacità di aggregare anche altri gruppi di partecipazione politica non inquadrati nei partiti.

Il suo animatore Antonio Gaudioso ha lasciato la segretaria generale a marzo del 2021, dopo aver assunto incarichi presso l’Istituto superiore di sanità e in commissioni governative (come la LEA, per i Livelli Essenziali di Assistenza) grazie alla fiducia del ministro Roberto Speranza4. Gli è succeduto Anna Lisa Mandorino, che nel suo discorso di insediamento (caricato nel web5) ha parlato molto dei problemi sanitari, ovviamente, ma anche dei temi tradizionali della partecipazione civica, del terzo settore, dei beni comuni, delle disuguaglianze cui porre argine ecc. ecc. Non però della sussidiarietà del 2001, pur essendo essa ben presente nell’utile sito dell’associazione. Il quale interpretava in modo articolato la riforma. Da un lato infatti ricordava

“che le diverse istituzioni debbano creare le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività (corsivi miei, n.d.a.). L'intervento dell'entità di livello superiore, qualora fosse necessario, deve essere temporaneo e teso a restituire l'autonomia d'azione all'entità di livello inferiore”.

Insomma, qui il potere pubblico è auspicato sussidiario rispetto al privato, che come potere operativo può essere momentaneamente in difficoltà. Dall’altro lato si vedeva sussidiarietà, come

“un elevato potenziale di modernizzazione delle amministrazioni pubbliche, in quanto la partecipazione attiva dei cittadini alla vita collettiva può concorrere a migliorare la capacità delle istituzioni di dare risposte più efficaci ai bisogni delle persone e alla soddisfazione dei diritti sociali”

per cui sussidiario diviene il

“cittadino, sia come singolo sia attraverso i corpi intermedi, (che) deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più vicine”.

Si esemplificava con la

“cura dei beni comuni. Entrambi, volontari e cittadini attivi, sono ‘disinteressati’, in quanto entrambi esercitano una nuova forma di libertà, solidale e responsabile, che ha come obiettivo la realizzazione non di interessi privati, per quanto assolutamente rispettabili e legittimi, bensì dell'interesse generale incrociandosi nella propria opera, s’intende, per irrobustire l’intervento pubblico”.

Sussidiarietà biunivoca per così dire, perché l’uno sussidia l’altro in situazioni diverse: i cittadini per essere più liberi; le istituzioni pubbliche per realizzare meglio gli interventi socialmente più rilevanti. Sono posizioni coerenti da un lato con la crisi dei partiti e con il variegato e disperso associazionismo civico che i partiti sussidiano (ecco altra situazione ancora di sussidiarietà) fino al punto di surrogarli addirittura. Quanto sembra avvenuto con il Movimento 5 stelle, che inevitabilmente ha assunto i connotati del partito più o meno ‘tradizionale’ - se pur ancora esso esiste, altrimenti il Movimento fu, come sempre ho pensato, partito sin dall’esordio, mutato nomine pour cause. Dall’altro lato la coerenza è con la crescente difficoltà delle istituzioni pubbliche di soddisfare le aspettative dei cittadini, anche per contrastare una spesa crescente ma inefficiente.

Tuttavia se andiamo a un testo accreditato come la Treccani leggiamo:

“principio di s., il concetto per cui un’autorità centrale avrebbe una funzione essenzialmente sussidiaria, essendo ad essa attribuiti quei soli compiti che le autorità locali non siano in grado di svolgere da sé. Con interpretazione più recente, con riferimento alla Comunità europea e, in particolare, alla successiva Unione degli Stati europei, il principio secondo il quale dovrebbe essere riservata alla Comunità, come organismo centrale, l’esecuzione di quei compiti che, per le loro dimensioni, per l’importanza degli effetti, o per l’efficacia a livello di attuazione, possono essere realizzati in modo più soddisfacente dalle istituzioni comunitarie che non dai singoli Stati membri“ (corsivi miei).

Qui i cittadini sono solo destinatari indiretti della sussidiarietà, che riguarda il rapporto migliore possibile tra il potere centrale e le articolazioni periferiche, per così dire. Ed è alla sussidiarietà che secondo un principio di astratta razionalità istituzionale dovrebbe attenersi lo Stato nazionale nel rapportarsi alle Regioni e agli enti locali. Tutto quel che è possibile, in altre parole, si dovrebbe poter fare a livello locale in coerenza con l’art. 5 Cost. per cui

“La Repubblica (…) riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei suoi servizi il più ampio decentramento amministrativo e adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Sennonché, com’è ovvio, quelle comunità sono riconosciute come originarie, ma è tutt’altro che esplicitato cosa debba intendersi per esigenze delle autonomie e del decentramento, trovandoci di fronte a uno di quegli articoli che per la loro genericità sollecitarono la critica inesorabile di Arturo Carlo Jemolo6.

Peraltro, la vicenda sanitaria in corso ha mostrato la inevitabile elasticità interpretativa e applicativa della Costituzione (anche quando è chiara) in base a criteri lato sensu politici, i quali erano ovviamente ispiratori della riforma del 2001 e della proposta cui Matteo Renzi ha affidato il suo nome.

Già, ma la polisemia di sussidiarietà, dal significato inter-istituzionale a quello partecipativo civico di Cittadinanza attiva, mette in guardia sulla sua inevitabile storicità. Non esiste una sussidiarietà atemporale, ma solo quella nell’ hic et nunc della contingenza politica più o meno lunga e stressante, com’è la nostra.

Pertanto l’esperienza storica, non solo nostra, sembra indicare che la sussidiarietà risponda a un giudizio descrittivo di una realtà complessa cui si vuole dare ordine. Di fronte al pullulare più o meno pre-ordinato e/o sovraordinato di poteri, si cerca di dare loro una coesistenza ordinata ricorrendo a quella specie di mantra che è la sussidiarietà.

Con l’indebolirsi dei servizi pubblici, l’organizzazione privata dei cittadini legata a problemi specifici, e non politici generali, ha reso utile la recezione della sussidiarietà e ha motivato dall’alto livello costituzionale le normative ad essa ispirata a favore del terzo settore e del volontariato.

Che poi la soluzione più razionale sia quella così rafforzata dal superiore livello normativo, non sembra quesito astrattamente risolvibile. Un tempo si diceva per altre questioni entia non sunt multiplicanda al di là del necessario e il rasoio di Occam era uno strumento idoneo nel suo mondo. Oggi non solo si può parlare ancora di ‘enti inutili’ (per lo più intangibili, però), ma non sembra che si faccia nulla per evitarne la creazione di nuovi.

Un qualsiasi bisogno legittima un ente se supportato dalla giusta pressione politica e mediatica.

L’oratoria politica e la sua pervasività grazie a media compiacenti è fortissima a tutti i livelli.

Basta usare il mantra giusto. Le novità e la pluralità istituzionale concorrenziale in senso positivo che le Regioni dovevano attivare, nei propositi dei più ad esse favorevoli, non sembrano aver avuto luogo nel loro complesso. I vari livelli di potere, come avvenuto di regola nella storia delle istituzioni, si ritagliano spazi di potere che curano di salvaguardare con grande attenzione e nel nostro caso le molte cause motivate dai conflitti Stato-Regioni discusse dalla Consulta l’attestano chiaramente.

Quella riforma politica e amministrativa che si era largamente condivisa si deve purtroppo riconoscere che è rimasta per lo più non realizzata nei termini largamente auspicati, mentre anche l’Unione europea ha dato prove assai deludenti contro ogni aspettativa. Nel caso italiano, la nostra cultura giuridica ha costruito come sempre belle dottrine, ma la loro applicazione ha lasciato desiderare, affidata inevitabilmente a un ceto dirigente in larga misura inaffidabile o inconcludente.

Il problema è grave perché è profondamente radicato nella nostra storia: codici e Costituzione non bastano a evitare intrecci perversi come quelli che si sono manifestati palesemente ad esempio nella magistratura.

Il più grande giurista italiano nel Seicento, il card. Giovanbattista De Luca, inutilmente fautore di riforme nello Stato pontificio, sintetizzò il nostro DNA in poche parole:

“Theoricae generales idealiter ac in abstracto sunt verae, sed difficultas est in earum reductione ad praxim7”.

Sono tornato a lui – un grande “pratico”, che non fu mai professore - non a caso. Perché il vituperato tardo medioevo e l’età d’antico regime non ebbero in generale solo meno enti e livelli decisionali. Ci fu qualcosa di più: erano spesso anche meglio collegati tra loro, con la “rete” cui taluni oggi pensano. E proprio grazie al principio di sussidiarietà di cui nessuno parlava perché non concettualizzato.

Eppure, senza per ovvi motivi proporsi i grandi mantra partecipativi con la pervasività attuale, allora i poteri eminenti, principe o città dominante o signore feudale, si riservavano i poteri politico-militari dell’ente, la giustizia maggiore, le strutture portuali e viarie fondamentali e lasciavano per lo più ai poteri comunali locali la gestione dei beni pubblici, della sanità, dell’istruzione, delle strutture essenziali dai mulini ai pozzi e alle fonti, alla polizia campestre, alla tutela di ospedali, ospizi e chiese locali. Chi poteva permettersele, chiamava addirittura delle super-star da fuori (come s. Bernardino, ad esempio) per la predicazione della Quaresima e creava un “evento” di grande risonanza.

Quello che viene bollato come particolarismo e frammentazione giuridico-politica pre-codicistica si resse in gran parte sulla abnegazione delle comunità grandi e piccole prive di libertà politica e sottoposte a balzelli più o meno gravi, ma per il resto dotati di una libertà (vigilata, s’intende) di autorganizzazione talora impressionante.

Quel livello di governo locale, senza libertà politica sia chiaro, consentì però il radicamento di pratiche di partecipazione anche larga al governo della cosa pubblica con ampia rotazione nelle cariche e la loro sostanziale gratuità: nelle comunità minori demograficamente furono non infrequenti consigli comunali con un membro partecipante per nucleo famigliare. Quando non formalmente contrattuale, come pure avveniva per le realtà più importanti e da ‘coccolare’ con attenzione perché poste sui confini (e quindi esposte alle lusinghe dello Stato confinante), il rapporto del potere centrale con le comunità locali era per lo più prudente.

Non era solo questione di sempre possibili ribellioni dei residenti locali con devastazione delle proprietà cittadine in loco, ma di riserve reclutabili per i servizi militari e di forza lavoro da utilizzare nel capoluogo.

La separatezza centro-periferia fu sicuramente dura, per lo più, ma la sussidiarietà era imposta dalla mancanza pressoché totale di burocrazia e dalla comodità di fare affidamento sulle forze locali fortemente interessate al buon funzionamento di una serie di servizi che avrebbero altrimenti richiesto un impegno pesantissimo per il potere centrale.

L’inefficienza se non l’egoismo e il semplice disinteresse del centro facilitò la sussidiarietà, sempre diversa nel tempo qua e là, ma prassi radicata, operante senza tanti proclami formali. La sudditanza non era servitù e le comunità più cospicue seppero conservare molte delle libertà di governo originarie.

Pensiamo alla identità delle città venete sotto Venezia, o a quelle pontificie da Bologna a Perugia a Orvieto, o lombarde sotto Milano, alle piemontesi, alle toscane, o alle stesse città demaniali e feudali del sud.

Non c’era uniformità di disciplina, è ben vero, ma c’era la stessa tradizione di autogoverno che educava un ceto dirigente più o meno aperto ai bisogni della cittadinanza, e comunque dedito ad essi, in pura osservanza nei fatti della sussidiarietà. E il suo peso per i ceti locali poteva anche essere fatta valere con forza, come avvenne nei parlamenti dello Stato pontificio o in quelli più potenti: siciliani e sardi soprattutto8.

La differenza delle normative locali significava disuguaglianza, non c’è dubbio. Ma aveva dei risvolti soggettivi, di formazione e rafforzamento dell’autocoscienza identitaria, e risvolti oggettivi di relativa semplicità amministrativa, tanto lontani dalla complessa gestione centralistica studiata per il reddito di cittadinanza. Possibile che non si sia pensato di ricorrere a sistemi d’assistenza diretta locale come quella un tempo assicurata da enti comunali come quelli denominati Eca? Non potevano ora essere potenziati? Perché ricorrere a strane categorie di intermediari risultati poi inutili – come era prevedibile?

Per tornare a quel passato dimenticato, è vero che non c’era un governo centrale solidale sul quale poter contare nelle emergenze. Bisognava imparare a far da sé per lo più, sapendo imparare e creando comunità credibili. Ad esempio, favorire un’immigrazione qualificata era importante. La concorrenza dei centri locali non c’era proclamata apertis verbis, ancora una volta, ma c’era nei fatti, com’era nei fatti – anche con pesanti risvolti violenti tra vicini – la tutela dei confini per le proprie bestie, i coltivi, i frutti del bosco ecc.

E quella concorrenza inespressa era stimolo fortissimo al buongoverno locale.

Le cento e più città d’Italia, grandi e piccole, che tutti ammiriamo e sul cui passato costruiamo la nostra eccezionale realtà e potenzialità turistica, hanno secoli di autogoverno variegato alle spalle9. E persino regole deprecate poi, come il fedecommesso nobiliare, che poté però garantire la conservazione di strutture immobiliari importanti attraverso i secoli…

La discontinuità con quel mondo c’è eccome oggi, ma non sempre basta a connotare in modo positivo quello attuale10.

 

Dedicato a Gian Maria Varanini,
studioso molto attento alla storia dei rapporti tra i capoluoghi e i territori dipendenti,
che continuerà il suo impegno di ricerca
anche se ha ora terminato la sua docenza presso l’Università di Verona.

 

Autonomie e sussidiarietà, speranze e realtà
di Mario Ascheri

Siena, 2 febbraio 2025, Festa della Candelora

 

Note

1 Nel suo Le Regioni fra Stato e comunità locali, Bologna 1976, p. 5. Entro la abbondante bibliografia recente si veda Autonomie speciali e regionalismo in Italia, a cura di L. Blanco, Bologna 2020. Utile tra i periodici “Le Carte & la Storia”.

2 Nella pagina quarta di copertina, laddove concentrava il progetto-motivazione del libro.

3 Si veda al link https://www.cittadinanzattiva.it/chi-siamo.html (consultato il 10 settembre 2021).

4 Desumo dal link https://www.fortuneita.com/2021/03/28/nuovi-vertici-per-cittadinanzattiva/.

5 http://congresso2021.cittadinanzattiva.it/candidature-nazionali/segretario-nazionale.html.

6 Nel suo classico Che cos’è la Costituzione, ora con Introduzione di G. Zagrebelsky, Donzelli, Roma 1996, in cui la IV di copertina sintetizza efficacemente: «È bene che gli italiani tutti discutano appassionatamente i problemi costituzionali, ciascuno quelli che più sente… Come in tutti gli albori di nuovi assetti politici liberi, vi è una inclinazione al vago, alle formule che possono coprire le soluzioni più diverse. Bisogna, per quanto è possibile, che ciascuno cerchi di precisare le sue idee».

7 G.B. De Luca, Theatrum veritatis et justitiae, Venetiis, Apud Paulum Balleonium, 1716, tomus V, pars I: De usuris et interesse, adnotatio ad disc. 1, p. 10, n. 2.

8 Un rapido sguardo d’assieme nelle mie Istituzioni medievali, il Mulino, Bologna 1999, pp. 327-353. Sul problema discusso delle città-Stato ho messo una nota storiografica in https://ilpensierostorico.com/a-feud-on-italian-city-states-again-on-lorenzettis-buongoverno/.

9 Si veda ad esempio A. Dani, Cittadinanze e appartenenze comunitarie. Appunti sui territori toscani e pontifici di Antico regime, Historia et ius, Roma 2021 (con rinvii a precedenti lavori analitici).

10 Oggi molto discusso e incentrato, per aprire prospettive positive, sulla categoria delle ‘reti’, che dovrebbero appunto avviare alla soluzione dei problemi della complessità istituzionale; ricordo ad esempio il lavoro recente molto denso di L. Casini, Lo Stato nell’era di Google. Frontiere e sfide globali, Mondadori, Milano 2020.

 

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Buon 2026 dalla Toscana con un confederalismo antico ma più attuale che mai

Ieri lunedì 29 dicembre 2025 a Pontedera, ospitato dal gruppo Presidio Civico, si è tenuto il brindisi di fine anno 2025 e di auguri per un sereno e operoso 2026, fra i civismi appassionati di autonomie che sono in rete attraverso OraToscana.

Queste reti di civismo hanno radici antiche, che risalgono alle origini della Repubblica delle Autonomie e dell'Europa delle Regioni, nelle parole della Carta di Chivasso del 1943, ma il loro progetto di confederalismo dal basso è più contemporaneo e necessario che mai.

La rete OraToscana, dopo la III Assemblea celebrata a Vecchiano lo scorso 22 novembre, è animata da sette moderatori, in rappresentanza di altrettanti territori: Francesca Marrazza (presidente di RiBella Firenze, per la città di Firenze); Ione Orsini (Un Cuore per Vecchiano, anche in rappresentanza di San Giuliano e Pisa); Alberto Andreoli (Presidio Civico, per Pontedera e Valdera); Marco Cannito (storico leader di Città Diversa, per Livorno e provincia); Riccardo Galimberti (Grosseto e provincia); Andrea Ridi (Più Certaldo, in rappresentanza della Valdelsa fiorentina); Mauro Vaiani (Civici Pratesi per le Autonomie, per Prato e provincia). Sono tutte persone che vivono del proprio e sono impegnate in politica mettendoci il proprio tempo libero dagli impegni di lavoro e di famiglia.

La rete è già in contatto con decine di altre realtà civiche in ogni provincia della Toscana, per contribuire a una fioritura a lungo termine della cultura delle autonomie civiche in tutta la Toscana.

OraToscana è a sua volta connessa con la rete italiana Autonomie e Ambiente e con la famiglia politica europea delle autonomie EFA (European Free Alliance).

Il metodo confederale assicura a ogni gruppo civico locale la totale libertà politica per perseguire i propri obiettivi locali di buongoverno, attraverso il rafforzamento delle proprie istituzioni democratiche locali, la ricostruzione di una sanità pubblica e prossima, l'impegno per una vita semplice e sicura a misura sia di anziani che di bambini, la protezione dell'ambiente e dell'economia locali, la promozione delle piccole imprese, del commercio e dell'artigianato di prossimità, dei beni comuni, dei servizi pubblici locali.

Non si sono messi in rete come civici qualsiasi. Come ha ribadito la presidente di Ribella Firenze, Francesca Marrazza, siamo una rete "civista" non solo "civica". Civico può definirsi chiunque non abbia (più) una tessera di un partito nazionale, ma il nostro civismo ha identità e radici più profonde, in una cultura dell'autonomia che ci distingue chiaramente dagli schieramenti di centrosinistra e centrodestra.

Uno dei primi impegni della rete OraToscana per il 2026 è la prosecuzione della lotta per leggi elettorali più giuste per tutti. Le cattive norme elettorali sono una delle cause della sfiducia e dell'astensionismo, perché allontanano i cittadini dall'impegno politico in prima persona o in sostegno ai loro leader locali. Un appuntamento pubblico contro l'astensionismo e per la correzione della legge elettorale toscana, è già stato organizzato insieme ad altre realtà civiche toscane per sabato 17 gennaio 2026 alle 16, a Poggibonsi, presso l'Hotel Alcide.

Nella foto sottostante alcuni dei partecipanti all'evento di OraToscana di ieri a Pontedera. Da sinistra: Marco Vanni; Alberto Andreoli; Francesca Marrazza; Riccardo Galimberti; Claudia Filippeschi; Mauro Vaiani.

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 Pontedera, 30 dicembre 2025 - A cura della Moderazione di OraToscana

 

 

 

 

 

 

 

  

Cacciari cavat lapidem

Massimo Cacciari ha pubblicato un articolo su La Stampa dal titolo "Il riformismo che manca all'opposizione" (pag. 25, La Stampa di domenica 30 novembre 2025).

Cogliamo questa occasione per esprimere, per prima cosa, solidarietà al quotidiano di Torino, che è stato vittima di un atto di squadrismo sè-dicente "rosso".

Approfittiamo però di questo intervento di Cacciari per riconoscergli, una volta di più, il grande contributo che il filoso, politico e amministratore veneziano - e veneto, italiano, europeo, conosciuto e studiato in tutto il mondo - ha saputo dare nel tempo a un pensiero e a un'azione anticentraliste, antiautoritarie, civiche, ambientaliste, federaliste e confederaliste.

Ancora una volta Cacciari ci ricorda che il potere deve centralizzato, che servono cambiamenti istituzionali per separare e responsabilizzare le funzioni, che non c'è alternativa senza riforme decentraliste, che non si possono battere i centralisti senza un supplemento d'anima, di cultura, di un riformismo amico delle autonomie.

I leader mediatici che oggi comandano in Italia stanno ballando su una sorta di titanic, che sta per scontrarsi con l'iceberg della secessione dei cittadini dalla coesione sociale, di cui il crescente astensionismo non è altro che una sinistra anticipazione. Serve una reazione dal basso, dal mondo delle autonomie, della sussidiarietà, della responsabilità.

Cacciari non può essere facilmente silenziato dai media dominanti, ma la sua voce può essere apparsa debole, negli anni. Eppure somiglia molto alla goccia che spacca le pietre, evocata nell'antico motto latino gutta cavat lapidem.

Un antico riformismo autonomista sembra essere stata cancellato dalla scena mediatica, dopo la timida apertura che al tema fu concessa sul finire del secolo scorso (quando tutti si dicevano federalisti).

Ci sono state certamente timidezze, incapacità, errori da parte dei leader locali e territoriali - lo stesso Cacciari ha spesso parlato dei suoi - ma c'è stata anche una vera e propria "reazione" conservatrice, violenta, autoritaria, feroce contro la sussidiarietà e la responsabilità delle autonomie personali, sociali, territoriali.

La lettura dell'intervento di Cacciari di oggi su La Stampa ribadisce e insiste: la questione federalista in Italia, in Europa, nel mondo, non è eludibile.

Vale la pena di ripercorrere a ritroso la profondità, la continuità, la necessità del suo magistero.

Rileggiamo Cacciari che mette a fuoco i disastri della Lega nel 2025:
https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/venezia-mestre/politica/25_marzo_14/massimo-cacciari-il-progetto-federalista-e-stato-l-ultima-utopia-oggi-non-e-rimasto-nulla-la-lega-ha-fatto-disastri-f1474cbc-03ba-4dd6-bb1a-1b68cb9bexlk.shtml

Riascoltiamo Cacciari, in questa bella tavola rotonda del 2015, con Ilvo Diamanti, Mario Bertolissi, Paolo Zabeo, in cui venne anche commemorato Giuseppe "Bepi" Bertolussi: 

 

Cacciari contro una politica in cui gli schieramenti, il leaderismo, gli slogan avevano già sostituito i progetti, nel 2006:
https://www.filcams.cgil.it/article/rassegna_stampa/_intervista_m_cacciari_la_politica_non_ha_piu_progetti_#

Cacciari, quando da sindaco di Venezia, sollevò il tema del federalismo dal basso, nel 1995:
https://ilmanifesto.it/archivio/1995016346

Senza questa continuità di pensiero federalista e decentralista, senza queste radici, la Repubblica delle Autonomie e l'Europa delle regioni, dei territori, dei popoli, saranno spazzate via da vecchie e nuove forme di centralismo autoritario.

Altro che alternativa, altro che Europa, altro che pace, altro che transizione ambientale, ci aspetta,no se tutti coloro che sono gocce del decentralismo non si concentrano sui punti che possono spaccare le pietre del conformismo imposto dalle grandi concentrazioni di potere politico, economico, tecnologico.

Torino-Venezia, 30 novembre 2025 - A cura della segreteria interterritoriale di Autonomie e Ambiente

 

Cristina Machet nuova presidente della UV

Cristina Machet è la nuova presidente della Union Valdôtaine (UV). E' stata eletta sabato 5 giugno 2021 dalla conferenza dei presidenti delle sezioni del Mouvement riunita a Pont-Saint-Martin insieme al Conseil fédéral. Piero Prola è il nuovo vicepresidente, Federico Perrin il tesoriere. Machet succede a David Follien, che a sua volta era reggente dall'autunno scorso, in sostituzione di Erik Lavévaz, nel frattempo diventato presidente della regione Valle D'Aosta.
La UV è una delle forze autonomiste più antiche nella Repubblica Italiana e nello spazio politico europeo, una forza popolare fedele alle sue radici democratiche e antifasciste.
Il dialogo e la collaborazione tra la Union e la nostra rete di Autonomie e Ambiente (AeA) è sempre più intenso da tempo, grazie all'interessamento e all'impegno di Erik Lavévaz,di Guido Grimode del senatore Albert Lanièce.Grimod è intervenuto alla nostra II Assemblea Generale e Lanièce è stato uno dei quattro oratori cruciali.
Le nostre più sentite congratulazioni, in attesa dei prossimi appuntamenti di lavoro politico con la forza sorella maggiore del federalismo italiano ed europeo.
 
Maggiori informazioni sulla testata storica della Union::
 
Nella foto (fonte Le Peuple Valdotain) a sinistra il presidente vicario uscente, David Follien, e a destra la neopresidente Cristina Machet.

Dai Vespri siciliani all'alba dell'autogoverno

  • Autore: A cura di Marco Lo Dico, Movimento Siciliani Liberi - 30 marzo 2023

Il 30 marzo 1282 per la Sicilia è una ricorrenza simbolica di grande significato. Quel giorno lontano i Siciliani cacciarono gli Angioini, un potere estraneo al proprio territorio, ma non sarebbe stata l'ultima rivolta. Il ricordo di quel moto di ribellione è rimasto come simbolo di una speranza di emancipazione per il popolo della Sicilia, un simbolo che ha ispirato artisti, intellettuali, filosofi e politici, ogni volta che è stato necessario lottare per la propria autodeterminazione.

Non è quindi folklore, non è solo un lontano passato, non è una rivendicazione astorica, non è una nostalgia indipendentista fatta solo di parole che non costano nulla.

Oggi, in questo XXI secolo, la Sicilia è ancora subalterna e in uno stato coloniale di dipendenza, nonostante costituzionalmente dovrebbe godere di un'Autonomia Speciale riconosciuta e non concessa, essendo precedente alla Costituzione stessa e alla nascita della stessa Repubblica Italiana cui dovrebbe essere considerata confederata.

La Sicilia, come ogni altro territorio e ogni altro popolo della Terra, oggi si trova nel mezzo di un cambiamento epocale, che riguarda l'intera umanità.

Le contrapposizioni classiche (destra/sinistra, est/ovest, cultura occidentale/cultura orientale, nord/sud) sono superate. Nella globalizzazione il potere e le ricchezze si vanno concentrando sempre più in mano a pochi e il fatto che alcuni di questi pochi si proclamino “buoni”, non li rende affatto più rassicuranti dei “cattivi”.

I poteri centralisti e autoritari, ingigantiti dal loro predominio sul mercato mondiale e rafforzati dalle loro tecnologie di sorveglianza universale, indipendentemente da quali siano le ideologie che li ispirano, sono semplicemente disumani (demoniaci, direbbe Romano Guardini).

Il senso di insicurezza e di impotenza delle persone comuni, delle famiglie, delle piccole imprese e delle comunità locali è pervasivo e paralizza ogni forma di reazione. Ed è dalla rete di relazioni e da una presa di coscienza comunitaria che si deve trovare la forza di reagire e creare il modo di ridisegnare e riprogettare il nuovo mondo non secondo un “nuovo ordine”, ma a partire dalle comunità, che sono invece antiche, ma parte viva della storia siciliana e, in definitiva, della storia di ogni popolo.

Le narcomafie, i ministeri italiani, la tecnocrazia europea, le multinazionali, le agende globali, indipendentemente dalla loro “moralità/amoralità” sono grandi macchine livellatrici, che vogliono appiattire e cancellare identità, diversità, eredità, spiritualità, in una parola: l'insopprimibile diversità, che rende umano l'uomo e provvidenziale la natura.

Il Vespro siciliano, oggi, è parte di una rivolta globale, decentralista e territorialista, perché solo con la moltiplicazione di una miriade di democrazie locali sempre più forti, competenti, sovrane, si potranno fermare le grandi macchine livellatrici, portatrici di omologazione, distruzione ambientale, disumanizzazione (o peggio, transumanizzazione).

Oggi, più di sempre, l'autogoverno del proprio territorio è l'unico modo per comunità responsabilmente coese di fare la differenza, rispetto al destino miserevole che viene riservato dalla globalizzazione a tutte le sue periferie.

In un tempo di crisi e di impoverimento, in cui i media globali ci stordiscono con il loro pensiero unico, in cui le grandi potenze ci tengono perennemente in guerra, in cui le tecnocrazie ci raccontano che stiamo passando da una emergenza all'altra (per cui c'è sempre bisogno di loro...), che un nuovo Vespro si animi, qui in Sicilia e ovunque.

    1. Contro i pregiudizi e per restituire significato alle parole

Il Forum 2043 sta mobilitando attivisti e intellettuali di una vasta area civica e ambientalista, impegnata per l’autogoverno dei propri territori, smontando le narrazioni che cercano di allontanare i cittadini dalla necessità di auto-organizzarsi politicamente, dal basso, rovesciando le piramidi di partiti e partitini centralisti, autoritari, settari.

Pur da posizioni ideali diverse, le diverse sensibilità nell’autogoverno del territorio devono contribuire all’insieme di tasselli e varietà che compongono il mosaico della storia dell’uomo e della sua “umanità”.

La narrazione sulla “mala gestio” locale, per esempio, viene alimentata dalle effettive perversioni del clientelismo. Eppure cosa è il clientelismo, se non la rinuncia programmatica e pragmatica alla responsabilità dell’autogoverno? Il clientelismo distrugge interi territori, come la nostra Sicilia, proprio quando questi territori, invece che raccogliere e gestire responsabilmente in autonomia le loro risorse, ne ricevono da altri poteri.

La globalizzazione non garantisce affatto “maggiori opportunità”, ma la certezza che per ogni vincitore ci saranno milioni di sconfitti. Il successo di ogni singolo e gigantesco attore della globalizzazione, del grande “produttore mondiale”, comporta la rovina per tutti gli altri. Il fiorire di alcune capitali economiche planetarie comporta la desertificazione di tutti gli altri territori. Una globalizzazione che spogli, però, i territori, le comunità, le persone della loro capacità di provvedere a se stesse, non potrà che trasformarsi in un regime, o essere percepita come tale.

La realtà ci sta dimostrando, attraverso gli squilibri crescenti all’interno del mercato comune europeo e del mercato globale, che non c’è economia locale e amministrazione locale dei beni comuni e di tutti i servizi pubblici, senza istituzioni di autogoverno.

Mai come oggi, quindi, le persone, territorio per territorio, devono sentire l’urgenza di assumersi la responsabilità di autogestirsi.

La Sicilia è, come è, un antico e ancora vivo paese d’Europa. Presto, anche grazie ai Siciliani, coloro che hanno immaginato di imporre un unico regime economico, fiscale, giuridico alla Baviera, al Salento, alla Sicilia stessa, saranno messi di fronte alla loro follia.

Allontanando sempre più poteri e risorse dai territori, non si crea alcuna efficienza, ma solo il moltiplicarsi di norme astratte, di imposizioni incomprensibili, di un senso di esclusione delle persone dalla responsabilità del proprio futuro.

Stiamo reagendo a questa globalizzazione (e a quella forma di globalizzazione in sedicesimo ma più intensiva che è la “europeizzazione”), attraverso la riscoperta delle diversità e delle identità.

Alcune parole, nella nostra storia e nel nostro impegno politico, sono importanti e devono essere restituite al loro significato migliore:

- anticolonialismo: la Sicilia è entrata nella modernità come una colonia interna, prima del Regno di Napoli, poi dei Savoia, poi del sistema euro-atlantico, un domani chissà; i valori e i fatti della resistenza al colonialismo interno all’Italia e poi all’Unione Europea devono essere studiati, compresi e infine trasformati in una resistenza e in una rinascita (su questo lavora da anni il prof. Massimo Costa);

- indipendentismo: una parola con una storia nobile, una speranza che, con il crollo delle menzogne e dell’oppressione fasciste, nella Sicilia fu abbracciata da un vasto movimento popolare; l’indipendentismo fu rappresentato nella Costituente della nuova Repubblica da figure come quella di Andrea Finocchiaro Aprile; l’indipendentismo, insieme e non contro i rappresentanti degli altri territori del crollato Regno sabaudo, raccogliendo le sfide poste dalla Carta di Chivasso, arrivò a stringere un patto confederale fra la nuova Repubblica Italiana e la nuova Regione Siciliana; il fatto che questo patto, e lo Statuto speciale che lo custodiva, siano stati traditi, o che nel tempo i movimenti indipendentisti siano stati ridotti a fenomeno marginale e parolaio, non ne diminuisce in alcun modo il valore sia storico che di aspirazione per le generazioni future; tutti i territori, nella globalizzazione, devono aspirare a essere sempre meno dipendenti, pur nella umana e planetaria interdipendenza;

- nazionalismo: altra parola che sappiamo essere, almeno dai tempi di Tom Nairn ma per molti aspetti sin dall’Ottocento, sempre scivolosa e ambigua; negativa quando viene sposata dai capi di uno stato grosso che distrugge i popoli che vivono al suo interno, o addirittura quelli vicini; positiva e spesso nobile, quando si lega al sentimento identitario dalle piccole nazioni e nazionalità che non vogliono essere cancellate; nelle piccole nazioni o nei territori ancora privi di una statualità o di istituzioni di autogoverno, peraltro, il nazionalismo non deve mai diventare esclusivo e divisivo, ma deve essere la storia politica di un identitarismo maturo, di un impegno contemporaneo per il decentralismo e per l’autogoverno di tutti e dappertutto, per conservare radici, interessi e valori, attaccamento alla propria terra, senza mai cedere alle lusinghe di chi ci vuole senza patria (senza “matria”), senza identità, senza legami, senza responsabilità, transumani o, in fondo, subumani, invece che umani.

 

    1. Per un processo di sempre minore dipendenza

Il Movimento Siciliani Liberi, soprattutto attraverso la formazione di una nuova generazione di giovani leader locali competenti e diligenti, si offre come luogo di ricomposizione di tante divisioni e come punto di incontro fra diversità, per attivare un processo virtuoso di sempre minore dipendenza della Sicilia.

I temi e i progetti concreti che difendiamo sulla scena dell’attualità politica siciliana e italiana sono noti e più urgenti che mai, a partire dal ritorno allo Statuto, alla sua piena attuazione, con alcuni corollari che sono la Zona Economica Speciale Integrale (compatibile anche con l’attuale rigido assetto dei Trattati europei) e il traguardo storico della territorializzazione delle imposte.

Tuttavia questo non è sufficiente.

Sappiamo di essere in una emergenza ambientale e che quasi tutto nella nostra economia dovrà tornare a essere sostenibile e compatibile con la salvaguardia del creato.

Non vogliamo che la cosiddetta “transizione” avvenga secondo canoni imposti da poteri anonimi e lontani, centralisti e autoritari, che si travestono di verde, propugnando un ambientalismo posticcio e mediaticamente spendibile. Un vero ecologismo non può costruirsi creando altra povertà, altre migrazioni, altre infelicità. Le istituzioni della Sicilia, il Parlamento della Sicilia, devono contare qualcosa, perché è in esse che le persone che vivono in Sicilia possono sentire di poter fare la differenza.

L’azione comunitaria dal basso dei cittadini siciliani, attraverso istituzioni di autogoverno in ciascuno dei nostri territori e nella nostra intera Isola, può davvero realizzare percorsi di indipendenza energetica, di autosufficienza alimentare, di conservazione dell’acqua buona come bene comune, di protezione del nostro patrimonio naturale e culturale per le generazioni future. Questo è indipendentismo, oggi, nel XXI secolo.

Sicuramente noi siamo una parte, anzi siamo una minoranza nella nostra stessa terra.

Tuttavia, in un mondo globalizzato, nell’Unione Europea, nella attuale Repubblica Italiana, le minoranze possono costruire solidarietà interterritoriali e intersezionali, per aiutarsi vicendevolmente a ridare voce e in prospettiva potere alle comunità, a tanti “noi”, non al’ “io” dei tardoliberisti. Nuovi traguardi di autogoverno, insieme, sono possibili per il bene comune con il protagonismo di molti e non di pochi, nell’interesse di tutti i viventi e delle prossime generazioni.

Crediamo nella solidarietà fra diversi, per costruire lotte di popoli, attaccati ai loro paesi, contro le élite avide e cieche della globalizzazione.

Crediamo nella sovranità come capacità di resistere insieme, governati e governanti loro prossimi, alle attuali dinamiche distruttive che dominano il mondo, con esiti genocidi (scomparsa di lingue e culture, come la nostra siciliana) ed ecocidi (lo sterminio di innumerevoli specie viventi e l’immissione su scala megaindustriale di veleni nell’ambiente).

Tutti gli esseri umani vogliono essere LIBERI, ma per essere liberi bisogna essere onesti gli uni con gli altri e leali! Capaci di vivere e autogovernarsi, INSIEME, territorio per territorio. Così si è liberi e responsabili, e solo così, andrebbe aggiunto senza sposare toni apocalittici, si resta vivi e si tramanda ciò che siamo alle generazioni future.

Sappiamo che la situazione è grave, a causa degli eccessi di centralismo autoritario, e avvertiamo un senso di emergenza, ma non da soli, in quanto Siciliani, ma insieme ai Sardi, ai Toscani, ai Friulani, a mille altre nazioni e comunità del pianeta.

Per questo siamo in Autonomie e Ambiente e lavoriamo per una nuova stagione di azione politica con EFA (la nostra famiglia politica europea: l’Alleanza Libera Europea), con cui parteciperemo alle prossime elezioni europee del 2024 e anche ad altre competizioni elettorali interterritoriali.

Con umiltà, ma con coraggio, vogliamo contribuire a un rinnovato decentralismo internazionale, contro tutti gli irredentismi, i colonialismi, gli imperialismi, per la pace.

Palermo, giovedì 30 marzo 2023

a cura di Marco Lo Dico - Movimento Siciliani Liberi

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Fare - Per fermare il declino, una meteora liberale ma anche federalista

  • Autore: Gruppo di studio interterritoriale Forum 2043 - Imola, 22 novembre 2024

Sono ormai dieci anni che è stata spazzata via dalla politica italiana, nel 2014, la meteora di “Fare - per Fermare il Declino” (Fare-FID), l’iniziativa politica che era partita due anni prima e che aveva trovato un entusiasmante portavoce nel giornalista economico Oscar Giannino, grande fustigatore del conformismo centralista, burocratico, antisociale e antiliberale.

A noi del Forum 2043 Fare-FID sembra aver avuto un nocciolo duro liberale, federalista, riformista, ma con il tentativo di dare anche delle risposte a problemi sociali che ormai toccavano, già allora, porzioni crescenti della popolazione. Non la vediamo assolutamente confondibile con mille altre iniziative della diaspora liberale, liberal-democratica, liberal-riformatrice, liberal-liberista (qualche volta anche libertaria, ma non sempre).

In quell’area si fonda almeno un nuovo partito al mese, si tengono in vita decine di club e associazioni culturali, si finanziano think-tank, ci si iscrive a canali YouTube promossi da giovani brillanti guru, il cui punto di riferimento sono le capitali dove vivono i vincenti della globalizzazione e dell’omologazione.

Migliaia di persone di grande valore, professori che insegnano in America, professionisti capaci, imprenditori di successo, inseguono la mitologica “rivoluzione liberale”, spesso da molto prima che Berlusconi se ne appropriasse, riducendola peraltro a uno slogan vuoto.

Fare-FID si distinse da questi fuochi fatui, incarnando autentiche aspirazioni liberali ma coniugandole con la necessità di rispondere a urgenti necessità sociali, in anni in cui era già successo di tutto, in termini di concentrazione autoritaria di poteri finanziari, economici, geopolitici e politici, su scala globale, ma anche a livello europeo e italiano. Questo la rese popolare e quindi pericolosa per lo status quo e per le elite centraliste al potere.

L’appello di Fare-FID fu lanciato il 28 luglio 2012, con le firme di Oscar Giannino, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Santo Versace, Luigi Zingales, oltre a quelle di centinaia di accademici, manager, professionisti, imprenditori, esponenti della società civile e di associazioni culturali ed economiche. Lo pubblicarono a pagamento su ben sei quotidiani: il Fatto Quotidiano, il Foglio, il Sole 24 Ore, il Messaggero, il Mattino ed il Gazzettino. Si trattò di un manifesto programmatico liberale e federalista fortemente critico nei confronti dell'intera classe politica.

L'8 dicembre 2012 i promotori decisero di fondare il partito Fare-FID. Alla guida fu posto Oscar Giannino. Sulla scia del successo popolare che Oscar Giannino stava riscuotendo come oratore nelle assemblee che si tenevano in tutta la Repubblica, il partito cominciò a organizzarsi per presentarsi alle elezioni.

I sondaggi ipotizzarono per Fare-FID un successo elettorale fra artigiani e lavoratori autonomi, piccoli e medi imprenditori, pensionati relativamente benestanti ma preoccupati per la fuga all’estero dei loro figli e nipoti. Si ventilò la possibilità che la nuova lista potesse superare il muro del 5%.

Perché Oscar Giannino riuscì a parlare a così tanta gente, in molti territori italiani?

Secondo noi, molti cittadini, che lo avevano seguito alla radio o incontrato in tanti affollati incontri pubblici, avevano sentito la sua sincerità e la sua serietà. Scrisse un post di Diverso Toscana: “Svizzera, Svezia, sono i suoi modelli di federalismo, welfare e competitività. Parla di numeri e di obiettivi concreti, una mosca bianca in un mondo di chiacchieroni a vanvera. Rischia personalmente, in un mondo di potenti e privilegiati che cascano sempre in piedi. E' l'unico maverick veramente minaccioso per la dittatura dello status quo. In cima al suo programma ci sono i giovani, le donne, le piccole imprese, le famiglie che pagano il mutuo della prima casa, gli innovatori, i creativi.”.

Dopo la grave crisi economica del 2008, a cui era seguito il terrificante fallimento politico e morale del Popolo della libertà (PDL) di Berlusconi, si era all’inizio di una grande ondata antipolitica. I delusi potevano ancora credere in Oscar Giannino, nonostante non insultasse e non sparasse fanfaronate, come poi avrebbero fatto i populisti anti-liberali e anti-democratici. Parlava con semplicità e con concretezza di cosa era possibile fare a breve. Non si lanciava mai nel prefigurare cosa si sarebbe potuto fare nel lungo termine, riforme che si sarebbero potute affrontare solo nei parlamenti successivi, magari eletti con leggi elettorali più democratiche.

Purtroppo attorno a Oscar Giannino e a Fare-FID il clima ben presto peggiorò. Scrisse il blog “Cazza la randa” nel novembre del 2012: “Giannino ha dovuto fare i conti con l’indisponibilità della propria base di venire a patti con chiunque sia legato alla attuale fase politica (email che sembrano redatte da Grillo spiegano che chi ha fatto già politica può solo mettersi a disposizione, ma è incandidabile) o intenda perseguire disegni politici giudicati troppo poco identitari e di rottura.(…)Della serie: gli altri hanno la peste e noi dobbiamo rimanere a distanza di sicurezza. Quella distanza di sicurezza che però rischia di mettereFare nell’angolino” di un certo settarismo, come aveva ben compreso lo stesso Giannino.

Eppure c’erano ancora milioni di persone impoverite, disgustate, arrabbiate, ma non disperate. Persone che avevano sopportato le scelte di austerità del governo Monti (2011-2013); che non andavano in piazza ad applaudire Grillo o Renzi; che erano ancora interessate a operazioni politico-culturali come Italia Futura, oltre che a esperimenti di civismo, riformismo, autonomismo.

Fare-FID avrebbe potuto raggiungerle? Non lo sapremo mai, perché scoppiò una tempesta mediatica che la annientò.

A metà febbraio 2023, dall’interno del movimento, attraverso vari utili “puri che epurano”, partì una macchina del fango contro Oscar Giannino, che fu accusato di aver millantato, in alcuni momenti della sua lunga e faticosa gavetta come giornalista economico, titoli accademici che in realtà non possedeva.

Le elezioni politiche erano imminenti, previste per i giorni 24-25 febbraio 2013.

Le liste di Fare, già deboli come tutte quelle nate in fretta e furia sull’onda dell’entusiasmo, si fermarono a poco meno di 400.000 voti (380.756 voti, 1,12% alla Camera; 278.396 voti, 0,90% dei voti al Senato, insufficienti per superare le soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale).

In un sistema politico già allora centralizzato e verticalizzato, con i media concentrati su pochi “capi politici”, mostrificando Oscar Giannino, fu fermata sul nascere anche l’esperienza politica che aveva così coraggiosamente guidato.

Tuttavia Fare-FID lasciò comunque un contributo alla causa federalista, promuovendo riflessioni, progetti, dibattiti pubblici con i migliori esperti di allora.

Comunicò ai cittadini la speranza che con una seria riforma federale tutti i territori avrebbero fatto dei passi avanti, uscendo dalle solite stantie contrapposizioni "Nord vs Sud". Fu lungimirante nel criticare la riforma del Titolo V, che aveva promesso la devoluzione di un enorme numero di materie, ma già s’incagliava su problemi di attuazione che le elite centraliste non volevano affrontare e quelle “leghiste” non riuscivano neanche a capire.

I 10 punti, in particolare il punto 10

Rileggiamo i famosi 10 punti programmatici per la crescita, attorno ai quali era nata Fare-FID, che abbiamo ritrovato in rete:

  • 1. Ridurre l'ammontare del debito pubblico
  • 2. Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni
  • 3. Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni
  • 4. Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali
  • 5. Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti
  • 6. Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse
  • 7. Far funzionare la giustizia
  • 8. Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne
  • 9. Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni
  • 10. Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo

Rileggiamo in particolare come era articolato il punto 10, che era decisivo per il raggiungimento di tutti gli altri obiettivi:

  • Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute.
  • Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l'obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet.
  • La stessa "questione meridionale" va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell'ultimo mezzo secolo.

Serviva (servirebbe ancora) un civismo riformista, repubblicano, europeista, non un altro partito centralista

La rilettura di articoli e riflessioni dei due entusiasmanti anni di Fare-FID ha confermato ai nostri occhi l’attualità di una cruda constatazione: la Repubblica Italiana e l’intera Unione Europea avrebbero bisogno di essere più spesso scosse da candidature civiche provenienti dal basso, dai territori, dalla società civile, mentre proprio non si sente il bisogno della fondazione di nuovi partiti, tanto meno di nuovi partiti centralisti.

Oscar Giannino e molti di Fare-FID, ma anche esponenti delle articolazioni territoriali di Italia Futura, di Zero+ (Zero Positivo), Civicum, Costituente liberale, Fondazione Oltremare, Indipendenti per Monti, lo avevano in parte intuito.

Sul finire del 2012 queste realtà andarono molto vicine alla formazione di una lista civica per l’intera repubblica, su basi di confederalismo politico e ospitale per gli ideali federalisti, con pratiche democratiche di selezione dal basso dei candidati e dei leader. Giannino l’avrebbe forse chiamato “fronte per la crescita”, visto che i temi economici e sociali erano in cima alla sua agenda.

Mancò il tempo, mancarono i finanziamenti, mancò l’adesione di molti territori che avrebbero dovuto esprimere i propri leader locali, capaci di esporsi in una lotta davvero impari, in uno stato come il nostro in cui i media non assicurano mai “par condicio” e in cui le leggi elettorali sono congegnate per escludere candidati civici, locali, indipendenti.

Prima di venire linciato per non essere un “laureato”, Oscar Giannino aveva espresso con chiarezza il suo rifiuto dell’idea che partiti, movimenti e gruppi politici debbano avere una linea definita su ogni voce dell’enciclopedia dei problemi delle comunità e del mondo. Si devono piuttosto fare avanti gruppi di persone, organizzate democraticamente territorio per territorio, che si uniscano in vista degli appuntamenti elettorali per lanciare una proposta politica e programmatica.

Mentre la prospettiva di una rete di civismo liberale, federalista, riformista, che si faccia “lista civica” per l’intera Repubblica è più attuale che mai, non servivano allora, non servono oggi, non serviranno in futuro altri partiti o partitini centralizzati e centralisti. Su questo dovrebbero riflettere tanti reduci dell'ex Terzo Polo, i "Drin Drin", i gruppi liberaldemocratici che si stanno raccogliendo attorno a Luigi Marattin. Se i liberali riformisti e federalisti, dopo tanti anni, non sono riusciti a fare un "partito", mentre qualche volta sono riusciti a fare una "lista" utile a portare nelle istituzioni personalità competenti e indipendenti, un motivo ci sarà.

 

2013 01 29 bruno bozzetto x fermare il declino estratto

(Bruno Bozzetto per Oscar Giannino, 2013)

 

FARE PER FERMARE IL DECLINO: UNA METEORA LIBERALE MA ANCHE FEDERALISTA

Imola, 22 novembre 2024, Santa Cecilia

a cura del Gruppo di studio interterritoriale del Forum 2043

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Fare_per_Fermare_il_Declino

https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_Futura

https://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/20387FareFermareDecli.pdf

http://diversotoscana.blogspot.com/2012/09/manca-il-territorio.html

http://diversotoscana.blogspot.com/2012/10/giannino-per-le-primarie-e-luninominale.html

http://diversotoscana.blogspot.com/2013/01/giannino-unchained.html

https://www.linkiesta.it/blog/2012/11/il-declino-di-fermare-il-declino/

 

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Hommage à Denis de Rougemont

  • Autore: A cura di Lorenzo Luparia (Nouvelle Tendance Vallée d'Aoste pour le fédéralisme intégral) - Aosta, 3 maggio 2023

 

Hommage à Denis de Rougemont -prophète du liberté, confédéralisme, écologie, paix

(Omaggio a Denis de Rougemont - profeta di libertà, confederalismo, ecologia, pace)

Introduzione

La Francia, pur essendo la patria di Tocqueville e di Proudhon, non è certo stata un terreno fertile per il confederalismo e le autonomie. Eppure anche nell’ “esagono”, anche e forse soprattutto per via del magnetico cosmopolitismo di Parigi, fra le due tragiche guerre mondiali si crea un vivace milieu in cui si discutono principi forti e idee radicali per abolire il "désordre établi" dal militarismo, dall’industrialismo, dalle crisi del capitalismo, dal colonialismo e dall’autoritarismo. Si getta il cuore oltre il terribile presente, per immaginare un futuro in cui sia restituito il giusto riconoscimento alla persona umana libera, nel rispetto delle diversità, contro le dittature di destra e di sinistra, contro "l'Etat-monstre", contro il materialismo. Questi imperativi spirituali spingono verso riflessioni politiche anticentraliste e post-stataliste, per una vita sia sociale che politica organizzata secondo principi di sussidiarietà in comunità non gerarchizzate ma confederate.

Una serie di figure significative partecipa a questa tensione personalista, comunitaria, confederalista, ma anche libertaria, antimilitarista, antitotalitaria: Alexandre Marc, profugo fuggito da Odessa, il cui nome alla nascita era Alexandre Lipiansky; Arnaud Dandieu e Robert Aron, di cultura laica, radicale e proudoniana; Daniel-Rops e Paul Flamand, cattolici; Jean Jardin, maurassiano; Pierre Prévost, operaio anarchico; Claude Chevalley, uno degli scienziati matematici del gruppo Bourbaki; Julien Benda, ebreo assimilato e cosmopolita (che resterà però a lungo illuso dalle suggestioni del comunismo reale); Henri Brugmans, federalista olandese; Emmanuel Mounier e Jacques Maritain, figure di riferimento del personalismo comunitario; Albert Camus, il ribelle antitotalitario, che non imparò il federalismo dai libri, ma dai suoi incontri con Robert-Édouard Charlier, Ignazio Silone, Nicola Chiaromonte.

Queste persone promuovono cenacoli ed iniziative culturali, spesso effimere. In una di esse, l'Ordre Nouveau, convivono il vulcanico neocattolico Alexandre Marc, l’ebreo Robert Aron, il protestante svizzero Denis de Rougemont. La loro collaborazione produce un pensiero che resiste alla crisi politica europea attraverso soluzioni distinte sia dall’ideologia liberale classica sia dall’ideologia comunista. Ordre nouveau annovera tra i suoi membri quelli che saranno i fondatori del movimento federalista per una Europa e per un mondo uniti, contro la minaccia di una terza guerra mondiale, l’antigenesi atomica che porrebbe fine all’umanità.

Denis de Rougemont

Denis de Rougemont (1906 – 1985), anche in quanto filosofo e saggista di lingua francese ma proveniente da un paese concretamente confederale come la Svizzera, dalla cui vicinanza sono influenzati gli autori della Carta di Chivasso, è forse quello che più costantemente, nel secondo dopoguerra, si spenderà per un federalismo integrale come unica alternativa per salvare le autonomie personali e comunitarie nella modernità. Denis de Rougemont, nella Politique de la Personne, definisce i federalisti personalisti “anticapitalisti dichiarati, ma senza adottare la collettivizzazione astratta voluta dai soviet; antinazionalisti e tuttavia patrioti; federalisti sul piano politico europeo e personalisti sul piano morale”. Federalismo e personalismo ritengono che le regole del gioco politico classico siano truccate dal “fatalismo” della destra e dal “volontarismo” della sinistra, entrambe compromesse in stati e politiche invecchiate e arretrate rispetto ai bisogni delle persone e delle comunità.

Per maggiori dettagli sulla straordinaria avventura di vita, le opere, gli impegni personali, professionali, civili e politici di Denis de Rougemont, si rinvia ai collegamenti di approfondimento. Qui ci limitiamo a ricordare qualche spunto che ne rivela la capacità di essere un anticipatore di tematiche decentraliste e ambientaliste più attuali che mai.

L’odierna società è dominata da un “Pensiero Unico”, le cui radici affondano nell’applicazione di una ideologia neoliberista che, applicata all’intero pianeta e a ogni bene umano, finisce per essere mostruosa. Ha provocato la mercificazione e l’asservimento dell’essere umano, nonché l’oblio della dignità della “persona” e delle comunità in cui essa si esprime. La persona, invece, non è solo un “individuo” (dal latino individuus, calco del greco ἄτομος cioè atomo). La persona esiste piuttosto nelle sue relazioni e su un territorio in cui, assieme agli altri, si assume responsabilità.

Contro il “désordre” portato dalla mercificazione di tutto, si staglia la figura del federalista integrale dello svizzero Denis De Rougemont, fautore di una confederazione solidale di popoli, regioni, territori. Ben diversa e anzi da sempre opposta al progetto di “Unione Europea degli stati” sostenuto dalle elite tecno-finanziarie globali. Un regime, quello dei vecchi stati europei e della loro tecnocratica unione, che è sempre troppo alto e lontano per riuscire a prendersi cura del “benessere” e delle aspettative dei suoi cittadini (più che altro le attuali strutture politiche dei centralismi nazionali e del neocentralismo europeo sembrano vedere solo uno sterile e miope “ben-avere”).

Leggere, approfondire, studiare Denis De Rougemont ancora oggi è importantissimo, per riscoprire una interiorità oltre che le potenzialità presenti in ciascuno di noi e nelle nostre comunità, che ci permetteranno di riappropriarci della nostra vita e di influire positivamente sull’avvenire delle generazioni future.

Come scriveva Albert Camus, il nostro compito è essere responsabili e vivere sino in fondo la propria “assurda vita” ed evitare di soccombere a questa tetra sedicente “società civile”, nella quale gli esseri umani non sono altro che atomi distanti tra loro.

Denis De Rougemont, filosofo, sociologo, scrittore, in tutta la sua vita sino alla morte si adoperò per la riscoperta della “persona”, opponendosi ai “Terribles Semplificateurs” che elevano a scopo ultimo il sistema politico degli stati e delle tecnocrazie internazionali, riducendo la creatura umana a mezzo.

Riportiamo l’importante e toccante dialogo tra Denis De Rougemont e Alexandre Marc, avvenuto tre giorni prima della morte di Denis:

Denis De Rougemont: “Non abbiamo ancora fatto grandi cose. Mi ascolti, Alexandre? Non abbiamo ancora fatto nulla. Bisogna ricominciare tutto… e poi andare molto più lontano… cercare l’efficacia, che ci è mancata fino qui. Stai ascoltando?…

E Alexandre Marc risponde: “Benché troppo anziano ora per ricominciare tutto, e cosciente del declino inesorabile della mia energia e della mia efficacia, ti prometto, Denis, che farò del mio meglio per, almeno, sforzarmi di andare un po’ più lontano. Un piccolo passo modesto. Un passo esitante. Un passo da vecchio uomo. Ma abbozzato, tentato, intrapreso, nella buona direzione. Quella da cui ci siamo lasciati volentieri trasportare. E che ci ha spinto ad avviare il passo. Sì, ci ha illuminato, ispirato, e parzialmente guidato. Quella, per dirla tutta, che noi abbiamo voluto. …Verso una luce che non si spegne mai!”.

Alcuni estratti dalla lettera agli Europei

Riportiamo, senza pretese filologiche o antologiche, alcuni brevi estratti della pubblicazione “LETTERA APERTA AGLI EUROPEI” (1970), tradotti in italiano, riguardanti la “visione” di una nuova Europa dei popoli e delle regioni, sostenuta dal paradosso della “persona” eroicamente solitaria ma testardamente solidale.

Europei, Europei!

Abbiamo molto da fare insieme, e senza indugio.

Mi hanno detto che non esisti Europa!

Mi dicono che in Europa ci sono solo francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, albanesi, ecc., e che gli "europei" sono solo una fantasia.

In quanto tale, non esistono “svizzeri”, ma solo cittadini di ventidue stati sovrani chiamati “cantoni”.

Non ci sono francesi, ma bretoni, baschi, occitani, alsaziani, nizzardi, valdostani, piemontesi, borbonesi, toscani, bernesi, savoiardi, lorenesi, corsi e molti altri.

La Francia, la Svizzera e le altre nazioni non sono affatto fantasie, ma realtà ben segnate sulle carte geografiche e delimitate da cordoni doganali.

Tuttavia, sono più transitorie di Bretagna, Castiglia, Scozia o Berna, che certamente sopravviveranno loro.

Il problema si riduce a questo:

– o siete francesi prima e per sempre, o cecoslovacchi, o svizzeri, e credete di dover rifiutare l'unione dell'Europa per questo: ma un giorno scoprirete – o i vostri figli – che non siete più veramente francesi, cecoslovacchi, o svizzeri, che siete solo per titolo onorifico, per cortesia o per semplice routine amministrativa sopravvivendo alle condizioni di fatto, guarda caso, perché sarete invece “americani” o “sovietici” per obbligata fedeltà, economica, sociale o ideologica;

– oppure scegli l'Unione dell'Europa, e trovi l'unica forza capace di salvaguardare il tuo essere nazionale e regionale, i tuoi modi di essere diverso, il tuo diritto a rimanere te stesso.

In altre parole: se non esistete come europei, non esisterete più, o non esisterete a lungo, come francesi, cecoslovacchi o svizzeri.

Sarete colonizzati uno dopo l'altro, e impercettibilmente distorti dal dollaro o dai vostri partiti comunisti, come lo siete stati, non molto tempo fa, dal nazionalsocialismo.

Non esisterai più, per non aver riconosciuto che spetta a te esistere - visto che, in fondo, ci siete già, ci siete tutti da secoli, e si tratta solo di riconoscerlo! Coloro dunque che dicono che non esisti avranno ragione finché manterranno le divisioni. Perché esisterete solo Uniti!.

Si può fare l'Europa?

E come?

L'unione dell'Europa si può fondare sull'unità culturale che forma e che l'ha formata per due o tre millenni.

Vedo che questa unità è paragonabile a quella di un corpo organizzato: è fatta di diversità e tensioni, non è affatto omogenea/omologata.

Vedo che la traduzione di questi dati fondamentali in termini politici di istituzioni non può che essere il “Federalismo”, un metodo di “Unione delle diversità”, radicalmente contrario al metodo di unità attraverso l'uniformità che fu quello di Luigi XIV, dei giacobini, di Napoleone e dei nostri stati totalitari di tutti i colori.

Vedo che la formula sacra, seppur moderna, dello Stato-nazione che pretende di essere assolutamente sovrana (i suoi capi hanno il diritto di far massacrare milioni di uomini e donne in guerre che sono sempre "giuste" per definizione, delle due parti), vedo che questo Stato-Nazione, che conserva nella mente di tutti i nostri uomini di governo l'invincibile realtà di un riflesso condizionato dalla Scuola, dalla Stampa e dall'Esercito, costituisce il dogma centrale di una religione che è radicalmente e per sempre incompatibile con ogni soluzione federalista, cioè con ogni cura al male mortale che essa procura.

È lo stato-nazione che ha creato i tragici problemi dell'Europa – ed è lo stato-nazione che vieta di risolverli.

Fare Europa presuppone quindi il disfacimento dello Stato-nazione a vantaggio delle REGIONI da un lato, e della loro FEDERAZIONE dall'altro, queste due realtà complementari che hanno come fine non il potere collettivo, ma la massima libertà degli individui.

Il pericolo bianco

Di fronte al prevedibile declino o metamorfosi del pericolo rosso, camuffato dai russi da pacifica convivenza - un nome che avrebbe fatto rabbrividire Lenin! — si parla ancora di un pericolo giallo, in attesa del pericolo nero. Ci credo poco. La nostra eclissi non è niente che la nostra cecità nei confronti dei nostri poteri e della nostra vocazione. Agli occhi del mondo esiste un solo grave pericolo: “IL PERICOLO BIANCO”.

La civiltà europea, divenuta globale, è infatti minacciata solo dalle malattie che essa stessa ha prodotto e propagato.

È nelle sue fonti, è al centro della sua vitalità creatrice, è in Europa, che questo pericolo va scongiurato.

Perché ciò che ci minaccia dall'esterno è anche ciò che ci insidia all'interno.

Ciò che i popoli d'oltremare ci oppongono è ciò che noi stessi opponiamo alla nostra vocazione universalista: nominerò il nazionalismo e la superstizione materialista.

Potere o libertà

Queste ricette di saggezza rimarranno nulle fintanto che la “buona volontà europea” mescolerà dichiarazioni inneggianti all'unità con professioni di fede nazionaliste.

Tra l'unione dell'Europa e gli stati-nazione sacri, tra uno dei bisogni umani più concreti e il culto prolungato di un mito, bisogna scegliere.

Per la prima volta nella storia, l'uomo si vede oggi nella condizione di scegliere liberamente il proprio futuro.

Fino ad ora non ci sono state scelte economiche o anche politiche a lungo deliberate, concertate a lungo termine: bisognava lottare per sopravvivere.

Oggi che il necessario è assicurato, lottiamo per il controllo di zone di influenza più ideologiche che commerciali e lavoriamo per il profitto, che in fondo è superfluo.

Ma quando questa scelta del nostro futuro è libera, siamo costretti a farlo, a nostro rischio e pericolo!

Qui siamo costretti a chiederci cosa ci aspettiamo dalla nostra vita e dalla vita in società, cosa vogliamo veramente, principalmente, e costretti a fare progetti di conseguenza.

Vogliamo, ad esempio, elevare a tutti i costi il nostro “tenore di vita” quantitativamente – o vogliamo piuttosto salvaguardare un certo “modo di vivere”, qualitativamente?

Vogliamo contribuire a tutti i costi all'aumento indefinito del PNL (prodotto nazionale lordo) - o piuttosto ricreare un habitat dignitoso, una comunità viva?

E quale prezzo siamo disposti a pagare per questo?

Il prezzo di certe libertà o il prezzo di un nuovo aumento del comfort?

Questi dilemmi si pongono oggi a tutti i popoli avanzati rispetto all'industria e alla tecnologia.

E li costringono a porre domande difficili, persino strazianti, sul senso stesso della vita...

Più specificamente, in Europa, dobbiamo decidere se la nostra unione mirerà al “potere collettivo”o “alla libertà individuale”.

Una regola d'oro del federalismo

Parlando della progressiva costituzione di strutture federali in Europa, Louis Armand (già partigiano francese, brillante ingegnere ferroviario e primo presidente dell’Euratom, ndr) ha recentemente formulato una regola d'oro che trova qui la sua maggiore applicazione:

Sviluppiamo insieme ciò che è nuovo. Lasciamo da parte i retaggi del passato la cui unificazione richiederebbe troppo tempo, richiederebbe troppe energie e solleverebbe troppe opposizioni.

Avevo appena scritto dalla mia parte:

L'unione, per due Stati-nazione, non è mai altro che un ripiego, anche un espediente disperato (come ad esempio l'unione di Gran Bretagna e Francia proposta da Churchill nel giugno 1940), in altre parole: non è mai altro che una dolorosa concessione alla necessità, quando ci si sente troppo deboli o per sussistere da soli, o per dominare e assorbire il prossimo.

Se vogliamo unire l'Europa, dobbiamo partire da qualcosa di diverso dai suoi fattori di divisione, dobbiamo costruire su qualcosa di diverso dagli ostacoli all'unione; operare su un altro piano rispetto a quello, appunto, dove il problema si rivela insolubile.

Dobbiamo basarci su ciò che è destinato a diventare “domani” la vera realtà della nostra società, e con questo designerò un'unità di tipo nuovo, più grande e complessa della città antica, ma più densa, meglio strutturata e capace di offrire un ambiente di partecipazione civica migliore della nazione, come ci ha lasciato in eredità il secolo scorso: LA REGIONE.

Solitario e solidale

Posto così il nostro modello di pensiero federalista a chiave della storia europea, resta da individuare i principali ambiti della realtà moderna, dove ritroviamo le strutture tipiche di un problema federalista.

Alla base della nostra analisi poniamo una concezione dell'uomo analoga al modello bipolare posto dal Concilio di Calcedonia. La persona umana, concetto desunto dai dogmi relativi alle tre Persone divine, e specialmente alla seconda, ci servirà da modulo. La persona umana è l'uomo considerato nella sua duplice realtà di individuo distinto e di cittadino impegnato nella società. Dotato di libertà ma di responsabilità, entrambi solitari e solidali (secondo la parola di Victor Hugo ripresa da Camus), distinto dal gregge da una vocazione il cui esercizio lo collega alla comunità, quest'uomo si costituisce nella dialettica degli opposti, e questo carattere sarà trasmesso a tutti i gruppi che formerà con altri uomini, suoi simili.

Questi gruppi devono essere a loro volta autonomi e uniti: anche per loro l'uno non andrà senza l'altro, molto meglio: l'uno - la solidarietà - sarà la garanzia dell'altro - l'autonomia.

Note finali

Per chi volesse approfondire l’opera e la figura di Denis De Rougemont:

- per iniziare https://it.wikipedia.org/wiki/Denis_de_Rougemont

- il sito a lui dedicato dall’Università di Ginevra https://www.unige.ch/rougemont/

- il testo della lettera agli Europei https://www.unige.ch/rougemont/livres/ddr1970loe

Un ultimo paio di citazioni memorabili di Denis de Rougemont, tratte da «La Suisse, ou l’histoire d’un peuple heureux» (1970):

 

[Citant Victor Hugo en conclusion:]
’’Dans l’histoire des peuples,
la Suisse aura le dernier mot,
encore faut-il qu’elle le dise
’’

« Certes le fédéralisme est le contraire d’un système.
Ce n’est pas une structure abstraite et géométrique,
ce n’est pas un poncif à transporter.
Mais il ne va pas sans principes,
et ceux-ci m’apparaissent susceptibles d’être appliqués
à l’échelle de l’Europe, mutatis mutandis bien entendu:
c’est précisément la méthode du fédéralisme authentique.
»

* * *

A cura di LorenzoLuparia
(Nouvelle Tendance Vallée d'Aoste pour le fédéralisme intégral)

Aosta, 3 maggio 2023

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Omaggio alla Catalogna e alla Svizzera

  • Autore: Giancarlo Pagliarini - Barcellona, 23 dicembre 2017 - Chivasso, 23 dicembre 2023

Proprio nei giorni in cui onoravamo gli 80 anni della Carta di Chivasso e si allargava il patto Autonomie e Ambiente, grazie all’apporto dell’Alleanza per l’Autonomia, Giancarlo Pagliarini (che dell'Alleanza è presidente onorario) ci ha inviato una sua raccolta di appunti della fine del 2017, che ci riporta in Catalogna nei giorni drammatici della repressione centralista del governo spagnolo, e ci ricorda di guardare alla Svizzera, per il futuro del nostro confederalismo. Sono passati ormai più di sei anni, ma lo scritto è assolutamente attuale e anzi importante per prepararci al confronto politico-elettorale del 2024, contro tutti i centralismi, per il confederalismo, per l’Europa dei popoli, per la pace e la prosperità di tutti i territori. Negli appunti di Giancarlo Pagliarini è citato Raül Romeva, già ministro catalano ai tempi del referendum di autodeterminazione, poi prigioniero politico incarcerato e oggi uno dei due spitzenkandidaten di EFA per le elezioni europee 2024, insieme a Maylis Roßberg.

Omaggio alla Catalogna e alla Svizzera

In questa fine 2017, Madrid ha sostituito il Governo eletto dai cittadini catalani con dei suoi rappresentanti e ha messo in prigione, oltre ai politici accusati di “disobbedienza”, anche i presidenti delle associazioni culturali catalane. Ho amici a Barcellona, che sono anziani e moderati, ma hanno paura quando pensano a ciò di cui è capace Madrid. Ci parlano di continue provocazioni, come quella dello scorso sabato 21 aprile all'ingresso dello stadio di Madrid per la finale Barcellona-Siviglia della Coppa del Re, quando la polizia ha vietato l'ingresso ai tifosi del “Barca” che indossavano una maglia gialla. Perché il giallo è il colore simbolo della volontà di autogoverno della Catalogna. Assurdo, incredibile, come siamo potuti arrivare a questo livello di repressione?

Nel 1931 era stata proclamata la Repubblica Catalana all’interno della Federazione iberica. Lo voglio ricordare perché dà fastidio leggere che i Catalani solo adesso vogliono più autonomia o la secessione perché sono diventati “ricchi” e non vogliono mantenere i territori più poveri. È una sciocca semplificazione.

La proclamazione del 1931 aveva anche allora spaventato il governo. Quei signori, a mio giudizio molto più civili di Mariano Rajoy e del re Filippo VI, mandarono da Madrid a Barcellona tre ministri con il compito di trovare una mediazione. Fu così che nacque la Generalitat de Catalunya, dotata di un’ampia misura di autogoverno. Purtroppo, com’è noto, conclusa la Guerra civile spagnola nel 1939, la dittatura militare franchista abolì le istituzioni catalane. Più di 200.000 catalani andarono in esilio. Il presidente della Catalogna Lluis Companys venne assassinato. Venne vietato l’uso della lingua catalana e iniziò un lungo ciclo di oppressione. In pratica da quel momento in Catalogna dovevi avere il permesso di Madrid anche per respirare.

Morto Franco nel 1975, però, di autonomie si è dovuto tornare a parlare, perché esse erano e sono nella storia e nella geografia della Spagna (e in realtà di ogni paese del mondo). Con il compromesso costituzionale del 1978, lo stato spagnolo è tornato a essere formato da 17 comunità (spesso coincidenti con le regioni storiche) e da 2 città autonome (Ceuta e Melilla), ponendo fine, almeno in linea di principio, al centralismo franchista.

Il primo statuto di autonomia della Catalogna non soddisfaceva pienamente il popolo catalano, perché non ne riconosceva pienamente l’identità e la diversità all’interno di una Spagna e di un’Europa plurali.

Nel 2003 la stragrande maggioranza dei membri del parlamento catalano s’impegnò a varare uno statuto di autogoverno più avanzato. Non c’era alcuna volontà di secessione unilaterale. Il primo ministro spagnolo, allora il socialista Zapatero, si era impegnato a supportare il nuovo statuto della Catalogna. Il nuovo testo fu varato in Catalogna nel 2005 (con 120 voti su 135 membri del parlamento locale) e presentato a Madrid. Nel maggio del 2006 le due camere del parlamento spagnolo lo approvarono, non senza averlo ritoccato per ridurre alcune autonomie e quindi non senza polemiche. Tuttavia il testo emendato da Madrid fu comunque approvato dai cittadini catalani con il referendum del 18 giugno 2006 e promulgato dal re di Spagna. La Catalogna veniva finalmente riconosciuta come una nazione all’interno dello stato spagnolo. Nel 2006, al meglio delle mie conoscenze, i secessionisti in Catalogna non erano più del 10% della popolazione.

Purtroppo, però, il centralismo non si dà mai per vinto. Quattro anni dopo, il 28 giugno 2010, la corte costituzionale spagnola (con una decisione presa da una maggioranza di 6 membri contro 4) prese la gravissima decisione di riscrivere 14 articoli dello statuto di autonomia approvato quattro anni prima dal parlamento di Madrid e dai cittadini catalani. Oltre a riscrivere i 14 articoli, decretò anche la “reinterpretazione” di altri 27. La “nazione catalana” fu cancellata. Questo rigurgito di spagnolismo era promosso dal Partito Popolare di Mariano Rajoy, in particolare.

Cosa ne hanno ricavato i centralisti, da questa corsa a chi è più “spagnolo”, più nazionalista, più centralista, più monarchico? Da allora in Catalogna il numero degli indipendentisti ha cominciato a crescere. Persone di sinistra, centro, destra, movimentiste e indipendenti, hanno unito le loro forze fino a formare una stabile maggioranza assoluta di catalani che vogliono il pieno autogoverno in una Europa diversa. Altro che rivendicazioni economiche, altro che lotta per trattenere un po’ di tasse su un territorio (peraltro economicamente già prospero). Come sta avvenendo ovunque nel mondo globalizzato, scatta in tante persone comuni la voglia di fare la differenza, di salvare la propria diversità, di avere più dignità e più autogoverno.

Ricordiamo un episodio fra i tanti: alla “Diada” (festa nazionale dell’identità catalana) dell’11 Settembre 2012 più di 1,5 milioni di cittadini (su circa sette milioni di residenti) avevano protestato contro la svolta centralista decisa dalla corte costituzionale e avevano cantato slogan che inneggiavano alla Catalogna come stato autonomo all’interno dell’Unione Europea.

Dopo le elezioni catalane del novembre 2012, 107 membri del Parlamento su 135, in reazione al comportamento centralista di Madrid, si espressero a favore dell’organizzazione di un referendum per l’indipendenza. Alla Diada dell’11 Settembre 2013 gli attivisti per l’autogoverno della Catalogna formarono una catena umana di 400 km dal nord al sud del territorio.

L’allora presidente della Generalitat, Artur Mas, tentò di negoziare col governo di Madrid lo svolgimento di una consultazione per l’autodeterminazione della Catalogna, trovandosi di fronte a un muro, eretto dal re e dalle istituzioni centrali.

Nel gennaio 2014 il Parlament della Catalogna aveva chiesto formalmente al governo di Madrid di trasferire a Barcellona i poteri necessari per organizzare un referendum sulla indipendenza, come Westminster aveva appena fatto con la Scozia. Richieste simili, prima del referendum del 1 ottobre 2017, erano state reiterate ben 18 volte.

L’11 settembre 2014 si svolse la Diada numero 300 (perché la data di riferimento è sempre stata la data storica dell’11 Settembre 1714, la resistenza catalana contro l’impero asburgico di allora). I discorsi ufficiali erano stati fatti alle ore 17.14 del pomeriggio e da allora al minuto 17.14 delle partite del Barcellona al Camp Nou tutto lo stadio, come un sol uomo, grida “Independencia”. A quella Diada avevano partecipato 1,8 milioni di persone. Con i colori giallo oppure rosso delle magliette dei partecipanti, che formavano una bandiera catalana vivente, formata da cittadini (locali e provenienti da tutta Europa), era stata formata a Barcellona una enorme “V”, che stava per “VOTO“. Il vertice era nella nuova Plaça de les Glòries Catalanes e le due gambe erano lungo la Diagonal e lungo la Gran Via. Intanto da Madrid sempre il solito assordante silenzio, come se non fosse successo niente.

A differenza di Londra, Madrid ha continuamente rifiutato il permesso di svolgere un referendum. Per i Catalani e per i loro concittadini europei che credono nella parola “libertà” questo è stato un comportamento assurdo.

Il parlamento catalano il 18 Settembre 2014 decise di “consultare i cittadini”. Il 27 Settembre il presidente Artur Mas aveva firmato il decreto per la consultazione, che poi avverrà il 9 novembre. Solo due giorni dopo la firma, il 29 settembre, ecco che la corte costituzionale interviene per sospendere anche la consultazione popolare decisa dal parlamento catalano, ignorando che, fra l’altro, il 4 ottobre 2014 ben 920 sindaci catalani, su un totale di 947, erano andati a Barcellona ad esigere la consultazione fissata per il 9 novembre.

Dieci giorni dopo, il 14 Ottobre 2014, la corte costituzionale aveva sospeso anche la “consultazione popolare”. Scattò un piano di riserva: si decise di chiamarla “partecipazione dei cittadini alle decisioni” . Questa era una procedura prevista dallo statuto di autonomia, quello decapitato dalla corte costituzionale il 28 Giugno 2010.

Il 4 Novembre 2014 la corte costituzionale sospendeva anche la “partecipazione dei cittadini alle decisioni”. Incredibile ma è successo: in Europa, in questa secolo XXI, uno stato continua a impedire a cittadini di esprimersi, pur vigendo un diritto europeo che tutela forse poco le autonomie ma sicuramente i diritti politici di tutti i cittadini.

In reazione alle sospensive della corte centralista, intervenivano molte organizzazioni non governative catalane. Prendevano in mano la situazione e organizzavano loro il referendum, che si è regolarmente svolto il 9 novembre 2014. Hanno votato più di 2,3 milioni di cittadini, con questi risultati: 80,76% per l’indipendenza, il 4,54% per lo status quo, il 10,07% per cambiare ma non necessariamente con un processo di indipendenza. Il resto, 4,63%, erano schede nulle.

Tre giorni dopo, il 12 novembre 2014, Madrid rompeva il silenzio e Rajoy diceva che quello del 9 novembre non era stato un voto democratico ma un atto di propaganda politica. Avevano votato in 2,3 milioni ma questa non era considerata una informazione importante. Dopo meno di due settimane, il 21 novembre 2014, lo stato spagnolo incriminava il Presidente Mas, due dei suoi ministri e alcuni funzionari perché non avevano bloccato il referendum e per altri “delitti”.

Il 27 Settembre 2015 si tengono nuove elezioni in Catalogna. I partiti a favore dell’indipendenza avevano il 47,8% dei voti. Il 13,1% era andato a partiti a favore del principio di “autodeterminazione”. In totale, queste due aree politiche avevano una solida maggioranza del 60,9%. Gli “unionisti” attaccati al centralismo di Madrid avevano raccolto solo il 39,1%.

Nel marzo del 2017 l’ex presidente Artur Mas era stato formalmente condannato per il referendum del 9 novembre 2014 e ancora sono in corso altri 400 processi per gli stessi “delitti”, cioè per aver voluto far votare i cittadini.

Il 22 Maggio 2017 il nuovo presidente Puigdemont, il vicepresidente Junqueras e il ministro degli esteri Romeva (nella foto sotto) erano andati ancora una volta formalmente a Madrid a chiedere di poter far esprimere i cittadini, ottenendo da Rajoy lo stesso monotono rifiuto.

2017 Raul Romeva spiega

A questo punto il 9 giugno 2017 Carles Puigdemont annunciava che i Catalani dovevano poter votare, che si sarebbe svolto un referendum e che la domanda sarebbe stata “Vuoi che la Catalogna diventi una Repubblica indipendente?”

Il parlamento catalano aveva approvato la legge sul referendum che si sarebbe poi svolto il 1 Ottobre 2017. Era la legge numero 19/2017, composta da 34 articoli. L’articolo 1 faceva riferimento ai diritti civili e politici, economici, sociali e culturali approvati dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 19 dicembre 1966. L’articolo 4, comma 4, prevedeva che, se avessero vinto i “SI” “dins els dos dies següents a la proclamació dels resultats oficials per la Sindicatura Electoral, celebrarà una sessió ordinària per efectuar la declaració formal de la independència de Catalunya, concretar els seus efectes i iniciar el procés constituent”. Il comma 5 invece prevedeva nuove elezioni se avessero vinto i “NO”.

Il 1 ottobre 2017 hanno stravinto i “SI” e il 27 ottobre il parlamento catalano ha approvato la dichiarazione di indipendenza.

Un’amica che ha partecipato come osservatore internazionale al referendum del 1 ottobre ha scritto: “Quanti occhi lucidi ho incrociato domenica scorsa…Ho visto abbracciare le urne elettorali, ho visto anziani in sedia a rotelle accompagnati dai figli e ho visto anziani infermi che di fronte all’urna hanno voluto alzarsi, sorretti dai volontari...” . Ecco, è necessario capire per quali motivi tante persone sono andate a votare il primo di ottobre, rischiando e prendendo le botte della Guardia Civil. Le ho viste coi miei occhi, assieme ad altri 200 “osservatori internazionali”, parlamentari o ex parlamentari degli altri stati membri dell’UE. Ci chiedevano di non andare via perché altrimenti “ci avrebbero picchiati”. E da altri seggi ci telefonavano: “Venite, aiuto, stanno arrivando, quelli della Guardia Civil. Ci picchiano. Portano via le urne...”. Incredibile, eppure questo scenario da regimi del secolo scorso, è questa Europa nell’anno 2017.

Su una cosa voglio insistere: non ho mai sentito un catalano lamentarsi di tasse o altro, ma solo e sempre di dignità e autogoverno. L’Unione Europea non può non discutere di questi argomenti o parlarne solo alla luce di interessi, o di paure, o di appartenenze politiche.

Dopo la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre 2017, applicando per la prima volta nella storia l’articolo 155 della costituzione spagnola , il governo di Mariano Rajoy ha sostituito il governo eletto dai Catalani con dei suoi rappresentanti, che hanno poi organizzato nuove elezioni.

Le nuove elezioni si sono regolarmente svolte il 21 dicembre 2017 e ancora una volta i partiti indipendentisti hanno conquistato la maggioranza. Il resto ormai è cronaca quotidiana. Madrid continua a provocare e a usare la forza. Aiutata dal silenzio o addirittura dalle parole di appoggio di Tajani e di altri vertici della UE.

Dal 16 ottobre, tra i tanti altri, sono in prigione Jordi Cuixart, il presidente della associazione culturale Omnium (costituita negli anni 60 con l’obiettivo di studiare e promuovere la lingua e la cultura catalana) e Jordi Sànchez, presidente della associazione culturale ANC (Associazione Nazionale Catalana), costituita nel 2011. I due Jordi sono indagati di “sedizione”, un reato punito con decenni di carcere.

Si possono dire tantissime cose a favore o contro quello che sta succedendo in Catalogna, ma penso che la politica di “non parlarne” sia decisamente sbagliata: a mio giudizio riguarda molto da vicino tutta Europa e certamente non “solo la Spagna”. Il nostro sistema è basato su mercato e democrazia, da Teheran in giù abbiamo tanti nemici ma siamo capaci di farci male anche da soli. La mia impressione è che i signori che stanno guidando l’auto dell’UE sono concentrati sullo specchietto retrovisore ma non guardano né davanti né di lato.

Davanti e intorno a noi, invece, c’è tanto altro. E non è neppure lontano, basta andare in Svizzera. Come Barcellona e Madrid, anche Interlaken e Lugano sono diversissimi. Anche loro non parlano la stessa lingua. Ma a differenza di Barcellona e Madrid lavorano assieme per trasferire a figli e nipoti un sistema paese che funziona. E ci riescono. Perché in quello stato federale i cittadini sono informati e consapevoli. Riescono a fare la differenza. C’è sana competizione a tutti i livelli. Il sistema svizzero è molto meno permeabile ai centralismi del nostro tempo. La forma direttoriale di governo, fondata sulla ben nota “formula magica” (la responsabilizzazione di tutte le forze nel governo federale), è senza dubbio di gran lunga superiore ai sistemi politici in cui due parti politiche si alternano ciclicamente al potere, in una apparente competizione che è in realtà una gara a chi è più centralista.

Il modello svizzero ci insegna a trasformare gli attori, anche quelli più competitivi, in una squadra (Parag Khanna. “La rinascita delle città-stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”. Capitolo 3: Sette presidenti sono meglio di uno).

Le chiusure nazionalistiche ed egoistiche caratterizzano i vecchi stati-nazione, non certo la Catalogna, o il Veneto, o la Scozia, o altre parti d’Europa stanche della antistorica, assurda e irrazionale cultura centralista.

C’è da liberarsi dei miti del centralismo. Nel 1994 Kenichi Ohmae scriveva: “I governi nazionali tendono tuttora a considerare le differenze tra regione e regione in termini di tasso o modello di crescita come problemi destabilizzanti che occorre risolvere , anziché come opportunità da sfruttare. Non si preoccupano di come fare per aiutare le aree più fiorenti a progredire ulteriormente , bensì pensano a come spillarne denaro per finanziare il minimo civile. Si domandano se le politiche che hanno adottato siano le più adatte per controllare aggregazioni di attività economiche che seguono percorsi di crescita profondamente diversi. E si preoccupano di proteggere quelle attività contro gli effetti “deformanti” prodotti dalla circolazione di informazioni, capitali e competenze al di là dei confini nazionali. In realtà non sono queste le cose di cui ci si deve preoccupare. Concentrarsi unicamente su questi aspetti significa mirare soprattutto al mantenimento del controllo centrale, anche a costo di far colare a picco l’intero paese, anziché adoperarsi per permettere alle singole regioni di svilupparsi e, così facendo, di fornire l’energia, lo stimolo e il sostegno per coinvolgere anche le altre zone nel processo di crescita.” (Kenichi Ohmae “La fine dello Stato-nazione. L’emergere delle economia regionali”, Baldini e Castoldi 1994).

La storia sta dando ragione a Kenichi Ohmae e a tanti altri pensatori decentralisti. Noi italiani in particolare ne sappiamo qualcosa. Il tema è questo: ha ancora senso il mito del controllo centrale dello stato? Voglio ricordare l’articolo 3 della Costituzione Svizzera. Ecco il testo: “I Cantoni sono sovrani per quanto la loro sovranità non sia limitata dalla Costituzione federale ed esercitano tutti i diritti non delegati alla Confederazione”. Dunque lo Stato centrale non è il “padreterno” come da noi e come in Spagna. La sovranità è dei cittadini, e quindi degli enti territoriali. Lo stato è al loro servizio e svolge i compiti che loro, i titolari della sovranità, via via decidono di delegargli. E naturalmente come e quando vogliono possono decidere, con lo strumento della “iniziativa popolare”, di cambiare la costituzione e togliere o modificare le deleghe. Con questa cultura e con questa costituzione la Svizzera è il paese più competitivo del mondo davanti a grandi (Stati Uniti, secondi) e a piccoli Stati (Singapore, terzo), secondo la recente (26 Settembre 2017) classifica di competitività del World Economic Forum.

Abbiamo bisogno di ispirarci al federalismo, anche per avere una Europa più forte, che sappia parlare, quando è necessario, con una sola voce. Una sola voce che non ci sarà mai finché i vecchi stati-nazione non si “frantumeranno volontariamente in entità politiche più piccole per le quali un’effettiva unione federale europea diventi non solo una convenienza ma un’urgente necessità” (Michele Boldrin su Linkiesta 1 Novembre 2017).

Finché il potere sarà concentrato nelle capitali dei vecchi grandi stati-nazione l’Unione Europea non parlerà con una voce sola e non parteciperà compiutamente alla politica internazionale. Continuerà a funzionare poco e male, a spendere cifre assurde per la propria pompa e le tecnocrazie, essere strattonata da una parte e dall’altra dagli interessi degli stati-nazione. E parole come libertà, responsabilità, efficienza e competitività continueranno a suonare estranee nei corridoi di Bruxelles.

Giancarlo Pagliarini
23 dicembre 2017 – pubblicato sul Forum 2043 il 23 dicembre 2023)

 

La foto in testa all'intervento di Giancarlo Pagliarini è tratta dal sito https://swissfederalism.ch/giancarlo-pagliarini-il-federalismo-agevolerebbe-litalia/

 

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Per un confederalismo politico civico, ecologista, territorialista

  • Autore: Vaiani, Verga, Ferretti, Antoniazzi e altri - Castrocaro Terme, 7 dicembre 1990

Pubblichiamo (il 21 settembre-2024, ndr) nel Forum 2043 un documento storico del 1990, la mozione civica, federalista e verde che risultò minoranza nel concresso verde di Castrocaro Terme. La sconfitta di questa proposta significò anche, nel medio-lungo termine, la fine delle capacità dei Verdi italiani di rappresentare le diversità e le biodiversità delle comunità locali, conducendoli fino alla loro estinzione politica. Il documento dei perdenti, al contrario, è la testimonianza di come le liste verdi, i movimenti civici siano state minoranze creative e lungimiranti. Analoghe aspirazioni, del resto, le registriamo, sia pure in modo più confuso, nelle coeve prime leghe, nelle liste civiche di ogni stagione, persino nei primissimi meetup del populismo a "Cinque Stelle", perché esse sono connaturate con la necessità delle comunità locali e dei loro leader di essere autonomi, per essere creativi, competenti, lungimiranti. Il tempo sarà galantuomo con coloro che furono pionieri della necessità di un confederalismo politico dal basso nella Repubblica Italiana, per liberare gli attivisti e i leader locali dal verticismo e dal centralismo politico. Questo confederalismo politico sarebbe peraltro l'ecosistema politico naturale in cui vivere e attuare, territorio per territorio, i valori della Carta di Chivasso. Per chi volesse approfondire il contesto culturale e politico di questa "parte verde", consigliamo questo documento disponibile sul sito Diverso Toscana.

 

ASSEMBLEA DI RIFONDAZIONE DEI VERDI

Castrocaro Terme, 7-8-9 dicembre 1990

Mozione politica generale

Per un progetto CIVILE, FEDERALISTA, VERDE

1. Introduzione

Con punti di partenza e con percorsi diversi i Verdi hanno individuato, sin dall’inizio del confronto tra diverse esperienze, la possibilità di costruire una formazione politica articolata, pluralisticamente organizzata e federalista.

Il risultato delle elezioni amministrative e l’esito referendario (referendum su caccia e pesticidi falliti nel 1990 a causa dell’astensionismo, Ndr) non hanno alterato in alcun modo questa convinzione progettuale, ma ci hanno indicato il tramonto definitivo di una fase storica dell’ambientalismo: quella fase in cui un simbolo verde era comunque sinonimo di vasto consenso e qualsiasi iniziativa politica sui temi ambientali era destinata ad un ampio successo.

La natura delle fondamenta che poniamo alla base del nuovo soggetto, se l’intento è quello di costruire una casa comune trasparente, con grande respiro progettuale e dal forte rigore ideale e morale, deve “anticipare” quell’alternativa ecologica che vorremmo a governo e a regolazione dell’economia, della politica, dei rapporti tra i viventi.

Ridurre l’intero processo a “matrimonio d’interesse”, anteponendo al progetto verde unitario la precondizione esplicita di meccanismi di garanzia elettorale per i parlamentari uscenti e in pectore, darebbe della speranza verde un’immagine da partitino socialmente inutile, perché omologato alle consuetudini e alle forme più deprimenti del sistema partitocratico.

Sarebbe una pericolosa scorciatoia, una resa incondizionata alle lusinghe di tutti coloro che ci chiedono di assumere le vesti di “ragionevole realismo verde”, di conservare un linguaggio alternativo e, nello stesso tempo, di acquisire un costume politico pragmatico. Molti osservatori interessati ci chiedono di abbandonare quel’ “insopportabile ed inaffidabile” trasversalismo, alternativo e di movimento, punto di forza tradizionale dell’arcipelago.

Le conseguenze di questa involuzione potrebbero per noi manifestarsi in modo del tutto analogo a ciò che per i Verdi tedeschi è stata la manifesta incomprensione delle conseguenze umane e storiche più profonde del crollo del Muro di Berlino.

2. I Verdi al bivio: rifondazione della politica oltre che di se stessi

La rifondazione verde o è principalmente un contributo alla rifondazione e reinvenzione della politica, o sarà l’avvio di un’irreversibile parabola minoritaria.

La scelta federalista, che dobbiamo affermare come modello politico ed organizzativo della nostra vita interna, è modello e anticipazione del contributo che intendiamo dare alla rifondazione federalista dello stato e alla costruzione dell’Europa dei cittadini.

Ci appare decisivo che i gruppi verdi locali possano proseguire in un cammino di sviluppo originale e progressivo di proprie regole comuni, senza dover in alcun modo adeguarsi a schemi elaborati altrove.

È necessario che i gruppi locali formino liberamente coordinamenti, anche slegati dall’attuale divisione burocratica dello stato centralizzato, formando molteplici confederazioni comunali, intercomunali, di bacino ecologico e sociale, o di contesti più vasti.

È indubbio che elementi di esasperato particolarismo e di oggettiva difficoltà nella costruzione di un’inedita formazione politica federalista, hanno prodotto situazioni di crisi, ma per superare le attuali carenze di questa nostra sperimentazione politico-organizzativa, si deve proseguire nell’applicazione piena del federalismo, che è un sistema di poteri sovrani, distinti e coordinati.

3. Autonomia e alterità del nostro progetto

La nostra molteplicità organizzativa e la ricchezza delle nostre diversità alimentano la capacità di dialogo ed azione comune con ogni altra forza politica e sociale, rendendo così visibile la trasversalità dei Verdi.

Allo stesso tempo la radicalità dei valori e le istanze esigenti che il nostro federalismo raccoglie dalla società, ci impediscono di omologarci all’esistente e ci impongono la presa di distanza da riformismi di corto respiro e dalle prospettive di alternanze politiche che, cambiando i ceti politici, lasciano immutato il sistema consolidato di sfruttamento del pianeta.

L’autonomia del soggetto politico verde è il pilastro di questa continua sperimentazione ed è la progressiva costruzione di un progetto culturale e politico. Un progetto civile, federalista e verde, che sappia coniugare la centralità ambientale (non solo emergenze, ma questione epocale) con la capacità di rispondere alla crisi della democrazia. Una ricerca all’interno delle istituzioni e delle forme attuali del potere per svelare le ragioni vere della loro impotenza, dei loro segreti, della loro inarrestabile perdita di credibilità.

In un clima disgregato e particolarista, i Verdi devono essere in grado di rappresentare una contro-tendenza di aggregazione dei cittadini e di realizzazione di progetti e di cambiamenti in senso ecologico.

4. Federalismo e trasparenza per essere espressione della società civile

La pratica federalista, come insieme di strumenti inediti di partecipazione delle persone e dei gruppi alla vita politica, è severa ed esigente sul piano del rispetto delle regole comuni, della divisione rigorosa delle competenze, del rifiuto del cumulo delle cariche e di un più generale spirito di distacco, di servizio, di utilità sociale.

Pressoché l’esatto contrario della gestione politica ed organizzativa degli organismi nazionali che hanno sin qui operato e che oggi terminano la loro funzione.

Abbiamo sempre affermato la sovranità e libertà d’azione degli eletti verdi, anch’essi chiamati ad essere soggetti nel sistema federale. Essi devono rispondere del loro operato soprattutto all’opinione pubblica e non ad indeterminate oligarchie verdi, come, d’altra parte, al nostro elettorato di riferimento non può essere negata la facoltà di incidere sulla selezione dei propri candidati con l’introduzione, per esempio, del salutare sistema delle primarie in confronti locali dove è possibile il confronto diretto.

Anche sulla questione del finanziamento pubblico si gioca molto della nostra natura e della nostra capacità di essere espressione della società civile e, non da ultimo, della nostra utilità sociale. Vitale, per la sopravvivenza del sistema federale, è il decentramento automatico del finanziamento pubblico ai gruppi locali, soprattutto per strutture di servizio per tutti i cittadini. Questo a garanzia che il “prestito” forzato dei cittadini alle formazioni politiche dei Verdi, ritorni sul territorio e si trasformi in battaglie per la propria salute, tutela ambientale, emancipazione sociale.

Riteniamo fondamentale, per la nascita di un soggetto verde realmente unitario e federativo, il riconoscimento ad ogni livello, comune, provinciale, regionale, dell’esistenza di più gruppi verdi che si confederino tra di loro all’interno di un quadro di regole nazionali comuni a tutti e, finalmente, certe.

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Firmatari:

VAIANI Mauro cons. comunale Prato (Toscana)

VERGA Ivan delegato Lombardia

FERRETTI Stefania delegata Toscana

ANTONIAZZI Piervito delegato Lombardia

DI ROCCO Carmela cons. comunale Padova (Veneto)

LO MELO Mimmo cons. comunale Polignano (Bari, Puglia)

BEKAR Maurizio cons. comunale Trieste (Friuli-Venezia Giulia)

CLAVARI Federico Verdi per Roma

GIARRUSSO Fernando delegato Piemonte

NERI Luciano cons. regionale Umbria

FRANCI Tommaso delegato Toscana

DI MONTE Michele delegato Puglia

RICCI Alberto delegato Lazio

MANCINI Eugenio delegato Campania

TROIANO Donato delegato Emilia-Romagna

ZURLO Francesco delegato Calabria

COBATO Sergio delegato Piemonte

VILLA Pietro delegato Umbria

BORTOLANI Pierpaola delegato Veneto

DI CINZIO Alberto delegato Toscana

PALMA Roberto delegato Piemonte

BATTISTELLI Franco delegato Umbria

BERTAZZOLI Gianluca delegato Lombardia

SENSI Guido delegato Toscana

ORTOLANI Elvira delegata Lazio

TERMININI Giuseppe delegato Lombardia

FAMIGLIETTI Antonio delegato Campania

MACALUSO Santo Athos delegato Toscana

BALDELLI Daniele delegato Umbria

CODECASA Giovanni delegato Toscana

 

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Solidarietà a Clara Ponsati e a tutti gli esiliati

Molti se n'erano dimenticati e qualcuno sperava che la questione tornasse d'attualità il più tardi possibile, ma le elezioni spagnole ed europee non sono più lontane e l'elefante è lì in cristalleria.

Clara Ponsati, già ministro del governo presieduto da Carles Puigdemont ai tempi del referendum dell'indipendenza catalana del 1 ottobre 2017, perseguitata da allora insieme allo stesso presidente e a molti altri, è stata arrestata, sia pure per poco, al suo primo ritorno in patria dopo cinque anni di esilio. Questi arresti di indipendentisti catalani, peraltro, non sono più una novità, grazie alle pesanti barbariche falle giuridiche del sistema dei mandati di arresto europeo.

La questione, nel suo caso, è ancora più grave, come lo è stata in passato per l'arresto o il tentato arresto di altri esponenti che, come lei sono eurodeputati.

La professoressa Clara Ponsati lavora all'università di St. Andrews come economista (l'università è la più antica e una delle più prestigiose della Scozia).

E' stata eletta nel 2019 come eurodeputata nella lista degli indipendentisti moderati, centristi e civici di https://it.wikipedia.org/wiki/Junts_per_Catalunya_(coalizione).

A lei e a tutti gli altri esiliati e perseguitati catalani la nostra totale solidarietà.

Il Regno di Spagna e l'Unione Europea, a nostro parere, dovrebbero affrontare la questione catalana in modo più energico di quanto è stato fatto finora, sia pure meritoriamente, attraverso il dialogo fra il governo di Madrid e il governo catalano.

Occorre il coraggio di pronunciare la parola AMNISTIA, per gli indipendentisti catalani e non solo per loro, in questo tempo in cui l'autoritarismo e il centralismo degli stati sono più pericolosi che mai.

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La solidarietà di EFA (la nostra Alleanza Libera Europea) con Clara Ponsati: https://twitter.com/EFAparty/status/1640782614746243083?s=20

Un precedente intervento di Autonomie e Ambiente sull'amnistia 

La foto di corredo al post è un ritaglio dalla prima pagina web di  https://www.publico.es/