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Euroregionalismo

Autonomie e sussidiarietà, speranze e realtà

  • Autore: Mario Ascheri - Siena, 2 febbraio 2025, Festa della Candelora

Mario Ascheri è nato a Ventimiglia nel 1944. Si è laureato in Giurisprudenza a Siena, come borsista del Collegio Mario Bracci nella Certosa di Pontignano e nella città ha messo radici. Già docente di storia del diritto e delle istituzioni a Sassari, Siena, Roma 3 e membro del Beirat del Max-Planck-Institut di Frankfurt/Main, è nel Consiglio dell’Istituto storico italiano per il Medioevo. E' un antico amico delle autonomie e in particolare degli autonomisti che nei primi vent'anni del XXI secolo si sono tenuti in contatto con la newsletter Toscana Insieme. Pubblichiamo alcune sue riflessioni sulle autonomie, risalenti al 2022 e già in gran parte diffuse attraverso la rivesta "Libro Aperto" e in altri interventi. Nonostante lo scarto evidente fra le speranze e la realtà delle autonomie delle regioni italiane, la sussidiarietà non perde attualità, come principio cardine della nostra storia e nella nostra Costituzione. Le autonomie personali, sociali e territoriali fioriscono solo nella sussidiarietà, come processo dal basso verso l’alto. Nessuno più dei lettori del Forum 2043 e di coloro che sono ancorati ai principi della Carta di Chivasso, ne comprende l’importanza.

* * *

Tra le speranze costituzionali e le eredità di questi lunghi decenni repubblicani, qualche riflessione recente può essere utile all’importante dibattito in corso.

Un libro del 1976, che si può a ragione ritenere un ‘classico’ per gli specialisti, tracciava «un bilancio obiettivo e disincantato» della prima legislatura regionale, del 1970-1975, cogliendo le nuove istituzioni in un momento di transizione, destinato a riproporsi ancora una volta oggi. Già allora da parte di Franco Bassanini1 si poteva ammettere che quella legislatura «non ha, a ben vedere, né realizzato né definitivamente distrutto le speranze di chi ha visto nell’istituzione delle Regioni l’innesco di un grande movimento di rinnovamento e riforma del nostro assetto istituzionale, capace di investire contemporaneamente l’amministrazione centrale ed il governo locale». Quali i problemi e le speranze? l’Autore ne proponeva questa acuta sintesi2:

“Avviata cinque anni fa tra grandi speranze e grandi timori, la riforma regionale è giunta oggi ad una svolta decisiva. Il modello di Regione ‘politica’ delineato nella Costituzione e negli statuti regionali – come essenziale punto di snodo tra Stato e comunità locali – implica importanti riforme istituzionali: dal trasferimento alle Regioni e agli enti locali di rilevanti poteri e di ingenti risorse finanziarie ancora gestiti dalle burocrazie ministeriali, alla soppressione di gran parte degli enti pubblici funzionali che costituiscono la trama del pluralismo perverso e del clientelismo a sfondo corporativo su cui sono costruite, in buona misura, le fortune del sottogoverno nazionale: da una generale riforma del governo locale, ancora regolato da leggi fasciste o prefasciste, ad una radicale riorganizzazione delle amministrazioni centrali dello Stato, che si trasformi da organi di gestione burocratica e routinière di poteri di amministrazione attiva in strumenti efficienti di programmazione, indirizzo e coordinamento. Se queste riforme non saranno attuate o almeno avviate nel corso della seconda legislatura, finirà per consolidarsi il modello della ‘Regione amministrativa’ rendendo inevitabile la burocratizzazione degli apparati regionali e irresistibile la tendenza a ridurre il ruolo delle Regioni alla distribuzione di sovvenzioni contributi ed incentivi ed alla gestione di servizi locali in concorrenza con comuni e province (…)”.

La citazione è lunga, ma a distanza di quasi 50 anni quella riflessione, anche tenuto doverosamente conto di quanto sta emergendo dal dibattito in corso, il trend risultato prevalente, naturalmente con luci ed ombre, è per lo più quello che Bassanini paventava. I motivi sono molto complessi e ben noti ai giuspubblicisti e ai politici più attenti, tanto che i media hanno difficoltà a comunicarli al pubblico più largo senza semplificarli seguendo gli slogan degli schieramenti politici. E già questo è un problema se ci si vuole dare, come doveroso, una nuova prospettiva: positiva.

La riforma del 2001, come si sa, all’art. 118 ultimo comma proclamava che

“Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”.

Si sa bene, anche, che tra i promotori culturali - per così dire - della riforma ci fu la onlus Cittadinanza Attiva fondata nel 19783 e radicata com’è naturale in modo diversificato nel Paese, ma con buona capacità di aggregare anche altri gruppi di partecipazione politica non inquadrati nei partiti.

Il suo animatore Antonio Gaudioso ha lasciato la segretaria generale a marzo del 2021, dopo aver assunto incarichi presso l’Istituto superiore di sanità e in commissioni governative (come la LEA, per i Livelli Essenziali di Assistenza) grazie alla fiducia del ministro Roberto Speranza4. Gli è succeduto Anna Lisa Mandorino, che nel suo discorso di insediamento (caricato nel web5) ha parlato molto dei problemi sanitari, ovviamente, ma anche dei temi tradizionali della partecipazione civica, del terzo settore, dei beni comuni, delle disuguaglianze cui porre argine ecc. ecc. Non però della sussidiarietà del 2001, pur essendo essa ben presente nell’utile sito dell’associazione. Il quale interpretava in modo articolato la riforma. Da un lato infatti ricordava

“che le diverse istituzioni debbano creare le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività (corsivi miei, n.d.a.). L'intervento dell'entità di livello superiore, qualora fosse necessario, deve essere temporaneo e teso a restituire l'autonomia d'azione all'entità di livello inferiore”.

Insomma, qui il potere pubblico è auspicato sussidiario rispetto al privato, che come potere operativo può essere momentaneamente in difficoltà. Dall’altro lato si vedeva sussidiarietà, come

“un elevato potenziale di modernizzazione delle amministrazioni pubbliche, in quanto la partecipazione attiva dei cittadini alla vita collettiva può concorrere a migliorare la capacità delle istituzioni di dare risposte più efficaci ai bisogni delle persone e alla soddisfazione dei diritti sociali”

per cui sussidiario diviene il

“cittadino, sia come singolo sia attraverso i corpi intermedi, (che) deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più vicine”.

Si esemplificava con la

“cura dei beni comuni. Entrambi, volontari e cittadini attivi, sono ‘disinteressati’, in quanto entrambi esercitano una nuova forma di libertà, solidale e responsabile, che ha come obiettivo la realizzazione non di interessi privati, per quanto assolutamente rispettabili e legittimi, bensì dell'interesse generale incrociandosi nella propria opera, s’intende, per irrobustire l’intervento pubblico”.

Sussidiarietà biunivoca per così dire, perché l’uno sussidia l’altro in situazioni diverse: i cittadini per essere più liberi; le istituzioni pubbliche per realizzare meglio gli interventi socialmente più rilevanti. Sono posizioni coerenti da un lato con la crisi dei partiti e con il variegato e disperso associazionismo civico che i partiti sussidiano (ecco altra situazione ancora di sussidiarietà) fino al punto di surrogarli addirittura. Quanto sembra avvenuto con il Movimento 5 stelle, che inevitabilmente ha assunto i connotati del partito più o meno ‘tradizionale’ - se pur ancora esso esiste, altrimenti il Movimento fu, come sempre ho pensato, partito sin dall’esordio, mutato nomine pour cause. Dall’altro lato la coerenza è con la crescente difficoltà delle istituzioni pubbliche di soddisfare le aspettative dei cittadini, anche per contrastare una spesa crescente ma inefficiente.

Tuttavia se andiamo a un testo accreditato come la Treccani leggiamo:

“principio di s., il concetto per cui un’autorità centrale avrebbe una funzione essenzialmente sussidiaria, essendo ad essa attribuiti quei soli compiti che le autorità locali non siano in grado di svolgere da sé. Con interpretazione più recente, con riferimento alla Comunità europea e, in particolare, alla successiva Unione degli Stati europei, il principio secondo il quale dovrebbe essere riservata alla Comunità, come organismo centrale, l’esecuzione di quei compiti che, per le loro dimensioni, per l’importanza degli effetti, o per l’efficacia a livello di attuazione, possono essere realizzati in modo più soddisfacente dalle istituzioni comunitarie che non dai singoli Stati membri“ (corsivi miei).

Qui i cittadini sono solo destinatari indiretti della sussidiarietà, che riguarda il rapporto migliore possibile tra il potere centrale e le articolazioni periferiche, per così dire. Ed è alla sussidiarietà che secondo un principio di astratta razionalità istituzionale dovrebbe attenersi lo Stato nazionale nel rapportarsi alle Regioni e agli enti locali. Tutto quel che è possibile, in altre parole, si dovrebbe poter fare a livello locale in coerenza con l’art. 5 Cost. per cui

“La Repubblica (…) riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei suoi servizi il più ampio decentramento amministrativo e adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Sennonché, com’è ovvio, quelle comunità sono riconosciute come originarie, ma è tutt’altro che esplicitato cosa debba intendersi per esigenze delle autonomie e del decentramento, trovandoci di fronte a uno di quegli articoli che per la loro genericità sollecitarono la critica inesorabile di Arturo Carlo Jemolo6.

Peraltro, la vicenda sanitaria in corso ha mostrato la inevitabile elasticità interpretativa e applicativa della Costituzione (anche quando è chiara) in base a criteri lato sensu politici, i quali erano ovviamente ispiratori della riforma del 2001 e della proposta cui Matteo Renzi ha affidato il suo nome.

Già, ma la polisemia di sussidiarietà, dal significato inter-istituzionale a quello partecipativo civico di Cittadinanza attiva, mette in guardia sulla sua inevitabile storicità. Non esiste una sussidiarietà atemporale, ma solo quella nell’ hic et nunc della contingenza politica più o meno lunga e stressante, com’è la nostra.

Pertanto l’esperienza storica, non solo nostra, sembra indicare che la sussidiarietà risponda a un giudizio descrittivo di una realtà complessa cui si vuole dare ordine. Di fronte al pullulare più o meno pre-ordinato e/o sovraordinato di poteri, si cerca di dare loro una coesistenza ordinata ricorrendo a quella specie di mantra che è la sussidiarietà.

Con l’indebolirsi dei servizi pubblici, l’organizzazione privata dei cittadini legata a problemi specifici, e non politici generali, ha reso utile la recezione della sussidiarietà e ha motivato dall’alto livello costituzionale le normative ad essa ispirata a favore del terzo settore e del volontariato.

Che poi la soluzione più razionale sia quella così rafforzata dal superiore livello normativo, non sembra quesito astrattamente risolvibile. Un tempo si diceva per altre questioni entia non sunt multiplicanda al di là del necessario e il rasoio di Occam era uno strumento idoneo nel suo mondo. Oggi non solo si può parlare ancora di ‘enti inutili’ (per lo più intangibili, però), ma non sembra che si faccia nulla per evitarne la creazione di nuovi.

Un qualsiasi bisogno legittima un ente se supportato dalla giusta pressione politica e mediatica.

L’oratoria politica e la sua pervasività grazie a media compiacenti è fortissima a tutti i livelli.

Basta usare il mantra giusto. Le novità e la pluralità istituzionale concorrenziale in senso positivo che le Regioni dovevano attivare, nei propositi dei più ad esse favorevoli, non sembrano aver avuto luogo nel loro complesso. I vari livelli di potere, come avvenuto di regola nella storia delle istituzioni, si ritagliano spazi di potere che curano di salvaguardare con grande attenzione e nel nostro caso le molte cause motivate dai conflitti Stato-Regioni discusse dalla Consulta l’attestano chiaramente.

Quella riforma politica e amministrativa che si era largamente condivisa si deve purtroppo riconoscere che è rimasta per lo più non realizzata nei termini largamente auspicati, mentre anche l’Unione europea ha dato prove assai deludenti contro ogni aspettativa. Nel caso italiano, la nostra cultura giuridica ha costruito come sempre belle dottrine, ma la loro applicazione ha lasciato desiderare, affidata inevitabilmente a un ceto dirigente in larga misura inaffidabile o inconcludente.

Il problema è grave perché è profondamente radicato nella nostra storia: codici e Costituzione non bastano a evitare intrecci perversi come quelli che si sono manifestati palesemente ad esempio nella magistratura.

Il più grande giurista italiano nel Seicento, il card. Giovanbattista De Luca, inutilmente fautore di riforme nello Stato pontificio, sintetizzò il nostro DNA in poche parole:

“Theoricae generales idealiter ac in abstracto sunt verae, sed difficultas est in earum reductione ad praxim7”.

Sono tornato a lui – un grande “pratico”, che non fu mai professore - non a caso. Perché il vituperato tardo medioevo e l’età d’antico regime non ebbero in generale solo meno enti e livelli decisionali. Ci fu qualcosa di più: erano spesso anche meglio collegati tra loro, con la “rete” cui taluni oggi pensano. E proprio grazie al principio di sussidiarietà di cui nessuno parlava perché non concettualizzato.

Eppure, senza per ovvi motivi proporsi i grandi mantra partecipativi con la pervasività attuale, allora i poteri eminenti, principe o città dominante o signore feudale, si riservavano i poteri politico-militari dell’ente, la giustizia maggiore, le strutture portuali e viarie fondamentali e lasciavano per lo più ai poteri comunali locali la gestione dei beni pubblici, della sanità, dell’istruzione, delle strutture essenziali dai mulini ai pozzi e alle fonti, alla polizia campestre, alla tutela di ospedali, ospizi e chiese locali. Chi poteva permettersele, chiamava addirittura delle super-star da fuori (come s. Bernardino, ad esempio) per la predicazione della Quaresima e creava un “evento” di grande risonanza.

Quello che viene bollato come particolarismo e frammentazione giuridico-politica pre-codicistica si resse in gran parte sulla abnegazione delle comunità grandi e piccole prive di libertà politica e sottoposte a balzelli più o meno gravi, ma per il resto dotati di una libertà (vigilata, s’intende) di autorganizzazione talora impressionante.

Quel livello di governo locale, senza libertà politica sia chiaro, consentì però il radicamento di pratiche di partecipazione anche larga al governo della cosa pubblica con ampia rotazione nelle cariche e la loro sostanziale gratuità: nelle comunità minori demograficamente furono non infrequenti consigli comunali con un membro partecipante per nucleo famigliare. Quando non formalmente contrattuale, come pure avveniva per le realtà più importanti e da ‘coccolare’ con attenzione perché poste sui confini (e quindi esposte alle lusinghe dello Stato confinante), il rapporto del potere centrale con le comunità locali era per lo più prudente.

Non era solo questione di sempre possibili ribellioni dei residenti locali con devastazione delle proprietà cittadine in loco, ma di riserve reclutabili per i servizi militari e di forza lavoro da utilizzare nel capoluogo.

La separatezza centro-periferia fu sicuramente dura, per lo più, ma la sussidiarietà era imposta dalla mancanza pressoché totale di burocrazia e dalla comodità di fare affidamento sulle forze locali fortemente interessate al buon funzionamento di una serie di servizi che avrebbero altrimenti richiesto un impegno pesantissimo per il potere centrale.

L’inefficienza se non l’egoismo e il semplice disinteresse del centro facilitò la sussidiarietà, sempre diversa nel tempo qua e là, ma prassi radicata, operante senza tanti proclami formali. La sudditanza non era servitù e le comunità più cospicue seppero conservare molte delle libertà di governo originarie.

Pensiamo alla identità delle città venete sotto Venezia, o a quelle pontificie da Bologna a Perugia a Orvieto, o lombarde sotto Milano, alle piemontesi, alle toscane, o alle stesse città demaniali e feudali del sud.

Non c’era uniformità di disciplina, è ben vero, ma c’era la stessa tradizione di autogoverno che educava un ceto dirigente più o meno aperto ai bisogni della cittadinanza, e comunque dedito ad essi, in pura osservanza nei fatti della sussidiarietà. E il suo peso per i ceti locali poteva anche essere fatta valere con forza, come avvenne nei parlamenti dello Stato pontificio o in quelli più potenti: siciliani e sardi soprattutto8.

La differenza delle normative locali significava disuguaglianza, non c’è dubbio. Ma aveva dei risvolti soggettivi, di formazione e rafforzamento dell’autocoscienza identitaria, e risvolti oggettivi di relativa semplicità amministrativa, tanto lontani dalla complessa gestione centralistica studiata per il reddito di cittadinanza. Possibile che non si sia pensato di ricorrere a sistemi d’assistenza diretta locale come quella un tempo assicurata da enti comunali come quelli denominati Eca? Non potevano ora essere potenziati? Perché ricorrere a strane categorie di intermediari risultati poi inutili – come era prevedibile?

Per tornare a quel passato dimenticato, è vero che non c’era un governo centrale solidale sul quale poter contare nelle emergenze. Bisognava imparare a far da sé per lo più, sapendo imparare e creando comunità credibili. Ad esempio, favorire un’immigrazione qualificata era importante. La concorrenza dei centri locali non c’era proclamata apertis verbis, ancora una volta, ma c’era nei fatti, com’era nei fatti – anche con pesanti risvolti violenti tra vicini – la tutela dei confini per le proprie bestie, i coltivi, i frutti del bosco ecc.

E quella concorrenza inespressa era stimolo fortissimo al buongoverno locale.

Le cento e più città d’Italia, grandi e piccole, che tutti ammiriamo e sul cui passato costruiamo la nostra eccezionale realtà e potenzialità turistica, hanno secoli di autogoverno variegato alle spalle9. E persino regole deprecate poi, come il fedecommesso nobiliare, che poté però garantire la conservazione di strutture immobiliari importanti attraverso i secoli…

La discontinuità con quel mondo c’è eccome oggi, ma non sempre basta a connotare in modo positivo quello attuale10.

 

Dedicato a Gian Maria Varanini,
studioso molto attento alla storia dei rapporti tra i capoluoghi e i territori dipendenti,
che continuerà il suo impegno di ricerca
anche se ha ora terminato la sua docenza presso l’Università di Verona.

 

Autonomie e sussidiarietà, speranze e realtà
di Mario Ascheri

Siena, 2 febbraio 2025, Festa della Candelora

 

Note

1 Nel suo Le Regioni fra Stato e comunità locali, Bologna 1976, p. 5. Entro la abbondante bibliografia recente si veda Autonomie speciali e regionalismo in Italia, a cura di L. Blanco, Bologna 2020. Utile tra i periodici “Le Carte & la Storia”.

2 Nella pagina quarta di copertina, laddove concentrava il progetto-motivazione del libro.

3 Si veda al link https://www.cittadinanzattiva.it/chi-siamo.html (consultato il 10 settembre 2021).

4 Desumo dal link https://www.fortuneita.com/2021/03/28/nuovi-vertici-per-cittadinanzattiva/.

5 http://congresso2021.cittadinanzattiva.it/candidature-nazionali/segretario-nazionale.html.

6 Nel suo classico Che cos’è la Costituzione, ora con Introduzione di G. Zagrebelsky, Donzelli, Roma 1996, in cui la IV di copertina sintetizza efficacemente: «È bene che gli italiani tutti discutano appassionatamente i problemi costituzionali, ciascuno quelli che più sente… Come in tutti gli albori di nuovi assetti politici liberi, vi è una inclinazione al vago, alle formule che possono coprire le soluzioni più diverse. Bisogna, per quanto è possibile, che ciascuno cerchi di precisare le sue idee».

7 G.B. De Luca, Theatrum veritatis et justitiae, Venetiis, Apud Paulum Balleonium, 1716, tomus V, pars I: De usuris et interesse, adnotatio ad disc. 1, p. 10, n. 2.

8 Un rapido sguardo d’assieme nelle mie Istituzioni medievali, il Mulino, Bologna 1999, pp. 327-353. Sul problema discusso delle città-Stato ho messo una nota storiografica in https://ilpensierostorico.com/a-feud-on-italian-city-states-again-on-lorenzettis-buongoverno/.

9 Si veda ad esempio A. Dani, Cittadinanze e appartenenze comunitarie. Appunti sui territori toscani e pontifici di Antico regime, Historia et ius, Roma 2021 (con rinvii a precedenti lavori analitici).

10 Oggi molto discusso e incentrato, per aprire prospettive positive, sulla categoria delle ‘reti’, che dovrebbero appunto avviare alla soluzione dei problemi della complessità istituzionale; ricordo ad esempio il lavoro recente molto denso di L. Casini, Lo Stato nell’era di Google. Frontiere e sfide globali, Mondadori, Milano 2020.

 

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L'idea euroregionalista

  • Autore: Andrea Acquarone - Genova-Barcellona, 28 luglio 2023

Rielaborazione per il Forum 2043 di temi trattati da Andrea Acquarone - autonomista ligure, fondatore e animatore di “Che l’inse!” (che inizi!) - in precedenti lavori, raccolti nel libro “Un’idea di Liguria – Analisi e proposte per combattere il declino”, De Ferrari Editore, Genova, 2020. Acquarone è anche autore del breve ma denso saggio “Una tranquilla ora d'Europa - Appunti per una rivoluzione possibile”, Tapa blanda (Athenaeum), 2019 (tradotto anche in catalano).

Introduzione

Nel libro bianco di “Controvento. Associazione ligure per il dibattito pubblico (2014), iniziativa nobile promossa a Genova, fra gli altri, da Mauro Barberis, si leggeva: «Siamo genovesi con i piedi nel territorio e la testa nel mondo». La frase non è altro che una delle tante varianti del motto «agisci localmente, pensa globalmente», che qualcuno sintetizza con la crasi glocalismo: (da global + local), spesso strumentalizzandolo, riducendolo cioè a una operazione di marketing dai soliti colonizzatori del mondo, che vogliono spacciare a tutti gli stessi prodotti, mascherandoli con tocchi di colore locale.

Eppure dobbiamo andare orgogliosi, seguendo sempre uno spunto di Barberis, del fatto che il glocalismo è un tratto nativo dell’anima genovese e ligure: nati stretti fra i monti e il mare, i genovesi si sono dati da fare per guardare di là degli orizzonti, fino a diventare, nel bene e nel male, per un periodo importante della loro storia, una potenza d’Europa e del Mediterraneo.

Oggi da Genova e dalla Liguria dobbiamo, non solo possiamo, contribuire all’idea euroregionalista, sdoganandola in ambienti politici e istituzionali, che ne sono rimasti finora impermeabili. Non solo per fermare il declino della nostra terra, ma di tutti i territori. Non solo perché, nel profondo di ogni cultura, si trova un imperativo basilare ma ineludibile, quello di “continuare”, ma anche, non sembri una esagerazione, per consentire una vita pienamente umana alle generazioni future.

Il senso del declino di una comunità e di un territorio è un circolo vizioso che si autoalimenta. Intorpidisce il dibattito pubblico, svaniscono le competenze, invecchia la popolazione, perché i giovani cercano futuro altrove. Passata da antica e prospera nazione mediterranea a territorio periferico dello stato italiano, la Repubblica di Genova, simile ad un anziano abbandonato, si trova di fronte a sfide che non è in grado di affrontare e, senza che il mondo se ne accorga, se non succede qualcosa in questa nostra generazione, potrebbe lasciare la scena di questo mondo.

Lo stato centralista italiano ha impedito alla Liguria di tenere vivo il sistema di valori e i simboli di una organizzazione sociale che avevano connotato per quasi un millennio la nazione ligure, quasi fossero vergogne da cancellare. Lo stato genovese, originale e complicata esperienza di repubblica aristo-anarchica, è stato ridotto alla macchietta di una “repubblica marinara” al servizio della Spagna, fino alla “redenzione” dell’unificazione savoiarda.

Sopraffatti da un secolo che hanno lasciato guidare a poteri altri, lontani, estranei, i liguri hanno imparato a pensare che per essere degni della contemporaneità, dovevano dissimulare la loro identità: non parlare o zeneise, anzi denigrarlo col nome di “dialetto”, tacciare ogni discorso che si ricolleghi all’esperienza storica della Repubblica come passatista e fuori dal tempo, rinunciare persino alla propria antichissima bandiera, sostituita dall’assurdo vessillo che rappresenta oggi l’Ente regionale.

Così sono gli stessi liguri, ormai da diverse generazioni, che si fanno per primi fautori della deligurizzazione, riducendo una cultura autonoma, strutturata e in rapporto di reciproco arricchimento con l’esterno, al pesto, alla focaccia, al folklore sportivo e poco altro. E’ nostro dovere storico ritrovare il nostro autogoverno, per traghettare la nostra gente e il nostro territorio attraverso il mare tempestoso della globalizzazione.

Siamo qui a scriverne, forti dell’esperienza di una voce forte che si è levata in difesa di una certa idea di Liguria, ovvero quella del collettivo Che l’inse!,di cui chi scrive è stato fondatore e animatore per anni. Lo facciamo qui nel Forum 2043, quindi riconnessi con le parole antifasciste e anticentraliste di Chivasso del 1943, parole vive che parlano ancora a tutti e in tutti i territori, perché non è ancora arrivato, per la Liguria e per tutti i territori, almeno qui in Europa, il punto di non ritorno. Esso è vicino, ma siamo ancora in tempo a invertire la rotta, a dare ascolto alla corrente che ormai è lecito chiamare decentralism international, un’idea, resa universale proprio dalla globalizzazione, di decentramento e di recupero di “autogoverno per tutti dappertutto”, espressione cara a Mauro Vaiani. Un’idea che, nell’ambito delle istituzioni europee, che riconosce i territori regionali interni a ciascuno stato membro, ha preso appunto il nome di euroregionalismo.

Euroregionalismo come speranza

Le crisi mondiali che sono arrivate – il disastro della finanza globalizzata, la pandemia (e la sua gestione autoritaria), il ritorno del confronto militare fra stati europei e Federazione Russa, la difficoltà dei rapporti fra comunità democratiche e vecchie e nuove autocrazie, le migrazioni spesso talmente malgestite da essere ridotte a tratta di persone umane – hanno scosso molte certezze, ma hanno sicuramente confermato che i vecchi stati centralisti e autoritari, se non ne sono direttamente responsabili, non sono in grado di porre in essere rimedi strutturali e presidi duraturi.

Per le generazioni che sono cresciute in Europa dopo il 1989, la speranza è sempre stata riposta nel sistema delle istituzioni europee. La loro crisi, e il contemporaneo risorgere dei nazionalismi dei vecchi stati, è triste e allarmante.

Gli stati centralisti, se sono grandi abbastanza, rallentano e spesso rifiutano la cooperazione europea, oppure strumentalizzano le stesse istituzioni continentali. Quelle che in Europa chiamiamo “regioni”, al contrario, guardano all’Europa in modo molto più aperto e lungimirante, come realtà di solidarietà e di pace.

Queste regioni sono, in gran parte, “nazioni storiche”, antichi e autentici componenti di una vera “Europa dei popoli”, territori il cui autogoverno nell’Ottocento fu sacrificato sull’altare dell’uno o l’altro stato-nazione.

Esse devono ritornare in primo piano, quali unità territoriali, politiche ed economiche di base del confederalismo europeo.

Non solo la Catalogna, la Corsica, la Scozia, ma tutte queste antiche o meno antiche realtà territoriali dovrebbero essere promosse come entità politiche autonome. La loro moltiplicazione ed effervescenza le renderà protagoniste del processo confederale, proprio perché, diventandone “cantoni”, esse ne saranno i pilastri.

V’è infatti una differenza sostanziale tra il nazionalismo degli stati-nazione e quello delle “piccole patrie”: l’uno è un ostacolo alla costruzione di un’Europa unita, l’altro la favorisce. Bisogna superare perciò la diffidenza verso i “separatismi”, dato che l’integrità territoriale dello stato non è un valore assoluto, ma relativo, ossia utile nella misura in cui è utile l’esistenza dello stato a cui si riferisce. Oggi tutto sembra indicare che lo stato-nazione ottocentesco – tipo Italia, Spagna, Francia, Germania - sia desueto, mentre le regioni d’Europa, compresa quindi la Liguria, devono tenersi pronte a svolgere un ruolo importante nell’Europa e nel mondo del XXI secolo.

Per una vita migliore, non per un europeismo vuoto

Inseriamo qui anche un modesto caveat contro coloro che si rifiutano di mettere in discussione lo status quo dell’attuale conduzione degli affari europei, magari facendo girare appelli pro Europa (più Europa, soprattutto Europa) nell’imminenza delle elezioni (nel 2019 andò così e per il 2024 si intravede una preoccupante coazione a ripetere).

Nonostante gli eccessi di sovranismi e populismi, molti Europei voteranno contro l’attuale Unione Europa e le attuali realtà del globalismo, ignorando le grida dell’intellighenzia. Che poi i leader di partiti che in campagna elettorale sono stati ferocemente nazionalisti, giunti al potere, si moderino, è possibile, ma darlo per scontato comporta il rafforzare le paure e il senso di distacco fra le persone e le istituzioni europee e internazionali: se il voto non serve per produrre cambiamenti politici, la gente smetterà di votare, ma dubitiamo che questo porterà bene, nel medio-lungo termine.

Il fatto è che le politiche europee e la globalizzazione hanno dei perdenti e che questi perdenti sono sempre di più, a partire dai territori più marginali (ma ormai si vedono anche nelle periferie delle capitali d’Europa e della globalizzazione). L’unificazione dei mercati , non mediata a dovere, ha lasciato indietro larghi strati della popolazione e questo processo emarginante è tuttora in corso.

L’ordoliberismo, con la connessa esasperazione della concorrenza su scala continentale e, mai totalmente rinnegato, il feticcio dell’austerità, cioè l’ideologia incisa negli attuali trattati dell’Unione Europea, hanno dei contraccolpi. A lungo le conseguenze negative le hanno pagate i paesi poveri (ex colonie europee), ma ora sono arrivate a toccare le società europee. Non ci sono ricette semplici per affrontarla, ma questa realtà non può essere negata. Chi la subisce in prima persona - poveri, lavoratori poveri, classi medie impoverite - si volgerà verso chi promette di occuparsene, non importa quanto brutto, sporco, cattivo lo dipingeranno i media mainstream.

Occorrono idee e pratiche nuove, per il governo dell’Europa e della globalizzazione, che sappiano tenere conto dello spaesamento che proviene dai territori. Anche per questo siamo euroregionalisti: per andare oltre una Unione Europea che appare un opaco club di grandi stati e banche multinazionali.

Dobbiamo avvicinare una grande parte dei poteri di governo ai cittadini, proprio per rendere tollerabile che altre decisioni, d’interesse continentale o mondiale, si siano allontanate. La proposta euroregionalista è indispensabile per una rifondazione dell’Europa a partire dalle regioni, per colmare così rapidamente un vuoto politico pericoloso.

Il futuro dell’Europa, se ve n’è uno, passa per il rafforzamento delle regioni, nazioni storiche e moderni territori, fino a farle assurgere al rango di unità costitutive della confederazione.

Vogliamo ribadirlo con nettezza: il ritorno all’autogoverno, presidio delle autonomie personali, sociali, territoriali, è indispensabile proprio per affrontare i grandi temi globali del nostro tempo: la sfida ecologica, la produzione di buon cibo, la salute pubblica, il mantenimento del welfare, la gestione dei flussi di persone, la crescita civile e culturale – tutti temi che sono sempre stati presenti nel discorso di Che l’inse!.

Rendersi conto che il loro svolgimento non può prescindere dall’affrontare la prima parte del ragionamento, la richiesta di autogoverno, è quel che rafforza e differenzia il pensiero euroregionalista dalle forze politiche dominanti, anche nel campo popolare progressista - che è stato, in un passato lontano ma non dimenticato, quello più vicino agli autonomismi.

Non ci sarà progresso sociale, transizione ecologica, integrazione tra genti di diversa provenienza, tutela dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali, stabilità demografica, senza una fortissima autonomia, nella nostra terra e nelle altre.

Come in un circuito, da ovunque lo si prenda il ragionamento ritorna al punto di partenza. Certamente servono buone idee civiche e ambientaliste, ma senza i poteri, i fondi, l’autonomia per realizzarle, territorio per territorio, esse non diventeranno mai realtà. Perché dall’alto, da lontano, da altrove, si distrugge il mondo, non lo si migliora affatto, come dimostrano platealmente le scelte ecocide e suicide di tutte le grandi potenze e di tutte le concentrazioni di potere (politico, economico, militare) del nostro tempo.

Neomunicipalismo antiregionalista?

Ben poco possiamo aggiungere al confronto con coloro che rifiutano ideologicamente l’euroregionalismo, perché statalisti, siano essi veteronazionalisti o neosovranisti di area progressista (convinti, non senza motivazione, che la Costituzione italiana sia più “sociale” dei trattati europei).

Più insidiosa è l’obiezione ideologica che ci muovono i “neomunicipalisti”. Anch’essi sono convinti dei limiti del vecchio stato-nazione e più o meno convinti della necessità di far avanzare l’istanza europeista. Partono da premesse simili alle nostre, ma giungono a conclusioni parecchio differenti.

Il neomunicipalismo è stato rappresentato internazionalmente dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, oltre che da altre esperienze europee. In Italia lo hanno interpretato, fra gli altri, Beppe Sala (sindaco di Milano) e Luigi De Magistris (per dieci anni sindaco di Napoli). L’idea ha una attrattiva, in ottica decentralista e progressista, ma anche una profonda debolezza, rispetto al nostro discorso euroregionalista.

L’impostazione neomunicipalista, in buona sostanza, concepisce un “noi” di riferimento, necessario a qualunque politica che non voglia cadere nell’esaltazione dell’individualismo neoliberista, come una “comunità di progetto” – secondo la terminologia di Manuel Castells – e non già come una comunità territoriale (nazionale o regionale). L’identità non è assente dal discorso neomunicipalista, ma è declinata in modo minimalista, svincolata da ogni retaggio storico o culturale, e non senza ragione: all’interno della comunità urbana – specie della contemporaneità metropolitana - il legato culturale delle appartenenze precedenti alla decisione di diventare residenti della città è meno visibile, più avanti nel processo di dissoluzione, quando non addirittura totalmente cancellato.

A Milano si sente difficilmente parlare milanese (mentre in provincia il lombardo è tuttora in uso). Un’analoga dicotomia esiste, ovviamente in proporzioni differenti, fra Barcellona e la Catalogna.

Le città sono sempre luoghi in cui la popolazione è più varia, in quanto a radici culturali, e questo facilita – quasi obbliga – a fare appello a un senso di comunità civica basato sulla costruzione, anzi la ricostruzione continua, di strutture sociali. E’ una identità, quella municipale o metropolitana, che trae il suo vigore dalla proiezione in un futuro condiviso, piuttosto che nella valorizzazione di un passato comune.

Le città, o meglio le aree metropolitane, sono dunque nell’idea neomunicipalista il vero centro del progresso civile, economico e sociale, e pertanto sono meritevoli di maggiori autonomie, facoltà di decidere e normare, per assecondare questa loro rilevanza a discapito di entità statali che sono sempre più superate dai tempi.

Tutto bene, fin qui, ma il territorio che le circonda? Secondo molti sindaci di questa corrente politico-culturale, esso verrà coinvolto per osmosi, di riflesso, nella costruzione di questa identità nuova, che supererà finalmente le distinzioni nazionali, nell’apertura a forme del vivere nuove e più coerenti con le necessità che l’epoca impone.

Le principali città europee sono in effetti, quale più quale meno, cosmopolite, inclusive, dinamiche. A loro il mondo non fa paura. In Italia lo sono anche molte città piccole. Molti sindaci, anche di cittadine e comuni relativamente piccoli, sono affascinati da questa prospettiva. Peccato, però, che ci si trova di fronte a una seduzione, più che a un osmosi, a un’attrazione più che a una inclusione. Il cittadino delle periferie e delle province rurali non è affatto uguale ai cittadini dei centri delle città, anche delle più socialiste e più democratiche.

Una grande città inserita nella globalizzazione può giustamente, in una stagione di confederalismo, aspirare a essere una città-cantone o una città-stato. Ma i territori circostanti le assomigliano poco e hanno, a nostro parere, bisogno di forme di autogoverno non solo altrettanto ma diversamente inclusive.

Nel neomunicipalismo la stessa espressione ‘cittadini europei’ rischia di diventare nei fatti ristretta alla sua etimologia: europeo si sente chi è di città (anche se possiede un buen retiro in posti rurali signorili...). La Le Pen non vincerà mai a Parigi, la Lega di Salvini non avrà mai più Milano. Magra consolazione se il resto dell’Europa diventa anti-europeo e anti-cittadino. Il neomunicipalismo, per dirla in modo semplice, può partorire molti “gilet gialli”.

L’antico cleavage città/campagna, specie di fronte agli immensi cambiamenti necessari per la transizione ecologica, è sempre più forte e richiede un buongoverno su scala territoriale più appropriata, come quella proposta da un serio e innovativo euroregionalismo.

Il necessario scetticismo nei confronti del macroregionalismo

Poiché il regionalismo contemporaneo è stato spesso calato dall’alto, a volte a casaccio, anche in Italia, ci ritroviamo anche con enti regionali con un’identità storica e dei confini molto incerti (anche se ormai cinquant’anni di regionalismo italiano ed europeo sono comunque un patrimonio che dovrebbe essere maneggiato con prudenza).

Per come è andata sviluppandosi la storia delle regioni, specie quelle di dimensioni geografiche e demografiche contenute, a molti pare ovvio che la prospettiva più plausibile sia quella dell’accorpamento all’interno di una regione più ampia. Così già avviene, per esempio, in molti campi delle realtà commerciale, associativa e civile, in cui la Liguria è accorpata al Piemonte e alla Val d’Aosta.

È chiaro che chi ha a cuore le sorti della Repubblica delle Autonomie non può che ostacolare questo macroregionalismo grossier.

Ci sono macroregionalisti che sono sinceramente europeisti, che credono, come noi, che il vecchio stato-nazione possa dissolversi nel sistema confederale europeo, che possa avanzare una Europa delle regioni… Purché non siano le attuali, ma per forza più grosse, le macroregioni.

Essi si ritengono più pragmatici degli euroregionalisti, contestando che se si andasse in quella direzione ci sarebbero troppe entità regionali, di dimensione troppo piccola… La loro astrazione arriva a immaginare accorpamenti con criteri analoghi a quelli con cui in età napoleonica si disegnavano dipartimenti e compartimenti: distanze, dimensioni, statistiche insomma. Nella migliore delle ipotesi, i meno fantasiosi, passerebbero dai NUTS2 (le attuali regioni europee) ai NUTS1 (le macroregioni già in uso nelle statistiche europee). A queste realtà più grandi essi concederebbero volentieri più risorse e più potere.

A chi scrive pare che dietro molte costruzioni macroregionaliste ci sia, innanzitutto, una debolezza di pensiero confederalista: la sussidiarietà si costruisce dal basso, non dall’alto.

C’è poi in molti casi una malcelata ignoranza di quello che i territori sono stati nei secoli, mettendo per di più esigenze di (presunta) efficienza amministrativa, omogeneità dell’ampiezza dei mercati, facilitazioni ai traffici, davanti alle ragioni culturali, ambientali e storiche di quelle che non sono “divisioni amministrative”, ma, prima di tutto, democrazie locali.

Per una buona politica, fondata sulle libertà e sulle autonomie, si devono valorizzare tutti gli aspetti dell’esistenza, anche quelli meno materiali e meno organizzativi, ma non meno rilevanti.

Del resto nulla vieta, in un contesto euroregionalista, che le singole regioni, della dimensione confacente alla loro storia e cultura (e volontà popolare debitamente informata), facciano rete fra di loro (come fanno già le Euregioni, o come prevede la Costituzione italiana per la collaborazione fra regioni vicine), condividendo strutture e servizi, senza bisogno di privare le popolazioni di un governo che le rappresenti.

Ai macroregionalisti, in sostanza, sfugge il nocciolo del discorso euroregionalista: avvicinare il governo ai territori, far sentire i territori arbitri del proprio destino, in un’epoca in cui i centri di potere diventano globali, quindi lontani e irrangiungibili. Questo non è possibile se si privano regioni storiche della propria entità amministrativa, per metterle insieme ad altri territori solo per fallace “funzionalismo”.

Conclusioni

L’euroregionalismo si pone dunque come un pensiero profondo e una azione praticabile, nella grande avventura necessaria per salvare l’idea stessa di Europa: in varietate concordia.

Per diventare prospetticamente egemone il discorso euroregionalista deve ovviamente abbandonare tutti i folklorismi e i ciarlatanismi. Il ché non significa affatto perdere il romanticismo dell’amore per la propria madreterra, o la passione per la sua storia, o la consapevolezza delle ingiustizie che abbiamo subito dai centralismi autoritari.

Anzi, l’euroregionalismo va autorevolmente proposto, senza scadere in argomenti obsoleti e in fin dei conti regressivi, proprio per proteggere i nostri territori, da nuove e sempre più sofisticate forme di centralismo autoritario, non solo politico-amministrativo, ma anche tecnologico e finanziario.

L’euroregionalismo è una idea vincente, per una vera Europa dei popoli, e deve iniziare a sentirsi tale.

Genova-Barcellona, 28 luglio 2023

* * *

se determinata a far valere la propria dignità,
anche una piccola nazione come quella ligure
può sviluppare una mobilitazione volta a conquistare l’autogoverno,
un diritto inalienabile riconosciuto a tutti i popoli,
compresi quelli della vecchia Europa.

Franco Monteverde (1933-2019)

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Per chi non conoscesse Franco Monteverde, qui un affettuoso necrologio in ricordo di colui che è considerato il padre dell'autonomismo ligure del XX secolo.

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La deuxième gauche

  • Autore: Ione Orsini e Mauro Vaiani - Vecchiano e Prato, 20 gennaio 2024, San Sebastiano

Coloroche seguono il nostro Forum 2043sono impegnati a prepararsi per leelezioni europeedel 9 giugno 2024insieme alla nostra famiglia politicaALE-EFA e al patto Autonomie e Ambiente.Crediamo che possa essere d’ispirazione questo riconoscimento a una delle sorgenti culturali, una delle diversità che contribuisce alla nostra sorellanza di diversità. Grazie a Ione Orsini e a Mauro Vaiani per questo omaggio a una sinistra socialista autonomista e libertaria di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno oggi come ieri, in questo tempo dove vecchie e nuove forme di centralismo autoritario sono più scatenate che mai.

La deuxième gauche

Un omaggio all’umanesimo socialista e autonomista di Michel Rocard

di Ione Orsini e Mauro Vaiani*

Vecchiano e Prato, 20 gennaio 2024, San Sebastiano

"... la Deuxième gauche, décentralisatrice, régionaliste,
héritière de la tradition autogestionnaire,
qui prend en compte les démarches participatives des citoyens,
en opposition à une Première gauche,
jacobine, centralisatrice et étatique."

Michel Rocard, Congrès de Nantes du PS, 1977

 

L’espressione "Deuxième gauche" si diffuse nell’ultimo quarto del XX secolo per segnalare, proprio dalla Francia (l’Hexagone, lo stato centralista per antonomasia, forgiatodai giacobini),alle forze progressiste di tutto il mondo, che è possibile un umanesimo socialista e autonomista, una sinistra amica delle autonomie personali, sociali e territoriali. “Seconda sinistra”, in contrapposizione alla “prima”, centralista e autoritaria, voleva dire “altra”, ma non necessariamente “nuova”, poiché una sinistra antitotalitaria, anticentralista, antiautoritaria, è esistita dai tempi della Gironda, di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), della primavera libertaria che attraversò la Spagna e soprattutto la Catalogna prima della reazione franchista alla fine degli anni Trenta del secolo scorso.

In tempi più vicini a noi, una “seconda sinistra” è stata necessaria per distinguersi dalla imbarazzante subalternità dei comunisti europei nei confronti del PCUS, ma anche in contrapposizione al bellicismo e al neocolonialismo di tante sinistre centraliste (basti ricordare la SFIO di Guy Mollet, forza della "prima sinistra", al potere nel 1956, che s’impantanò nell’atroce guerra d’Algeria).

Della “seconda sinistra” divenne un portavoce chiave Michel Rocard quando, nel congresso dei socialisti francesi del 1977 a Nantes, chiese al suo partito di abbracciare il regionalismo e l’autonomismo, recidendo una volta per tutte ogni commistione con il settarismo, l’estremismo, l’elitismo autoritario (quello marxista e leninista, ma non solo).

Michel Rocard (1930-2016) era stato sin da giovane un socialista riformista, autonomista, libertario, impegnato nel piccolo ma vivace e plurale Partito Socialista Unificato (PSU), una formazione che dava spazio a molte diversità: laici di sinistra, cattolici cristiano-sociali, ex-comunisti anti-stalinisti, socialisti riformisti che rifiutavano la repressione in Algeria, persone di origine trotskista e altri socialisti con radici anarchiche e libertarie.

La forza e l’originalità del suo pensiero si manifesta nel rapporto "Décoloniser la province" (decolonizzare la provincia) del 1966. Il documento era sulla scia di una lunga tradizione intellettuale anticentralista francese. Riecheggia l’opera di Jean-françois Gravier, Paris et le désert français (Parigi e il deserto francese) del 1947, che a suo tempo aveva fatto molto rumore. Si riconnette alla corrente girondina, che era stata spazzata via dal terrore giacobino nella Révolution française.

Il rapporto analizza lo squilibrio fra Parigi e le province francesi e vede in esso un “tratto coloniale”. Rocard formula un pensiero a noi familiare: "La clé du développement c'est la décision." (la chiave dello sviluppo è la [capacità di] decidere), che equivale a credere che senza potere politico locale di autodeterminazione, i territori non riescono a svilupparsi e prosperare.

Il testo diventò strumento di lotta politica contro quei socialisti e comunisti che si attardavano su posizioni centraliste (e, rispetto ai territori francesi d’oltremare, indulgevano in posizioni neocolonialiste, magari mascherate da “mission civilisatrice “, da parte della patria della Déclaration des droits de l'homme et du citoyen de 1789, una posizione che purtroppo è ancora oggi dominante in sinistre centraliste come quella di Jean-Luc Mélenchon).

Partì da quel rapporto un movimento culturale prima ancora che politico, che ispirerà le future, sia pure timide, riforme decentraliste in Francia, che condussero all’istituzione delle regioni. Se i dipartimenti e la stessa figura dei prefetti sono in discussione in Francia, come in Italia, è merito anche di quel coraggioso e lungimirante documento.

Per Michel Rocard era naturale che il socialismo implicasse autonomie personali, sociali, territoriali, uno sviluppo democratico necessario per ridurre il potere di pochi su molti. Questo socialismo per le autonomie non era solo francese. Influenzava tutta la sua generazione, i leader socialisti di cui era amico sin da giovane, grazie alle fitte relazioni internazionali del socialismo: Bettino Craxi, Willy Brandt, a Felipe González, Mário Soares, Andreas Papandreou, Salvador Allende.

Quando il socialismo francese si riunì in un partito più ampio, quello che poi sarà guidato da François Mitterrand, la “deuxième gauche” diventò una corrente importante ma purtroppo non dominante. Tuttavia Michel Rocard continuò il suo impegno, con battaglie concrete e di successo per la decolonizzazione della Nuova Caledonia, per l’autonomia della Corsica, per il regionalismo, per un’Europa unita ma fondata sulla sussidiarietà, per i redditi minimi d’inserimento, per servizi sociali diffusi.

Michel Rocard avrebbe potuto fare molto di più per smontare lo stato giacobino, se non ci fosse stata l’ingombrante e conservatrice influenza di François Mitterrand, che nelle elezioni europee del 1994, per ridimensionare il socialismo autonomista di Rocard, arrivò a sostenere la lista liberal-radicale di Bernard Tapie.

Una volta eletto nel Parlamento europeo, Rocard, continuò a impegnarsi sui temi sociali, per i giovani, per la libertà d’informazione. Fu rieletto anche nel 1999 e nel 2004.

Verso la fine del suo lungo servizio pubblico, nel 2009 Rocard fu nominato ambasciatore della Francia nei grandi negoziati internazionali per la tutela dei poli dell’Artico e dell’Antardide. In questi ultimi anni s’impegnò molto per la tutela dell’ambiente e per il futuro del pianeta, ma anche per criticare gli eccessi neoliberisti che stavano rendendo l’Unione Europea e il mercato unico un ambiente ostile per le piccole e medie imprese, per i ceti medi, per le nuove generazioni (fra l’altro, si oppose alla direttiva dell'Unione Europea 2006/123/CE, la famigerata “Direttiva Bolkestein”, approvata ed emanata nel 2006, così chiamata dal nome di Frits Bolkestein, uno dei membri della Commissione europea guidata da Romano Prodi, che ne fu il propugnatore).

Anche dopo la scomparsa di Michel Rocard, il 2 luglio 2016, gli ideali della “deuxième gauche” continuano a vivere, influenzando il mondo sindacale, le associazioni civiche, le organizzazioni ecologiste, gli autonomisti delle regioni e dei territori, non solo in Francia.

Rocard volle essere seppellito a Monticello in Corsica, il borgo che era stato caro anche al “babbo” della nazione corsa, Pasquale Paoli, tanto era l’amore che aveva conservato per quella piccola màtria che aspira, come è diritto di ogni territorio, al pieno autogoverno.

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Fonti e inviti all’approfondimento

- https://michelrocard.org/ (progetto di valorizzazione del lavoro politico e culturale di Michel Rocard gestito in collaborazione con la Fondation Jean-Jaurès)

- https://michelrocard.org/app/photopro.sk/rocard/publi?docid=357232#sessionhistory-ready (Décoloniser la province)

- https://www.lemonde.fr/archives/article/1966/12/20/le-socialisme-doit-avoir-priorite-sur-le-regionalisme-estime-m-michel-rocard-qui-demande-d-autre-part-la-suppression-de-l-institution-prefectorale_2684365_1819218.html

- https://it.euronews.com/2016/07/02/e-morto-michel-rocard-ex-premier-francese-sotto-mitterrand-aveva-85-anni

- https://www.rivistailmulino.it/a/michel-rocard (Michele Marchi)

- https://fr.wikipedia.org/wiki/Deuxi%C3%A8me_gauche

- https://fr.wikipedia.org/wiki/Michel_Rocard

- https://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Rocard

- https://www.toupie.org/Dictionnaire/Deuxieme_gauche.htm

- https://www.cairn.info/revue-le-debat-2019-1-page-182.htm

- https://it.wikipedia.org/wiki/Bettino_Craxi

- https://france3-regions.francetvinfo.fr/corse/corse-retour-sur-le-discours-de-michel-rocard-en-avril-1989-a-l-assemblee-nationale-2524200.html

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* Ione Orsini, attivista socialista civica e autonomista, è comoderatrice di OraToscana (insieme a Cristiano Pennesi, comoderatore). Mauro Vaiani è, oltre che coordinatore della segreteria interterritoriale di Autonomie e Ambiente, il garante di OraToscana.

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Riparlare di "Costituzione" europea - Roma, 9 maggio 2026

2026 05 09 riparlare di costituzione europea

A Roma, il prossimo 9 maggio 2026, si riparla di "Costituzione" per l'Europa. L'incontro è promosso da Insieme, Base Popolare, Campobase (Trentino), Il Domani d'Italia, Tempi Nuovi-Popolari Uniti.

L'evento inizia alle ore 10 presso il giardino dei Padri Passionisti in Via San Paolo della Croce 1, a Roma.

Interverranno: l'economista Stefano Zamagni, il costituzionalista Enzo Balboni, l'ambasciatore Pasquale Ferrara, Giancarlo Infante, Lorenzo Dellai, Giuseppe De Mita, Lucio D'Ubaldo, Federico Fauttilli, Giuseppe Gargani, Silvio Minnetti, Angelo Sanza.

Giuseppe Fioroni pronuncerà un ricordo della grande figura di Aldo Moro.

Le conclusioni sono affidate a Maurizio Cotta, di Insieme.

Sarà possibile seguire il convegno a distanza attraverso questo link :  https://meet.google.com/eaj-vqcf-tpi

Autonomie e Ambiente e Partecipazione Attiva hanno assicurato il proprio sostegno all'iniziativa.

 

Firenze, 5 maggio 2026 - a cura della segreteria interterritoriale