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Federalismo

Ancora più centralismo dai sedicenti patrioti

Il j'accuse di Liberi Elettori Piemonte e Assemblada Occitana:
'Governo dei Patrioti antifederalista'

Il governo dei patrioti è anti-federalista?" Si direbbe proprio di sì. Infatti con la legge di bilancio – come documentato dagli esperti prof. Zanardi e Randon su "La Voce" – si introduce una compartecipazione statale del 30% sul maggior gettito dell'imposta di soggiorno 2026, destinata a due fondi nazionali per disabili e minori. Noi, forze autonomiste e federaliste, siamo favorevoli all' aumento dei suddetti fondi ma non a discapito dei comuni. I comuni sono i primi enti che devono rispondere alle necessità dei cittadini e non sono dei bancomat.

L'imposta, nata come tributo comunale vincolato al turismo e ai servizi locali, verrebbe così parzialmente "nazionalizzata". Quale disagio avrebbe lo stato centrale per giustificare un prelievo su questa tassa che dovrebbe garantire maggiori servizi ai comuni altamente turistici? 

Nel 2024 il gettito ha raggiunto 1 miliardo di euro, in crescita del 29% sul 2023, e si prevede un ulteriore +16% nel 2025. La misura è criticata, perché sottrae risorse ai comuni e contrasta con i principi del federalismo fiscale, usando un'imposta locale per finanziare spese nazionali. Restano infine incerte le modalità di calcolo del maggior gettito da cui dipenderà la quota destinata allo Stato.

Dal turismo dipende la sopravvivenza di moltissimi paesi in Piemonte e nelle valli occitane. Il turismo però porta anche spese e difficoltà di gestione amministrativa (quale la gestione della raccolta dei rifiuti, la gestione dei parcheggi, per non parlare dell' urbanistica...) che ricadono interamente sui comuni. È grave che uno stato sempre più piovra voglia appropriarsi anche di una tassa locale e che tale deve rimanere!

Come forze autonomiste e territorialiste sosteniamo il diritto all' autonomia finanziaria per i comuni turistici.

Liberi Elettori Piemonte - Assemblada Occitana Valadas 

Comunicato dalle due forze sorelle di Autonomie e Ambiente del Nordovest - 16 novembre 2025

Cacciari cavat lapidem

Massimo Cacciari ha pubblicato un articolo su La Stampa dal titolo "Il riformismo che manca all'opposizione" (pag. 25, La Stampa di domenica 30 novembre 2025).

Cogliamo questa occasione per esprimere, per prima cosa, solidarietà al quotidiano di Torino, che è stato vittima di un atto di squadrismo sè-dicente "rosso".

Approfittiamo però di questo intervento di Cacciari per riconoscergli, una volta di più, il grande contributo che il filoso, politico e amministratore veneziano - e veneto, italiano, europeo, conosciuto e studiato in tutto il mondo - ha saputo dare nel tempo a un pensiero e a un'azione anticentraliste, antiautoritarie, civiche, ambientaliste, federaliste e confederaliste.

Ancora una volta Cacciari ci ricorda che il potere deve centralizzato, che servono cambiamenti istituzionali per separare e responsabilizzare le funzioni, che non c'è alternativa senza riforme decentraliste, che non si possono battere i centralisti senza un supplemento d'anima, di cultura, di un riformismo amico delle autonomie.

I leader mediatici che oggi comandano in Italia stanno ballando su una sorta di titanic, che sta per scontrarsi con l'iceberg della secessione dei cittadini dalla coesione sociale, di cui il crescente astensionismo non è altro che una sinistra anticipazione. Serve una reazione dal basso, dal mondo delle autonomie, della sussidiarietà, della responsabilità.

Cacciari non può essere facilmente silenziato dai media dominanti, ma la sua voce può essere apparsa debole, negli anni. Eppure somiglia molto alla goccia che spacca le pietre, evocata nell'antico motto latino gutta cavat lapidem.

Un antico riformismo autonomista sembra essere stata cancellato dalla scena mediatica, dopo la timida apertura che al tema fu concessa sul finire del secolo scorso (quando tutti si dicevano federalisti).

Ci sono state certamente timidezze, incapacità, errori da parte dei leader locali e territoriali - lo stesso Cacciari ha spesso parlato dei suoi - ma c'è stata anche una vera e propria "reazione" conservatrice, violenta, autoritaria, feroce contro la sussidiarietà e la responsabilità delle autonomie personali, sociali, territoriali.

La lettura dell'intervento di Cacciari di oggi su La Stampa ribadisce e insiste: la questione federalista in Italia, in Europa, nel mondo, non è eludibile.

Vale la pena di ripercorrere a ritroso la profondità, la continuità, la necessità del suo magistero.

Rileggiamo Cacciari che mette a fuoco i disastri della Lega nel 2025:
https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/venezia-mestre/politica/25_marzo_14/massimo-cacciari-il-progetto-federalista-e-stato-l-ultima-utopia-oggi-non-e-rimasto-nulla-la-lega-ha-fatto-disastri-f1474cbc-03ba-4dd6-bb1a-1b68cb9bexlk.shtml

Riascoltiamo Cacciari, in questa bella tavola rotonda del 2015, con Ilvo Diamanti, Mario Bertolissi, Paolo Zabeo, in cui venne anche commemorato Giuseppe "Bepi" Bertolussi: 

 

Cacciari contro una politica in cui gli schieramenti, il leaderismo, gli slogan avevano già sostituito i progetti, nel 2006:
https://www.filcams.cgil.it/article/rassegna_stampa/_intervista_m_cacciari_la_politica_non_ha_piu_progetti_#

Cacciari, quando da sindaco di Venezia, sollevò il tema del federalismo dal basso, nel 1995:
https://ilmanifesto.it/archivio/1995016346

Senza questa continuità di pensiero federalista e decentralista, senza queste radici, la Repubblica delle Autonomie e l'Europa delle regioni, dei territori, dei popoli, saranno spazzate via da vecchie e nuove forme di centralismo autoritario.

Altro che alternativa, altro che Europa, altro che pace, altro che transizione ambientale, ci aspetta,no se tutti coloro che sono gocce del decentralismo non si concentrano sui punti che possono spaccare le pietre del conformismo imposto dalle grandi concentrazioni di potere politico, economico, tecnologico.

Torino-Venezia, 30 novembre 2025 - A cura della segreteria interterritoriale di Autonomie e Ambiente

 

Cristina Machet nuova presidente della UV

Cristina Machet è la nuova presidente della Union Valdôtaine (UV). E' stata eletta sabato 5 giugno 2021 dalla conferenza dei presidenti delle sezioni del Mouvement riunita a Pont-Saint-Martin insieme al Conseil fédéral. Piero Prola è il nuovo vicepresidente, Federico Perrin il tesoriere. Machet succede a David Follien, che a sua volta era reggente dall'autunno scorso, in sostituzione di Erik Lavévaz, nel frattempo diventato presidente della regione Valle D'Aosta.
La UV è una delle forze autonomiste più antiche nella Repubblica Italiana e nello spazio politico europeo, una forza popolare fedele alle sue radici democratiche e antifasciste.
Il dialogo e la collaborazione tra la Union e la nostra rete di Autonomie e Ambiente (AeA) è sempre più intenso da tempo, grazie all'interessamento e all'impegno di Erik Lavévaz,di Guido Grimode del senatore Albert Lanièce.Grimod è intervenuto alla nostra II Assemblea Generale e Lanièce è stato uno dei quattro oratori cruciali.
Le nostre più sentite congratulazioni, in attesa dei prossimi appuntamenti di lavoro politico con la forza sorella maggiore del federalismo italiano ed europeo.
 
Maggiori informazioni sulla testata storica della Union::
 
Nella foto (fonte Le Peuple Valdotain) a sinistra il presidente vicario uscente, David Follien, e a destra la neopresidente Cristina Machet.

Dalla cultura montanara l'idea universale di bioregione

  • Autore: Omaggio a Tavo Burat - Monte Rubello (Trivero, Biella), 11 gennaio 2024

In questo tempo di centralismo autoritario, che produce inevitabilmente povertà, disumanità e infine guerra, ci stringiamo alle radici più profonde del nostro umanesimo territorialista, ecologista e libertario.

Questo anno 2024sarà cruciale perstudiosi, attivisti, amministratori locali che seguono il nostro Forum 2043.Dovranno affrontare le elezioni europeeinsieme alla nostra famiglia politica EFA e al patto Autonomie e Ambientee le elezioni regionali inSardegna,Abruzzo, Umbria, Basilicata e Piemonte. Siamo attesiall’impegno per ilrinnovo di migliaia di amministrazioni comunali, nelle quali c’è sempre più bisogno del nostro patrimonio di civismo, ambientalismo, territorialismo.QuestoForum 2043intende esserefonte di ispirazione e formazione per tutti coloro che vorranno lanciare un messaggio di speranza e di pace alle generazioni future,contro larassegnazione a essere sudditi in una società percorsa da centralismi (tecnologici, economici, militari, politici) sempre più autoritari.

A fine anno 2024 sarannoanchequindici anni dalla scomparsa di Tavo Burat (al secoloGustavo Buratti Zanchi, Stezzano, 22 maggio 1932 – Biella, 18 dicembre 2009).

Il Forum 2043 gli dedica questo omaggio, perché è anche a lui che dobbiamo, nel contesto degli autonomismi storici, la diffusione del concetto di “bioregione”, un’idea centrale per tutti i movimenti civici, ambientalisti, territorialisti, di emancipazione dei contadini e di tutti i lavoratori.

Tavo Burat è stato scrittore, poeta, giornalista, docente, politico, storico, studioso, ma soprattutto attivista per le biodiversità, le diversità etno-linguistiche, le autonomie locali. Si laureò, non a caso, con una tesi sul diritto del cantone dei Grigioni, lo stato svizzero che è a sua volta una piccola svizzera, in cui comuni di diversa lingua e cultura convivono, ciascuno occupandosi della propria comunità e del proprio territorio.

Fu il fondatoredellarivista in lingua piemonteseLa slòira e direttore della rivistaAlp.Fu studioso delle tradizioni popolari alpine, deltuchinaggio,delmovimentoevangelico diFra Dolcino. La ricerca scientifica su Dolcino lo coinvolseal punto da spingerlo, da cristiano valdese qual era, a dichiararsi “neodolciniano”.

Il 14 settembre 1974, seicento anni dopo l’ultima condanna degli apostolici dolciniani, volle un cippo dedicato a Fra Dolcino sul Monte Rubello (montagna “ribelle”), al posto dell’obelisco che, nel 1907, nel sesto centenario della morte del frate, gli avevano dedicato gli operai anarchici e socialisti della Valsesia e che era stato distrutto dai fascisti. Ogni anno, nei pressi del restaurato cippo, si celebrano ancora raduni libertari la seconda domenica di settembre.

Del comitato promotore del nuovo monumento fanno parte, tra gli altri, Cino Moscatelli, epico comandante della Resistenza partigiana, Dario Fo, Franca Rame e Osvaldo Coisson, uno dei redattori di quella “Dichiarazione di Chivasso” del 13 dicembre 1943, con la quale si prefigurava per l’Italia e per l’Europa, un futuro di federalismo e autonomie per le valli alpine e in realtà per ogni territorio.

Possiamo legittimamente sostenere che la Carta di Chivasso abbia anticipato di decenni le istanze decentraliste di tutto il mondo, da Gary Snyder, a Kirkpatrick Sale, Peter Berg, Raymond Dasmann, Murray Bookchin e tanti altri, sostenendo la permanenza di antichi valori confederalisti nella modernità industriale. Valori che, dal punto di vista del nostro Forum 2043, sono attualissimi, oggi più che mai nel XXI secolo, che è insieme globalizzato e scosso dalle crisi della globalizzazione.

Tavo Burat era interessato all’eresia contro ogni autoritarismo. Studiava e parlava le lingue minoritarie. Percorreva le Alpi meno celebrate e più lontane dalle rotte turistiche, perché per lui le montagne erano sempre state un rifugio, il luogo più amato da gente perseguitata perché parla lingue incomprensibili al potere centralista costituito.

Nell’ottobre 1975 Burat, che allora era segretario per l'Italia dell’Associazione internazionale per la difesa delle lingue e delle culture minacciate (AIDLCM), di cui era stato uno dei fondatori a Tolosa nel 1964, organizzò a Lecce, insieme ad Antonio Piromalli, un convegno in difesa delle minoranze linguistiche, a cui partecipò anche Pier Paolo Pasolini (per il grande poeta, regista e intellettuale friulano, in pratica, fu l’ultimo intervento pubblico prima del suo assassinio).

Fu consigliere comunale a Biella, assessore della Comunità montana Bassa Valle Cervo dal 1970 al 1993, impegnato in molte istituzioni comunitarie, culturali e storiche. Aveva iniziato l'attività politica nel PSI, prima di diventare uno dei fondatori delle Liste Verdi e uno dei proponenti del primo statuto confederale degli ecologisti italiani nel 1985. Nel tempo proseguì il suo impegno spirituale, culturale, storico e politico.

Alla sua morte, nel 2009, in conformità con la sua storia di difesa delle culture locali, volle essere sepolto avvolto nella bandiera dei Sinti piemontesi.

Civiltà montanara e autonomia bioregionale

di Tavo Burat*

Per bioregione si intende un luogo geografico riconoscibile per le sue caratteristiche di suolo, di specie animali e vegetali, di microclima, oltre che per la cultura umana che da tempo immemorabile si è sviluppata in armonia con tutto ciò. Le valli alpine, come la Valle Sesia, costituiscono - o meglio, costituivano - bioregioni, e cioè insieme biologici tendenti all'autosufficienza ed all'autoproduttività, che si sono adattati alle condizioni dei loro habitat dove si realizza un "equilibrio circolare" tra tutti i fattori (produttori di energia, consumatori di energia, eliminatori dei rifiuti).

Le popolazioni inserite nella bioregione formano comunità locali conferenti veste concreta a quello spirito di Gemeinchaft, cioè di "comunità di destino" entro cui si esprimono secoli di produzione culturale, in spazi per lo più liberi dai condizionamenti, affrancati dalla subalternità, caratterizzati da una produzione culturale autonoma e cioè non eterodiretta.

Orbene, a me sembra che per comprendere Dolcino, Margherita e la loro relazione con la Valle Sesia, sia necessario rapportarli alla bioregione teatro della loro epopea del 1305-1307. Quella Valle Sesia che, con il trattato di Gozzano del 1275, aveva conquistato con decenni di guerriglia contro i feudatari Biandrate prima e i centri metropolitani di Vercelli e Novara poi, una quasi indipendenza; "quasi" perché I' Universitas valsesiana corrispondeva - utilizzando un termine moderno - ad un protettorato: infatti, per trattati e contese con potenze forestiere era pur sempre necessario l'assenso della città di Novara.

(...) Si trattava di vere comunità reali, non personali, caratterizzate dalla coesistenza fra la proprietà privata e quella collettiva. La prima era limitata alla abitazione, alle armi, agli utensili da lavoro, al bestiame ed a poca terra; la grande proprietà - i campi coltivabili, le brughiere e gli alpeggi per i pascoli, i boschi - era comunitaria, e il godimento delle sue singole componenti era stabilito da "regole" scaturite da assemblee di uomini liberi, vale a dire da coloro che portavano le armi e che al prezzo della vita difendevano quella proprietà.

In alcuni Cantoni della Svizzera primitiva si è conservata la Landsgemeinde, assemblea per gli affari comunali e cantonali che emana leggi e regolamenti secondo i dettami della democrazia diretta, e la partecipazione è un diritto-dovere riservato sino a non molti anni fa agli uomini atti alle armi. Le comunità longobarde diedero vigore a tali assemblee degli uomini liberi, gli arimanni. Queste comunità erano chiamate vicìnie (vicinanze nel Biellese) comunaglie nell' Appennino parmense, regole, appunto, nel Cadore e nel Veneto.

L'etica che informava lo spirito comunitario sull'inalienabilità del suolo, era di voler conservare intatto il patrimonio collettivo.

(...) La comunità rurale-alpina può quindi definirsi come un insieme di famiglie vicine che coltivano un dato territorio soggetto a regole di utilizzazione collettiva, ed è l'antenata della maggior parte degli odierni Comuni "politici": in Svizzera sussiste tuttora il "doppio comune": quello moderno, "politico", e quello detto, in Canton Ticino e nei Grigioni italiani, "patriziale", corrispondente alla nostra vicìnia competente per l'amministrazione dei beni comunitari e per gli "affari pauperili" (cioè, l'assistenza).

(...) In molte alte valli, quegli "uomini liberi" poterono conservare con le armi i loro privilegi, cioè la loro autonomia, le loro "regole"; le vicìnie riuscirono a sopravvivere specialmente sulle montagne (divennero i cosiddetti "usi civici") e si conservarono sino all'inizio del secolo XIX; in Valsesia, ricordiamo la strenua battaglia autonomista dell' on. Aurelio Turcotti (Varallo 1808 - Torino 1885) canonico, ma poi fieramente eretico che manifestò nei suoi scritti simpatia per Dolcino, al Parlamento subalpino nei banchi della "montagna", la sinistra in cui sedeva Angelo Brofferio (su Aurelio Turcotti si veda: Tavo Burat, Le intuizioni di un profeta sconosciuto, in "Riforma", anno XlI, n° 11 (12-03-2004), p. 5; ldem, Aurelio Turcotti, eretico valsesiano, autonomista e federalista, né "L'impegno", a. XXIV n° 2 (dicembre 2004) pp. 121 – 128).

(...) Come abbiamo più volte sostenuto, la comunità cristiana che Dolcino ed i suoi seguaci proponevano come preconitrice del "Regno" era del tutto speculare, omologa, a quella dei montanari specie dell'alta valle non soggetta alle influenze mercantili della pianura: infatti vi si riscontrano i medesimi valori fondamentali: solidarietà e fratellanza, comunione dei beni, rifiuto di ogni tipo di balzello (taglie, o decime che fossero), parità uomo-donna, nessun servo nessun padrone, ma Dio unico "Signore"; rifiuto del denaro (si pensi al fondatore del movimento Apostolico, predecessore di Dolcino, quel Gherardino Segalello, "libertario di Dio" che gettò via i denari, francescano anarchico, salito al rogo l'anno 1300 a Parma) poiché l'economia era fondata sul servizio comunitario e sul baratto.

Dolcino testimoniava nel messaggio evangelico radicale la validità dell'ordinamento giuridico alpino, rivitalizzato dai Longobardi e minacciato dal Diritto romano che montava dai centri urbani della pianura.

La "crociata", invece, era la messa in opera di uno strumento oppressivo per l'affermazione dei princìpi antitetici: gerarchia; privilegi riconosciuti ai Signori feudali, laici o ecclesiastici che fossero; la donna considerata veicolo diabolico; la moneta sonante, anziché il libero scambio.

La sconfitta di Dolcino segnerà l'inizio della fine della civiltà alpina: alla luce del sole rimarrà l'ordinamento giuridico latino; ai "resistenti" resterà il buio dei boschi e della notte, dove troveranno rifugio i banditi; le donne "vestali" dell'antica cultura agreste diventeranno "streghe". Le fate giovani e belle saranno tramutate dalla cultura vincente in vecchie malefiche megere. La pratica del libero scambio in sfida alla legge sarà dei contrabbandieri.

Le alte valli alpine presenteranno nella loro decadenza economica, politica e sociale tutti i caratteri delle colonie, così come appaiono nel Terzo Mondo: le materie prime prodotte (si pensi ai metalli, cominciando dall'oro, ma anche all'acqua, bene quanto mai prezioso), sono consumate e trasformate nelle metropoli; le popolazioni sono territorialmente divise con confini estranei alla loro realtà economica sociale (le etnie alpine sono le medesime nei due versanti: provenzali o occitani, francoprovenzali, walser, retoromanci o ladini, tirolesi, carinziani, sloveni); le valli costituiscono una grande riserva di mano d'opera (serve, e poi operai) e di buoni soldati; il sistema viario di comunicazione da orizzontale tra valle e valle, sostituito da quello a raggiera che parte dai centri metropolitani per facilitare la pianurizzazione delle attività economiche; il capitale locale sparito, è sostituito da quello dei metropolitani, che a poco a poco si impadroniscono della terra (turismo speculativo che espelle gli indigeni); la produzione agricola, artigianale, soppiantata da quella industriale metropolitana; gli indigeni considerati culturalmente alienati, minus habentes e gli idiomi che esprimono la loro cultura bistrattata, degradati da valore "lingua" a “minus-valore”, dialetto, da estirpare e buttare (la rapina del minus-valore, dopo quella del plus-valore!).

Economia, cultura e lingua delle élites metropolitane si impongono sempre più nelle periferie: quanto è "alternativo", resistente alla globalizzazione, viene via via sospinto ai margini, o buttato a mare (come avvenuto nelle aree celtiche: in Scozia, Galles, Irlanda; Bretagna e per quella occitana, in Francia) dalla potenza economica metropolitana (di Londra o Parigi); da noi la "resistenza" è compressa contro le montagne, nelle Valli, sempre più in alto. Laddove i popoli indigeni non concordano con i piani elaborati dalle élites, che mistificano il proprio interesse facendolo apparire "progresso" tout court, essi possono essere sempre rappresentati quali terroristi pericolosi, primitivi, gretti egoisti, ostacolo allo sviluppo.

E' l'inversione dell' etica: colto, aperto e positivo il "cittadino"; ignorante e rozzo, testardo e meritevole al più di "conversione" di "emancipazione", quando non di severa condanna, il montanaro, "villano" insomma: un "eretico", cui un tempo spettava l'abitello giallo o il rogo, ed oggi il disprezzo sociale del benpensantismo cittadino. E' l'antica favola del lupo a monte e del povero agnello a valle, colpevole di aver intorbidito l'acqua …

(…)...lo scrittore friulano Carlo Sgorlon, in un romanzo (L'ultima valle, edizioni Oscar Mondatori, Milano 1989 pp. 54-55) racconta "la moderna e sempre valida favola delle prevaricazioni dell'uomo sulla natura; favola antica della dabbenaggine e del miraggio del progresso che, alleati contro l'equilibrio della creazione, scatenano il sangue ferito della terra. Perché uccidono il passato, scambiandolo per passatismo, in nome di un avvenire che è furto, sconsacrazione, improvvisata padronanza del fuoco degli déi". In questo libro si staglia la figura di Siro, un montanaro contrario alla strada e alla diga progettata ed in fase di realizzo: il romanzo è ispirato alla tragedia del Vajont anche se i toponimi sono mutati.

A chi diceva a Siro; "sei tu fuori dal tempo. Dov'è il pericolo? Nei lavori della strada?" replicava: "ma certo. Cominciano sempre con una strada. Se lasciate che la strada si faccia, poi sarà tardi per ogni cosa". Lui conosceva le loro tecniche, le aveva viste applicate in molte altre valli.

Dopo la strada veniva gente che avrebbe messo le mani ingorde su ogni cosa. Avrebbe sventrato i boschi per farne da sci, costruito ogni possibile diavoleria, seggiovie, impianti di risalita, funivie per salire in cima alla montagna senza muovere un solo passo; avrebbe fabbricato alberghi, rovinato i nevai del massiccio, e le valli e le montagne sarebbero state percorse da una ragnatela di fili di acciaio e di piloni di cemento. Avrebbero deviato le acque... "Le acque? Cosa c'entrano le acque?" Non lo so. Dico per dire. So soltanto che rovinano tutto. "Siro, ragiona. La gente della valle aspetta da decenni che la strada sia fatta". Ma lui non voleva ragionare. Era sconvolto dalla sua passione, e continuava a dire che bisognava fare una lega di tutta la gente per bloccare il progetto che ci minacciava, correre in tutti i paesi a soffiare con ogni forza dentro l'antico corno di bue, per gettare l'allarme...

(…) Sgorlon ci spiega così, sia pure molto indirettamente, perché il movimento contro il Treno Alta Velocità -TAV- in Valle Susa abbia emblematicamente "recuperato" fra Dolcino: è la seconda volta, dopo gli anni di fine - principio secolo, quando il movimento operaio Valsesiano e Biellese onorò il "precursore", che un movimento popolare riscopre Dolcino e lo rivendica.

In Valle Susa, e in internet circola una significante lettera, firmata "Dolcino e Margherita, da nessun luogo" (utopia!) che è un inno alla libertà della montagna, una strenua difesa di quella "bioregione" che una colossale strada ferrata vorrebbe ancor più sconvolgere.

Una valle già percorsa da autostrade, superstrade e ferrovia, sconquassata da una "grande opera" che prevede montagne scavate per quindici anni, con un milione di metri cubi di materiale pericoloso da trasportare da qualche parte; cinquecento camion in transito giorno e notte nella valle per trasportare i detriti scavati; tonnellate di polvere circolante nell'aria: le verifiche secondo le quali non ci sarebbe amianto nei terreni si sono rivelate inattendibili, il movimento "No Tav" ne ha portato alla luce le lacune dal punto di vista scientifico e la Procura di Torino ha aperto un' inchiesta.

Si estende la desolazione di panorami cementificati, la distruzione di prati, l'ombra di viadotti, il grigio delle decine di piloni di cemento, antenne e tralicci aumentati in modo esponenziale, inoltre le falde deviate e prosciugate, le acque inquinate. Ma l'opera che costa miliardi e miliardi di sicuro non solo è dannosa, ma inutile, perché il rapporto tra trasporto merci e Pil cresce fino a quando lo sviluppo economico di un Paese non raggiunge una certa soglia, dopo la quale si stabilizza e decresce: i dati europei Eurostat evidenziano come in Europa il rapporto tra tonnellate per km di merci (indicatore di qualità di trasporto delle merci) e PiI, tra il 1997 e il 2002, è rimasto invariato; per l'Italia è stazionario.

II movimento che ha riconosciuto in Dolcino un emblema, antepone la tutela delle bioregione e della salute agli interessi di coloro che Sgorlon chiamava i "nuovi feudatari", cioè poche ma potenti lobby economiche, spesso trasversali negli schieramenti politici.

In realtà, si confonde il "progresso", che è liberazione dal bisogno e dal servaggio, con lo "sviluppo" che non deve essere infinito e che è destinato a schiantarsi a grande velocità contro la barriera del limite ecologico. Si sostiene che la TAV è indispensabile, altrimenti l'Italia non si modernizza, ma senza fondarsi su dati e fatti nazionali. E Luciano Gallino si chiede se non siano proprio gli abitanti della Val Susa a fare, invece, il vero interesse nazionale, e che stiano spronandoci a pensare se è davvero conveniente trasformare l'Italia nella piattaforma logistica d'Europa, e se la perseveranza di realizzare la TAV senza valide ragioni sia conseguenza dell'incapacità di esplorare in modo corretto altre opportunità di cui disponiamo.

Forse questi Dolcino e Margherita strenui difensori della bioregione alpina, e cioè di una regione-comunità in osmosi con il territorio, sono trascendentali, più attinenti ai personaggi mitici, tramandatici dalla tradizione popolare, che a quelli storici. Da Robin Hood a Farinet, la leggenda sembra consegnarci, meglio dei documenti, una realtà più significante, certamente più coinvolgente e affascinante. Andrè Malraux lasciò scritto: “solo il leggendario è vero”. Prima di lui, Beaudelaire aveva esclamato: “Sei sicuro che questa leggenda sia proprio vera? Ma che m’importa, se mi ha aiutato a vivere!”. E Alessandro Dumas va ancora oltre: “Si può violare la storia, purché ci faccia un bel figlio!”.

Dolcino e Margherita, furono torturati atrocemente ed arsi il 1° giugno 1307. Malgrado sei secoli di demonizzazione, il movimento operaio li riconobbe precursori della lotta per il riscatto degli oppressi, ed a Dolcino innalzò sul monte Massaro un obelisco alto 11 metri, abbattuto vent' anni dopo, nel 1927, dal regime fascista. Ancora una volta si credeva di averla "fatta finita" con siffatti simboli scomodi. Il bisettimanale della curia scrisse allora che "quel povero cumulo di pietre aveva cessato di essere, come si augurò e si credette dai promotori, un faro ed un punto di riferimento".

Ma non fu cosi: nel 1974, l'anno in cui il pensiero laico trionfò respingendo con un referendum la proposta di abrogare la legge che introduceva il divorzio nell'ordinamento giuridico italiano, sui ruderi di quell'obelisco sorse un cippo. Oggi Dolcino e Margherita fanno sentire le loro voce "altra", come eroi dell'autonomia e della salvaguardia delle bioregione.

Per dirla con Giuseppe Giusti, "dopo morti sono più vivi di prima".

* Fonti

- Quaderno n. 37 del Centro di iniziativa politica e culturale di Cuneo (CIPEC), dal sito http://www.cipec-cuneo.org/quaderni/cipec37.htm.

- Il libro di Tavo Burat, “Fra Dolcino e Margherita – Tra messianesimo egualitario e resistenza montanara”, Edizioni Tabor, 2013; segnatamente l’ultimo capitolo: “Civiltà montanara e autonomia bioregionale”, che riprende un precedente lavoro di Tavo Burat presentato a un convegno di studi dolciniani a Varallo il 4 novembre 2006 e i cui testi sono ripresi anche nel sopra citato Quaderno n. 37 del CIPEC.

- LA BÜRSCH - Centro di Documentazione dell'Alta Valle del Cervo, sul sito https://www.altavallecervocentrodoc.it/.

- “Ritornare selvatici - le parole nomadi di Tavo Burat”,docufilm prodotto daEcomuseo Valle ElvoeSerra,regia di Giuseppe Pidello e Maurizio Pellegrini(https://www.videoastolfo.com/ritornare-selvatici).

- https://it.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Buratti.

 

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I pionieri cisalpini del federalismo

  • Autore: Roberto Gremmo - Piemonte, 8 ottobre 2023

Questo contributo apre uno spiraglio sulle origini di un federalismo cisalpino che ha radici antifasciste, cristiane, popolari, antitotalitarie. Ci è stato inviato da Roberto Gremmo, storicopiemontesedell’autonomismo e non solo: insieme alla cara moglie Anna Sartoris, recentemente scomparsa, sono stati essi stessi pionieri di autonomismo e federalismo nella Repubblica Italiana.

 

L’idea federalista che durante il Ventennio fascista era stata la bandiera di pochi esuli all’estero o nelle isole di confino, tornò a essere propagandata pubblicamente nei giorni caotici seguiti alla caduta di Mussolini il 25 luglio 1943.

Curiosamente, uno dei primi gruppi di cui esistono tracce (fra le carte della http://www.fondazionecipriani.it/) si trova a Roma e nel 1943 ha una sede in via Cicerone ed assume la denominazione di “Unione Autonomista Italiana settentrionale” diffondendo un proclama rivendicando, pur in un’Italia unita, l’autogoverno per la “regione naturale padano-veneta con le sue cinque sottoregioni, Liguria, Piemonte, Lombardia e Tre Venezie” dando identica struttura alle “terre italiane centrali e meridionali nonché alle isole”. Dei promotori nulla sappiamo, se non che si trattava di gente del Nord e che erano in buoni rapporti con il sicilianista Andrea Finocchiaro Aprile.

L’autonomismo e il senso antico che i territori italiani avessero bisogno di quell’autogoverno che lo stato sabaudo aveva negato erano quindi sentimenti che tornavano a circolare. Nella tragedia della guerra e nel naufragio del fascismo, i rapporti di forza tra centro e periferia furono messi in discussione.

A Roma, il 9 settembre 1943, si costituì il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) costituito dai principali partiti e movimenti antifascisti, ma nel Nord si costituì all’inizio del 1944 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), con sede nella città di Milano, che aveva ulteriori articolazioni territoriali. In Toscana si costituì il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN, si veda https://www.istoresistenzatoscana.it/).

Il sacerdote partigiano romagnolo, don Lorenzo Bedeschi, nome di battaglia “Zerlone de Sechi”, seguace di don Romolo Murri e del primo cristianesimo sociale, fa stampare a Napoli il 15 aprile 1943 il numero unico “L’Italia Cisalpina”, foglio che si presenta come voce dell’italianità settentrionale e si rivolge alle genti del Nord, solleticandone l’orgoglio per chiedere loro, forti delle proprie virtù civili, di unirsi per cacciare lo straniero invasore nazista.

1943 04 15 Italia Cisalpina di don Bedeschi Zerlone

Queste sono solo delle tracce, mentre poco dopo troviamo un federalismo esplicitamente ispirato alla tradizione svizzera e in consonanza con i valori della Carta di Chivasso del 1943, con la storia dell’autonomismo trentino espressa dalla ASAR e con altre esperienze analoghe, dal Friuli alla Sicilia.

Nei giorni della Liberazione, il 27 aprile 1945 esce a Como “Il Cisalpino”, foglio voluto da Tommaso Zerbi, che poi diventerà deputato della Democrazia Cristiana. La testata si presentò come “settimanale federalista” e fu davvero indipendente e coraggiosa.

Fra i collaboratori troviamo un giovane Gianfranco Miglio, il giornalista Pio Bondioli ma anche l’accademico Giorgio Braga, che si differenziava dagli altri autori per un suo pionieristico e audace territorialismo, per il quale “iconfini convenzionalie talvolta naturali delle nostre regioni, così come li conosciamo”possono essere superati dall’espansione industriale e urbanistica (si veda Tracciati - Rassegna tecnica mensile della ricostruzione, marzo-aprile 1946, su https://eddyburg.it/archivio/le-regioni-economiche-dellalta-italia/).

Grazie a loro, il piccolo foglio politico diventa lo strumento per dibattere tutti i temi essenziali della dottrina federalista, combattere le spinte centraliste e ogni burocratico e soffocatore accentramento. Ci si apre anche alla critica della formazione, con lacrime, lutti e sangue, dello Stato risorgimentale, cercando di dimostrare che solo le autonomie locali potevano essere alla base del nuovo ordinamento democratico.

Purtroppo, il messaggio scomparve ben presto dall’agenda politica. Come è stato sottolineato, fra gli altri, dalla storica Claudia Petraccone, la situazione interna e internazionale si stava evolvendo rapidamente e le forze politiche centrali, pur non abbandonando del tutto il tema delle autonomie in sede costituente, furono assorbite dall’amministrazione della continuità dello stato e del suo schieramento internazionale nel blocco atlantico.

Il “Cisalpino” doveva durare solo pochi mesi, coi suoi redattori assorbiti dalle necessità della lotta antitotalitaria ma anche perché il prevalere del centralismo partitocratico non favoriva certo idee di autogoverno dei popoli e dei territori.

“Il Cisalpino” moriva ancora in fasce già alla fine del 1945. L’affidamento dei pionieri del federalismo cisalpino nello spazio di agibilità politica concesso dai partiti, in particolare dalla Democrazia Cristiana, doveva rivelarsi sterile.

Lo spazio politico per una confederazione autonomista c’era, ma restò sguarnito, oppure eterodiretto dai partiti italiani. In alcune zone si radicarono movimenti d’ispirazione esplicitamente federalista, come l’ASAR nel Trentino e il Movimento friulanista, o implicita, come il “Partito dei Contadini” piemontese (con il motto “Da Noi” e l’uso delle camicie verdi, che poi collaborerà con il Movimento Comunità di Adriano Olivetti). Nella stessa capitale morale si fecero sentire i partigiani dissidenti di “Milan ai Milanès”, che però furono subito etichettati come eversivi e messi fuori legge.

Un seme, che ha lasciato radici che non sono mai state del tutto recise, fu gettato dall’avvio, in contemporanea con l’avvento della nuova Repubblica, della “Federazione delle Genti Alpine”, fondata dal “Movimento autonomistico regionale trentino”, “Unione federalista liguria intemelia”, “Union valdôtaine”, “Movimento autonomistico tirolese”, “Lega dei comuni valtellinesi” e dal “Movimento popolare friulano”.

Roberto Gremmo

 

Approfondimenti:

Porata, Alessandro. "LA FEDERAZIONE DELLE GENTI ALPINE. BREVE ESPERIENZA DI UNA LEGA MONTANA TRA RIVENDICAZIONI AUTONOMISTE E ALLEANZE INTERREGIONALI", Università Cattolica del Sacro Cuore, XXIX ciclo, a.a. 2015/16, Milano, [http://hdl.handle.net/10280/19574]

“Padania separatista : in lotta contro Roma” - pubblicazione promossa dall’Associazione Gilberto Oneto con interventi di Ettore Beggiato, Elena Bianchini Braglia, Roberto Gremmo, Giovanni Polli, Gianfrancesco Ruggeri, Annalise Vian - Bologna : Leonardo Facco, 2020

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I pionieri cisalpini del federalismo” di Roberto Gremmo - pubblicato l’8 ottobre 2023

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Omaggio alla Catalogna e alla Svizzera

  • Autore: Giancarlo Pagliarini - Barcellona, 23 dicembre 2017 - Chivasso, 23 dicembre 2023

Proprio nei giorni in cui onoravamo gli 80 anni della Carta di Chivasso e si allargava il patto Autonomie e Ambiente, grazie all’apporto dell’Alleanza per l’Autonomia, Giancarlo Pagliarini (che dell'Alleanza è presidente onorario) ci ha inviato una sua raccolta di appunti della fine del 2017, che ci riporta in Catalogna nei giorni drammatici della repressione centralista del governo spagnolo, e ci ricorda di guardare alla Svizzera, per il futuro del nostro confederalismo. Sono passati ormai più di sei anni, ma lo scritto è assolutamente attuale e anzi importante per prepararci al confronto politico-elettorale del 2024, contro tutti i centralismi, per il confederalismo, per l’Europa dei popoli, per la pace e la prosperità di tutti i territori. Negli appunti di Giancarlo Pagliarini è citato Raül Romeva, già ministro catalano ai tempi del referendum di autodeterminazione, poi prigioniero politico incarcerato e oggi uno dei due spitzenkandidaten di EFA per le elezioni europee 2024, insieme a Maylis Roßberg.

Omaggio alla Catalogna e alla Svizzera

In questa fine 2017, Madrid ha sostituito il Governo eletto dai cittadini catalani con dei suoi rappresentanti e ha messo in prigione, oltre ai politici accusati di “disobbedienza”, anche i presidenti delle associazioni culturali catalane. Ho amici a Barcellona, che sono anziani e moderati, ma hanno paura quando pensano a ciò di cui è capace Madrid. Ci parlano di continue provocazioni, come quella dello scorso sabato 21 aprile all'ingresso dello stadio di Madrid per la finale Barcellona-Siviglia della Coppa del Re, quando la polizia ha vietato l'ingresso ai tifosi del “Barca” che indossavano una maglia gialla. Perché il giallo è il colore simbolo della volontà di autogoverno della Catalogna. Assurdo, incredibile, come siamo potuti arrivare a questo livello di repressione?

Nel 1931 era stata proclamata la Repubblica Catalana all’interno della Federazione iberica. Lo voglio ricordare perché dà fastidio leggere che i Catalani solo adesso vogliono più autonomia o la secessione perché sono diventati “ricchi” e non vogliono mantenere i territori più poveri. È una sciocca semplificazione.

La proclamazione del 1931 aveva anche allora spaventato il governo. Quei signori, a mio giudizio molto più civili di Mariano Rajoy e del re Filippo VI, mandarono da Madrid a Barcellona tre ministri con il compito di trovare una mediazione. Fu così che nacque la Generalitat de Catalunya, dotata di un’ampia misura di autogoverno. Purtroppo, com’è noto, conclusa la Guerra civile spagnola nel 1939, la dittatura militare franchista abolì le istituzioni catalane. Più di 200.000 catalani andarono in esilio. Il presidente della Catalogna Lluis Companys venne assassinato. Venne vietato l’uso della lingua catalana e iniziò un lungo ciclo di oppressione. In pratica da quel momento in Catalogna dovevi avere il permesso di Madrid anche per respirare.

Morto Franco nel 1975, però, di autonomie si è dovuto tornare a parlare, perché esse erano e sono nella storia e nella geografia della Spagna (e in realtà di ogni paese del mondo). Con il compromesso costituzionale del 1978, lo stato spagnolo è tornato a essere formato da 17 comunità (spesso coincidenti con le regioni storiche) e da 2 città autonome (Ceuta e Melilla), ponendo fine, almeno in linea di principio, al centralismo franchista.

Il primo statuto di autonomia della Catalogna non soddisfaceva pienamente il popolo catalano, perché non ne riconosceva pienamente l’identità e la diversità all’interno di una Spagna e di un’Europa plurali.

Nel 2003 la stragrande maggioranza dei membri del parlamento catalano s’impegnò a varare uno statuto di autogoverno più avanzato. Non c’era alcuna volontà di secessione unilaterale. Il primo ministro spagnolo, allora il socialista Zapatero, si era impegnato a supportare il nuovo statuto della Catalogna. Il nuovo testo fu varato in Catalogna nel 2005 (con 120 voti su 135 membri del parlamento locale) e presentato a Madrid. Nel maggio del 2006 le due camere del parlamento spagnolo lo approvarono, non senza averlo ritoccato per ridurre alcune autonomie e quindi non senza polemiche. Tuttavia il testo emendato da Madrid fu comunque approvato dai cittadini catalani con il referendum del 18 giugno 2006 e promulgato dal re di Spagna. La Catalogna veniva finalmente riconosciuta come una nazione all’interno dello stato spagnolo. Nel 2006, al meglio delle mie conoscenze, i secessionisti in Catalogna non erano più del 10% della popolazione.

Purtroppo, però, il centralismo non si dà mai per vinto. Quattro anni dopo, il 28 giugno 2010, la corte costituzionale spagnola (con una decisione presa da una maggioranza di 6 membri contro 4) prese la gravissima decisione di riscrivere 14 articoli dello statuto di autonomia approvato quattro anni prima dal parlamento di Madrid e dai cittadini catalani. Oltre a riscrivere i 14 articoli, decretò anche la “reinterpretazione” di altri 27. La “nazione catalana” fu cancellata. Questo rigurgito di spagnolismo era promosso dal Partito Popolare di Mariano Rajoy, in particolare.

Cosa ne hanno ricavato i centralisti, da questa corsa a chi è più “spagnolo”, più nazionalista, più centralista, più monarchico? Da allora in Catalogna il numero degli indipendentisti ha cominciato a crescere. Persone di sinistra, centro, destra, movimentiste e indipendenti, hanno unito le loro forze fino a formare una stabile maggioranza assoluta di catalani che vogliono il pieno autogoverno in una Europa diversa. Altro che rivendicazioni economiche, altro che lotta per trattenere un po’ di tasse su un territorio (peraltro economicamente già prospero). Come sta avvenendo ovunque nel mondo globalizzato, scatta in tante persone comuni la voglia di fare la differenza, di salvare la propria diversità, di avere più dignità e più autogoverno.

Ricordiamo un episodio fra i tanti: alla “Diada” (festa nazionale dell’identità catalana) dell’11 Settembre 2012 più di 1,5 milioni di cittadini (su circa sette milioni di residenti) avevano protestato contro la svolta centralista decisa dalla corte costituzionale e avevano cantato slogan che inneggiavano alla Catalogna come stato autonomo all’interno dell’Unione Europea.

Dopo le elezioni catalane del novembre 2012, 107 membri del Parlamento su 135, in reazione al comportamento centralista di Madrid, si espressero a favore dell’organizzazione di un referendum per l’indipendenza. Alla Diada dell’11 Settembre 2013 gli attivisti per l’autogoverno della Catalogna formarono una catena umana di 400 km dal nord al sud del territorio.

L’allora presidente della Generalitat, Artur Mas, tentò di negoziare col governo di Madrid lo svolgimento di una consultazione per l’autodeterminazione della Catalogna, trovandosi di fronte a un muro, eretto dal re e dalle istituzioni centrali.

Nel gennaio 2014 il Parlament della Catalogna aveva chiesto formalmente al governo di Madrid di trasferire a Barcellona i poteri necessari per organizzare un referendum sulla indipendenza, come Westminster aveva appena fatto con la Scozia. Richieste simili, prima del referendum del 1 ottobre 2017, erano state reiterate ben 18 volte.

L’11 settembre 2014 si svolse la Diada numero 300 (perché la data di riferimento è sempre stata la data storica dell’11 Settembre 1714, la resistenza catalana contro l’impero asburgico di allora). I discorsi ufficiali erano stati fatti alle ore 17.14 del pomeriggio e da allora al minuto 17.14 delle partite del Barcellona al Camp Nou tutto lo stadio, come un sol uomo, grida “Independencia”. A quella Diada avevano partecipato 1,8 milioni di persone. Con i colori giallo oppure rosso delle magliette dei partecipanti, che formavano una bandiera catalana vivente, formata da cittadini (locali e provenienti da tutta Europa), era stata formata a Barcellona una enorme “V”, che stava per “VOTO“. Il vertice era nella nuova Plaça de les Glòries Catalanes e le due gambe erano lungo la Diagonal e lungo la Gran Via. Intanto da Madrid sempre il solito assordante silenzio, come se non fosse successo niente.

A differenza di Londra, Madrid ha continuamente rifiutato il permesso di svolgere un referendum. Per i Catalani e per i loro concittadini europei che credono nella parola “libertà” questo è stato un comportamento assurdo.

Il parlamento catalano il 18 Settembre 2014 decise di “consultare i cittadini”. Il 27 Settembre il presidente Artur Mas aveva firmato il decreto per la consultazione, che poi avverrà il 9 novembre. Solo due giorni dopo la firma, il 29 settembre, ecco che la corte costituzionale interviene per sospendere anche la consultazione popolare decisa dal parlamento catalano, ignorando che, fra l’altro, il 4 ottobre 2014 ben 920 sindaci catalani, su un totale di 947, erano andati a Barcellona ad esigere la consultazione fissata per il 9 novembre.

Dieci giorni dopo, il 14 Ottobre 2014, la corte costituzionale aveva sospeso anche la “consultazione popolare”. Scattò un piano di riserva: si decise di chiamarla “partecipazione dei cittadini alle decisioni” . Questa era una procedura prevista dallo statuto di autonomia, quello decapitato dalla corte costituzionale il 28 Giugno 2010.

Il 4 Novembre 2014 la corte costituzionale sospendeva anche la “partecipazione dei cittadini alle decisioni”. Incredibile ma è successo: in Europa, in questa secolo XXI, uno stato continua a impedire a cittadini di esprimersi, pur vigendo un diritto europeo che tutela forse poco le autonomie ma sicuramente i diritti politici di tutti i cittadini.

In reazione alle sospensive della corte centralista, intervenivano molte organizzazioni non governative catalane. Prendevano in mano la situazione e organizzavano loro il referendum, che si è regolarmente svolto il 9 novembre 2014. Hanno votato più di 2,3 milioni di cittadini, con questi risultati: 80,76% per l’indipendenza, il 4,54% per lo status quo, il 10,07% per cambiare ma non necessariamente con un processo di indipendenza. Il resto, 4,63%, erano schede nulle.

Tre giorni dopo, il 12 novembre 2014, Madrid rompeva il silenzio e Rajoy diceva che quello del 9 novembre non era stato un voto democratico ma un atto di propaganda politica. Avevano votato in 2,3 milioni ma questa non era considerata una informazione importante. Dopo meno di due settimane, il 21 novembre 2014, lo stato spagnolo incriminava il Presidente Mas, due dei suoi ministri e alcuni funzionari perché non avevano bloccato il referendum e per altri “delitti”.

Il 27 Settembre 2015 si tengono nuove elezioni in Catalogna. I partiti a favore dell’indipendenza avevano il 47,8% dei voti. Il 13,1% era andato a partiti a favore del principio di “autodeterminazione”. In totale, queste due aree politiche avevano una solida maggioranza del 60,9%. Gli “unionisti” attaccati al centralismo di Madrid avevano raccolto solo il 39,1%.

Nel marzo del 2017 l’ex presidente Artur Mas era stato formalmente condannato per il referendum del 9 novembre 2014 e ancora sono in corso altri 400 processi per gli stessi “delitti”, cioè per aver voluto far votare i cittadini.

Il 22 Maggio 2017 il nuovo presidente Puigdemont, il vicepresidente Junqueras e il ministro degli esteri Romeva (nella foto sotto) erano andati ancora una volta formalmente a Madrid a chiedere di poter far esprimere i cittadini, ottenendo da Rajoy lo stesso monotono rifiuto.

2017 Raul Romeva spiega

A questo punto il 9 giugno 2017 Carles Puigdemont annunciava che i Catalani dovevano poter votare, che si sarebbe svolto un referendum e che la domanda sarebbe stata “Vuoi che la Catalogna diventi una Repubblica indipendente?”

Il parlamento catalano aveva approvato la legge sul referendum che si sarebbe poi svolto il 1 Ottobre 2017. Era la legge numero 19/2017, composta da 34 articoli. L’articolo 1 faceva riferimento ai diritti civili e politici, economici, sociali e culturali approvati dall’assemblea generale delle Nazioni Unite il 19 dicembre 1966. L’articolo 4, comma 4, prevedeva che, se avessero vinto i “SI” “dins els dos dies següents a la proclamació dels resultats oficials per la Sindicatura Electoral, celebrarà una sessió ordinària per efectuar la declaració formal de la independència de Catalunya, concretar els seus efectes i iniciar el procés constituent”. Il comma 5 invece prevedeva nuove elezioni se avessero vinto i “NO”.

Il 1 ottobre 2017 hanno stravinto i “SI” e il 27 ottobre il parlamento catalano ha approvato la dichiarazione di indipendenza.

Un’amica che ha partecipato come osservatore internazionale al referendum del 1 ottobre ha scritto: “Quanti occhi lucidi ho incrociato domenica scorsa…Ho visto abbracciare le urne elettorali, ho visto anziani in sedia a rotelle accompagnati dai figli e ho visto anziani infermi che di fronte all’urna hanno voluto alzarsi, sorretti dai volontari...” . Ecco, è necessario capire per quali motivi tante persone sono andate a votare il primo di ottobre, rischiando e prendendo le botte della Guardia Civil. Le ho viste coi miei occhi, assieme ad altri 200 “osservatori internazionali”, parlamentari o ex parlamentari degli altri stati membri dell’UE. Ci chiedevano di non andare via perché altrimenti “ci avrebbero picchiati”. E da altri seggi ci telefonavano: “Venite, aiuto, stanno arrivando, quelli della Guardia Civil. Ci picchiano. Portano via le urne...”. Incredibile, eppure questo scenario da regimi del secolo scorso, è questa Europa nell’anno 2017.

Su una cosa voglio insistere: non ho mai sentito un catalano lamentarsi di tasse o altro, ma solo e sempre di dignità e autogoverno. L’Unione Europea non può non discutere di questi argomenti o parlarne solo alla luce di interessi, o di paure, o di appartenenze politiche.

Dopo la dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre 2017, applicando per la prima volta nella storia l’articolo 155 della costituzione spagnola , il governo di Mariano Rajoy ha sostituito il governo eletto dai Catalani con dei suoi rappresentanti, che hanno poi organizzato nuove elezioni.

Le nuove elezioni si sono regolarmente svolte il 21 dicembre 2017 e ancora una volta i partiti indipendentisti hanno conquistato la maggioranza. Il resto ormai è cronaca quotidiana. Madrid continua a provocare e a usare la forza. Aiutata dal silenzio o addirittura dalle parole di appoggio di Tajani e di altri vertici della UE.

Dal 16 ottobre, tra i tanti altri, sono in prigione Jordi Cuixart, il presidente della associazione culturale Omnium (costituita negli anni 60 con l’obiettivo di studiare e promuovere la lingua e la cultura catalana) e Jordi Sànchez, presidente della associazione culturale ANC (Associazione Nazionale Catalana), costituita nel 2011. I due Jordi sono indagati di “sedizione”, un reato punito con decenni di carcere.

Si possono dire tantissime cose a favore o contro quello che sta succedendo in Catalogna, ma penso che la politica di “non parlarne” sia decisamente sbagliata: a mio giudizio riguarda molto da vicino tutta Europa e certamente non “solo la Spagna”. Il nostro sistema è basato su mercato e democrazia, da Teheran in giù abbiamo tanti nemici ma siamo capaci di farci male anche da soli. La mia impressione è che i signori che stanno guidando l’auto dell’UE sono concentrati sullo specchietto retrovisore ma non guardano né davanti né di lato.

Davanti e intorno a noi, invece, c’è tanto altro. E non è neppure lontano, basta andare in Svizzera. Come Barcellona e Madrid, anche Interlaken e Lugano sono diversissimi. Anche loro non parlano la stessa lingua. Ma a differenza di Barcellona e Madrid lavorano assieme per trasferire a figli e nipoti un sistema paese che funziona. E ci riescono. Perché in quello stato federale i cittadini sono informati e consapevoli. Riescono a fare la differenza. C’è sana competizione a tutti i livelli. Il sistema svizzero è molto meno permeabile ai centralismi del nostro tempo. La forma direttoriale di governo, fondata sulla ben nota “formula magica” (la responsabilizzazione di tutte le forze nel governo federale), è senza dubbio di gran lunga superiore ai sistemi politici in cui due parti politiche si alternano ciclicamente al potere, in una apparente competizione che è in realtà una gara a chi è più centralista.

Il modello svizzero ci insegna a trasformare gli attori, anche quelli più competitivi, in una squadra (Parag Khanna. “La rinascita delle città-stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”. Capitolo 3: Sette presidenti sono meglio di uno).

Le chiusure nazionalistiche ed egoistiche caratterizzano i vecchi stati-nazione, non certo la Catalogna, o il Veneto, o la Scozia, o altre parti d’Europa stanche della antistorica, assurda e irrazionale cultura centralista.

C’è da liberarsi dei miti del centralismo. Nel 1994 Kenichi Ohmae scriveva: “I governi nazionali tendono tuttora a considerare le differenze tra regione e regione in termini di tasso o modello di crescita come problemi destabilizzanti che occorre risolvere , anziché come opportunità da sfruttare. Non si preoccupano di come fare per aiutare le aree più fiorenti a progredire ulteriormente , bensì pensano a come spillarne denaro per finanziare il minimo civile. Si domandano se le politiche che hanno adottato siano le più adatte per controllare aggregazioni di attività economiche che seguono percorsi di crescita profondamente diversi. E si preoccupano di proteggere quelle attività contro gli effetti “deformanti” prodotti dalla circolazione di informazioni, capitali e competenze al di là dei confini nazionali. In realtà non sono queste le cose di cui ci si deve preoccupare. Concentrarsi unicamente su questi aspetti significa mirare soprattutto al mantenimento del controllo centrale, anche a costo di far colare a picco l’intero paese, anziché adoperarsi per permettere alle singole regioni di svilupparsi e, così facendo, di fornire l’energia, lo stimolo e il sostegno per coinvolgere anche le altre zone nel processo di crescita.” (Kenichi Ohmae “La fine dello Stato-nazione. L’emergere delle economia regionali”, Baldini e Castoldi 1994).

La storia sta dando ragione a Kenichi Ohmae e a tanti altri pensatori decentralisti. Noi italiani in particolare ne sappiamo qualcosa. Il tema è questo: ha ancora senso il mito del controllo centrale dello stato? Voglio ricordare l’articolo 3 della Costituzione Svizzera. Ecco il testo: “I Cantoni sono sovrani per quanto la loro sovranità non sia limitata dalla Costituzione federale ed esercitano tutti i diritti non delegati alla Confederazione”. Dunque lo Stato centrale non è il “padreterno” come da noi e come in Spagna. La sovranità è dei cittadini, e quindi degli enti territoriali. Lo stato è al loro servizio e svolge i compiti che loro, i titolari della sovranità, via via decidono di delegargli. E naturalmente come e quando vogliono possono decidere, con lo strumento della “iniziativa popolare”, di cambiare la costituzione e togliere o modificare le deleghe. Con questa cultura e con questa costituzione la Svizzera è il paese più competitivo del mondo davanti a grandi (Stati Uniti, secondi) e a piccoli Stati (Singapore, terzo), secondo la recente (26 Settembre 2017) classifica di competitività del World Economic Forum.

Abbiamo bisogno di ispirarci al federalismo, anche per avere una Europa più forte, che sappia parlare, quando è necessario, con una sola voce. Una sola voce che non ci sarà mai finché i vecchi stati-nazione non si “frantumeranno volontariamente in entità politiche più piccole per le quali un’effettiva unione federale europea diventi non solo una convenienza ma un’urgente necessità” (Michele Boldrin su Linkiesta 1 Novembre 2017).

Finché il potere sarà concentrato nelle capitali dei vecchi grandi stati-nazione l’Unione Europea non parlerà con una voce sola e non parteciperà compiutamente alla politica internazionale. Continuerà a funzionare poco e male, a spendere cifre assurde per la propria pompa e le tecnocrazie, essere strattonata da una parte e dall’altra dagli interessi degli stati-nazione. E parole come libertà, responsabilità, efficienza e competitività continueranno a suonare estranee nei corridoi di Bruxelles.

Giancarlo Pagliarini
23 dicembre 2017 – pubblicato sul Forum 2043 il 23 dicembre 2023)

 

La foto in testa all'intervento di Giancarlo Pagliarini è tratta dal sito https://swissfederalism.ch/giancarlo-pagliarini-il-federalismo-agevolerebbe-litalia/

 

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Tutto sulla II Assemblea Generale di AeA

Tutti i materiali, i documenti, i video della II Assemblea Generale di Autonomie e Ambiente saranno resi pubblici qui in questa pagina, man mano che saranno disponibili:

22 marzo 2021 - ore 15 - Comunicato stampa finale della Presidenza

https://www.autonomieeambiente.eu/news/43-comunicato-stampa-conclusione-lavori-ii-assemblea-generale-2021

21 marzo 2021 - 0re 12 - Appunti, note, temi, ringraziamenti dalla seconda sessione della seconda assemblea generale

Con le conclusioni di Roberto Visentin.

https://www.autonomieeambiente.eu/news/42-appunti-dalla-ii-sessione-della-assemblea-generale-2021

 

20 marzo 2021 - ore 22 - Eco su Twitter

Con l' hashtag #ritornoallaCostituzione

https://twitter.com/hashtag/ritornoallaCostituzione?src=hashtag_click

20 marzo 2021 - ordine del giorno straordinario in sostegno a montecopiolo e sassofeltrio

https://www.autonomieeambiente.eu/news/41-sostegno-alla-causa-di-montecopiolo-e-sassofeltrio

20 marzo 2021 - ore 21.30 - Intervento del Patto Autonomia Veneto

L'oratore designato del Patto Autonomia Veneto, Roberto Agirmo, avendo avuto problemi di connessione durante la II sessione, ha messo a disposizione un video con il suo intervento integrale:

:

20 marzo 2021 - ore 21 - Registrazione integrale della II sessione

Su YouTube:

Su Facebook: https://fb.watch/4m71CPfDG5/

 

20 marzo 2021 - ore 16 - Seconda sessione online - Il nostro impegno nella Repubblica Italiana

Da seguire sul sito https://www.autonomieeambiente.eu , su Youtube e su Facebook:

https://www.facebook.com/AutonomieeAmbienteUfficiale/live_videos

20 marzo 2021 - ore 11 - Una breve sintesi dei lavori della prima sessione

L'unica Europa possibile è quella delle regioni, dei popoli, dei territori.

https://www.autonomieeambiente.eu/news/40-sintesi-dei-lavori-della-prima-sessione-della-ii-assemblea-2021

19 marzo 2021 - ore 22.30 - Registrazione della prima sessione

La registrazione integrale sul nostro canale YouTube:

La registrazione integrale su Facebook:

https://fb.watch/4lpEaWZWDl/

Per una breve sintesi: https://www.autonomieeambiente.eu/news/40-sintesi-dei-lavori-della-prima-sessione-della-ii-assemblea-2021

19 marzo 2021 - ore 20.30 - Prima sessione dedicata all'Europa e alla solidarietà internazionale

Link all'evento:

https://www.facebook.com/AutonomieeAmbienteUfficiale/live_videos

19 marzo 2021 - ore 18 - Interventi di esponenti del bureau di Alleanza Libera Europea (ALE) - European Free Alliance (EFA)

Intervento di Jill Evans, vicepresidente di Alleanza Libera Europea (European Free Alliance, EFA) ed esponente del partito Plaid Cymru (movimento per l'autogoverno del Galles), in inglese con sottotitoli in italiano. Evans parla dell'impegno EFA per la solidarietà internazionale tra tutti i popoli e tutti i territori, oltre che della crescita dell'indipendentismo gallese:

 

Intervento di Anne Tomasi (in lingua corsa), membro del bureau direttivo dell'Alleanza Libera Europea (European Free Alliance, EFA) ed esponente del Partitu di a Nazione Corsa, dedicato a necessità concrete di autogoverno, contro il centralismo francese:

19 marzo 2021 - ore 13 - Messaggi di servizio

IMPORTANTE: link alle dirette su Facebook https://www.facebook.com/AutonomieeAmbienteUfficiale/live_videos
per le sessioni online dal vivo di venerdì 19/3/2021 alle ore 20.30 (EUROPA E SOLIDARIETA' INTERNAZIONALE)
e sabato 20/3/2021 alle 16.00 (IMPEGNO NELLA REPUBBLICA ITALIANA)

ATTENZIONE: grazie a questo link potrete ascoltare in serie tutti i i contributi preregistrati che sono stati messi a disposizione sul canale YouTube della sorellanza: https://www.youtube.com/playlist?list=PLaiuz-QunVTpb-5C6FuuTq388GfkvRE7y

 
19 marzo 2021 - ore 11

Comunicato stampa sull'andamento dei lavori. Sono stati raccolti importanti contributi preregistrati, tra cui di grande rilievo politico e programmatico quellli che l'organizzazione della II Assemblea Generale ha definito cruciali: Luca Pardi sull'ambiente; Massimo Costa, sulle riforme finanziarie per le autonomie e la vita delle economie locali; Massimo Moretuzzo sui beni comuni; il senatore della Valle d'Aosta, Albert Lanièce sul rilancio della prospettiva del federalismo in una vera Repubblica delle Autonomie. Tutti gli interventi preregistrati sono disponibili sul canale YouTube, playlist "II Assemblea Generale AeA".

18 marzo 2021 ore 20.00 - Interventi cruciali di Albert Lanièce e Massimo Moretuzzo

Quarto contributo cruciale alla II Assemblea Generale di Autonomie e Ambiente, l'intervento di Albert Lanièce, senatore della Valle d'Aosta ed esponente della Union Valdôtaine, la più antica, più coerente e più viva delle forze autonomiste attive nella Repubblica Italiana:

Terzo contributo cruciale, di Massimo Moretuzzo, consigliere regionale e capogruppo del Patto per l'Autonomia Friuli-Venezia Giulia, sul grande tema dei beni comuni, con riferimento concreto a esperienze concrete di sussidiarietà e autogoverno dal basso:

18 marzo 2021 ore 14.00 - Interventi cruciali di Luca Pardi e di Massimo Costa

Secondo dei quattro contributi programmatici cruciali previsti: prof. Massimo Costa (Università di Palermo) sul cambiamento possibile con monete fiscali locali, solidali, complementari, la territorializzazione delle imposte, una svolta keynesiana. Il Prof. Massimo Costa ha partecipato con E. Grazzini, G. Ortona, B. Bossone, M. Cattaneo, S. Sylos Labini agli studi sulle monete fiscali. Si veda anche il suo blog: https://www.massimocosta.blog/ .

Contributo programmatico e primo dei quattro interventi cruciali alla nostra II Assemblea Generale: Luca Pardi (CNR-ALPO), I nodi vengono al pettine. Una crisi ecologica globale della specie umana. All'intervento video preregistrato il ricercatore Luca Pardi ha voluto aggiungere un breve saggio scritto, disponibile qui:

https://www.autonomieeambiente.eu/files/9/Documentazione/6/2021-03-1920LucaPardiIIAGAeAInodivengonoalpettine.pdf

Buon ascolto e buona riflessione sulla necessità di un cambiamento radicale nel rapporto tra specie umana ed ecosistema.

 

18 marzo 2021 ore 11.00

Saluto di Tony Quattrone, con la presentazione politica e programmatica dell'azione del movimento Meridionalisti Democratici - Federalisti Europei:

 

Saluto e contributo politico di Carlo Lottieri (Nuova Costituente), con riferimenti alla necessità di allargare la nostra rete anticentralista e al dialogo con la Rete 22 Ottobre:

 

17 marzo 2021 ore 18.00

Contributo programmatico di Giulia Lai del movimento sardo Liberu (Lìberos, Rispetados, Uguales). No al deposito unico nazionale delle scorie nucleari. Tanto meno in Sardegna, dove la sua costruzione sarebbe una operazione neocolonialista:

La testimonianza civica e civile, culturale e politica di Gino Giammarino, attivista meridionalista ed editore di QM e de Il Brigante, che si è messo a disposizione dei movimenti identitari napoletani come candidato sindaco di Napoli:

17 marzo 2021 ore 17.00 

Che resta di una Repubblica quando si tradiscono i referendum per l'autogoverno locale? L'emblematica storia di Montecopiolo e Sassofeltrio, comuni romagnoli prigionieri delle Marche, raccontata da Agostino D'Antonio:

17 marzo 2021 ore 16.30

Nei lavori preparatori anche una importante lettera del Comitato per la Difesa della Costituzione ai parlamentari sull'urgenza di una legge elettorale costituzionale:

https://www.autonomieeambiente.eu/news/38-emergenza-legge-elettorale

Si tratta di una presa di posizione in linea con il nostro impegno per una legge elettorale più giusta per tutti.

17 marzo 2021 ore 16

Sostiene Giuseppe Remuzzi: centralità delle cure domiciliari del malato Covid. Un contributo in linea con le scelte anticentraliste e antiautoritarie di Autonomie e Ambiente.

17 marzo 2021

Il comunicato di avvio dei lavori

Il primo tweet con il lancio dell'hashtag #ritornoallaCostituzione

16 marzo 2021

Nella nona intervista raccolta dalla emittente svizzera Radio Onyx (cliccare qui per ascoltarle tutte) a esponenti di Autonomie e Ambiente, Federico Simeoni parla anche della imminente II Assemblea Generale:

Fino al 16 marzo: l'annuncio

Poco più di un anno dopo la nostra prima assemblea di Udine, le forze sorelle di Autonomie e Ambiente e in dialogo con la nostra rete sono convocate nella loro II Assemblea Generale, evento pubblico e online.

Questo il promemoria dell'evento. Maggiori dettagli saranno diffusi, aggiornando questo post.

II Assemblea Generaledi Autonomie e Ambiente
evento pubblico online
promemoria

Ritorno alla Costituzione
e agli Statuti

Fermare insieme il centralismo autoritario
Salvare la Repubblica delle Autonomie
Costruire un futuro di autogoverno per tutti dappertutto
nella Repubblica Italiana
e nell'Europa delle regioni, dei territori, dei popoli

  • PRIMA SESSIONE, dedicata all’Europa e alla solidarietà internazionale, 
    venerdì 19 marzo 2021 (dalle 20,30)
  • SECONDA SESSIONE, il nostro impegno per la Repubblica delle Autonomie,
    sabato 20 marzo 2021 (dalle ore 16.00)

Raccoglieremo dei contributi programmatici preparatori, che saranno online già dai giorni precedenti, sul canale Youtube.

Per maggiori informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.