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Europa dei popoli

50° anniversario della morte di Emilio Lussu

Cinquanta anni fa moriva Emilio Lussu (Armungia, 4/12/1890 - Roma, 5/3/1975), uno dei padri della Repubblica delle Autonomie e dell'Europa delle Regioni.

Il profilo morale, intellettuale e politico di Emilio Lussu si definisce attraverso una serie di grandi vicende storiche: soldato sardo arruolato nella terribile Grande Guerra; fondatore del movimento sardista per l'autogoverno dell'isola insieme a Camillo Bellieni; la lotta contro il fascismo; la partecipazione alla Resistenza con Giustizia e Libertà e con il Partito d'Azione; l'impegno nella Costituente per le autonomie, intese come necessità radicale di autogoverno popolare dal basso; l'aspirazione a un socialismo autonomista, umanitario, libertario. Fu un grande scrittore e fra le sue molte e famose opere, deve essere riscoperto e riletto il suo feroce e tragico "Marcia su Roma e dintorni", pubblicato nel 1974, poco prima della sua scomparsa.

Il cinquantesimo della sua scomparsa è stato ricordato dai consigli regionali delle regioni autonome di Sardegna e Valle d'Aosta, oltre che in Senato, su iniziativa di Carla Bassu (docente dell’Università degli Studi di Sassari).

Olbia, 6 marzo 2025 - A cura della segreteria interterritoriale

 

 

 

 

Congresso ALE/EFA a Strasburgo

I prossimi 13 e 14 ottobre 2023 a Strasburgo si terrà il congresso del nostro partito politico europeo, l'Alleanza Libera Europea - ALE (Free European Alliance - EFA).

ALE/EFA, per la prima volta nella sua storia più che quarantennale, esprimerà una coppia di "Spitzenkandidaten", una donna e un uomo, indicati all'opinione pubblica come potenziali leader di una commissione europea profondamente diversa dall'attuale. Verrà discusso e approvato anche un manifesto di principi per le elezioni europee previste per il giugno 2024. Il nostro Patto Autonomie e Ambiente parteciperà alle elezioni europee grazie al partito europeo ALE/EFA e al partito territoriale che guida la nostra sorellanza nella Repubblica, il Patto per l'Autonomia Friuli-Venezia Giulia.

Il congresso si svolgerà al palazzo IRCAD di Strasburgo. Il partito regionale dell'Alsazia, Unser Land, nostra forza sorella sarà l'ospite dell'evento.

La prima giornata, il 13 ottobre, sarà riservata ai delegati e agli invitati, provenienti da una quarantina di movimenti e gruppi presenti in 19 stati. Verranno discussi il testo del manifesto elettorale e altri temi che emergono dal lavoro dei partiti locali.

Il 14 ottobre, al mattino, ci sarà l'evento pubblico in cui si presenteranno i due "Spitzenkandidaten". Sarà affidato loro il compito di rappresentare nei dibattiti pubblici europei i temi dell'autogoverno promossi da ALE/EFA e da tutte le organizzazioni a essa collegate.

Alle scorse elezioni europee del 2019 EFA aveva un candidato di spicco, Oriol Junqueras, ma il leader repubblicano catalano al tempo era in prigione per aver promosso democraticamente l'autogoverno della Catalogna, partecipando all'organizzazione del referendum del 1 ottobre 2017, che fu represso nel sangue dalle forze dell'ordine dello stato spagnolo.

Per la stampa:: I giornalisti e gli operatori dei media interessati a seguire il congresso EFA possono registrarsi QUI. Per qualsiasi informazione si scriva a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo...

L'annuncio del congresso sul sito EFA:

https://e-f-a.org/2023/09/14/save-the-date-efa-congress/

A cura della segreteria interterritoriale - Lucca, 29 settembre 2023

 

 

Die Autonomien geben Würde

Die Autonomien geben Würde - Le autonomie danno dignità

 

Wir kehren mit Stolz zur Autonomie und zum Autonomismus zurück.
Wir engagieren uns als denkende Bürger und Wähler, unabhängige Kandidaten, Bürgerbewegungen und territoriale Parteien.
Wir glauben an ein Europa der Regionen.
Setzen wir uns für Subsidiarität ein!
Wir widerstehen allen Möchtegern "Napoleons".

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Torniamo con orgoglio all'autonomia e all'autonomismo.
Ci impegniamo come cittadini pensanti ed elettori, candidati indipendenti, movimenti cittadini e partiti territoriali.
Crediamo in un'Europa delle regioni.
Sosteniamo la sussidiarietà!
Opponiamoci a tutti gli aspiranti "Napoleoni".

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Abbiamo tutti bisogno di una lingua franca europea delle autonomie personali, sociali, territoriali, che sono la roccaforte di coloro che vogliono una vita a misura di persona umana. Le autonomie che difenderemo in Europa, con i fatti e non con le parole, sono e saranno sempre più la cartina tornasole della libertà e della prosperità raggiunte e conservate per le generazioni future.

L'autonomia è cruciale per ogni persona umana, che deve essere in grado di vivere serenamente godendo del frutto del proprio lavoro e custodendo ciò che ha ereditato dai propri avi.

L'autonomia è vitale per ciascuna famiglia, che deve avere una propria casa, un proprio spazio privato inviolabile, in cui far crescere i figli e invecchiare i propri anziani.

L'autonomia è fondamentale per la comunità locale, perché ciascun essere umano è veramente libero e sicuro solo se pienamente corresponsabile di una comunità locale che si autogoverna, secondo principi di buon senso civico, diritto, libertà e giustizia, con metodo democratico. A nessuna autorità superiore, vecchi stati o nuove tecnocrazie, è lecito togliere alla comunità locale la responsabilità di ciò che essa può fare con le proprie forze.

La maggior autonomia possibile, nella solidarietà e nella responsabilità, è necessaria per l'agricoltore, l'allevatore, l'artigiano, il maestro di scuola, il medico di famiglia, il piccolo imprenditore, il libero professionista, la persona in pensione, la persona disabile o per vari motivi fragile, il negozio di prossimità, il piccolo bar, il circolo locale, la palestra, la piscina, l'oratorio, per tutte le persone, le attività, le strutture locali, che non possono essere soggette alle stesse regole delle grandi organizzazioni e delle grandi imprese.

A ben vedere, dal mancato rispetto delle autonomie personali, sociali, territoriali, traggono origine tutti i conflitti in corso a noi noti, tutte le violenze, le persecuzioni, le incarcerazioni arbitrarie, lo sfruttamento del lavoro umano, la distruzione dell'ecosistema. A noi è ben chiaro e siamo certi che chi non è prigioniero di ideologie, pregiudizi, settarismi, pian piano arriverà a capirlo.

Autonomie e Ambiente, EFA partner nella Repubblica Italiana, augura una estate serena a tutti coloro che ci seguono e ci leggono.

Non andiamo esattamente in vacanza, perché daremo attenzione e solidarietà a coloro che in Valle d'Aosta, Veneto, Marche, Toscana, Campania e Puglia s'impegneranno già da questa estate per il rinnovo delle proprie istituzioni regionali, con i valori tanto antichi quanto sempre più necessari delle autonomie.

Per raccontarci come nei vostri territori state lavorando per il vostro autonomo buongoverno e per l'unica vera Europa possibile, l'Europa delle Regioni, scriveteci, nella vostra lingua madre, a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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Bozen-Bolzano, 14 luglio 2025, festa degli infermieri e anniversario della caduta della Bastiglia - a cura della segreteria interterritoriale 

(Nella foto una vista sull'Europa secondo la proiezione di Peters - fonte: https://autonomiae.bz.it/de/)

EFA e AeA insieme per la Repubblica delle Autonomie

Sono uscite questa settimana le newsletter di EFA e di Autonomie e Ambiente.

Sono strumenti indispensabili per capire chi siamo e perché le nostre famiglie politiche si sono organizzate per partecipare alle elezioni europee del 2024 con la lista PATTO AUTONOMIE AMBIENTE.

Per cui chi usa la mail, si iscriva, usando le caselle d'iscrizione che si trovano ai piedi di praticamente ogni pagina dei nostri siti.

Siamo in campo per l'autogoverno di tutti dappertutto, per progetti di buongoverno, contro il bipolarismo all'italiana (competizione fra sinistra e destra a chi è più ignorante e strumentale).

Cagliari, 23 febbraio 2024 - a cura della segreteria interterritoriale

- nella foto Roberto Visentin e Silvia Fancello (Lidia) durante l'ultimo congresso EFA a Strasburgo

 

 

 

L'idea euroregionalista

  • Autore: Andrea Acquarone - Genova-Barcellona, 28 luglio 2023

Rielaborazione per il Forum 2043 di temi trattati da Andrea Acquarone - autonomista ligure, fondatore e animatore di “Che l’inse!” (che inizi!) - in precedenti lavori, raccolti nel libro “Un’idea di Liguria – Analisi e proposte per combattere il declino”, De Ferrari Editore, Genova, 2020. Acquarone è anche autore del breve ma denso saggio “Una tranquilla ora d'Europa - Appunti per una rivoluzione possibile”, Tapa blanda (Athenaeum), 2019 (tradotto anche in catalano).

Introduzione

Nel libro bianco di “Controvento. Associazione ligure per il dibattito pubblico (2014), iniziativa nobile promossa a Genova, fra gli altri, da Mauro Barberis, si leggeva: «Siamo genovesi con i piedi nel territorio e la testa nel mondo». La frase non è altro che una delle tante varianti del motto «agisci localmente, pensa globalmente», che qualcuno sintetizza con la crasi glocalismo: (da global + local), spesso strumentalizzandolo, riducendolo cioè a una operazione di marketing dai soliti colonizzatori del mondo, che vogliono spacciare a tutti gli stessi prodotti, mascherandoli con tocchi di colore locale.

Eppure dobbiamo andare orgogliosi, seguendo sempre uno spunto di Barberis, del fatto che il glocalismo è un tratto nativo dell’anima genovese e ligure: nati stretti fra i monti e il mare, i genovesi si sono dati da fare per guardare di là degli orizzonti, fino a diventare, nel bene e nel male, per un periodo importante della loro storia, una potenza d’Europa e del Mediterraneo.

Oggi da Genova e dalla Liguria dobbiamo, non solo possiamo, contribuire all’idea euroregionalista, sdoganandola in ambienti politici e istituzionali, che ne sono rimasti finora impermeabili. Non solo per fermare il declino della nostra terra, ma di tutti i territori. Non solo perché, nel profondo di ogni cultura, si trova un imperativo basilare ma ineludibile, quello di “continuare”, ma anche, non sembri una esagerazione, per consentire una vita pienamente umana alle generazioni future.

Il senso del declino di una comunità e di un territorio è un circolo vizioso che si autoalimenta. Intorpidisce il dibattito pubblico, svaniscono le competenze, invecchia la popolazione, perché i giovani cercano futuro altrove. Passata da antica e prospera nazione mediterranea a territorio periferico dello stato italiano, la Repubblica di Genova, simile ad un anziano abbandonato, si trova di fronte a sfide che non è in grado di affrontare e, senza che il mondo se ne accorga, se non succede qualcosa in questa nostra generazione, potrebbe lasciare la scena di questo mondo.

Lo stato centralista italiano ha impedito alla Liguria di tenere vivo il sistema di valori e i simboli di una organizzazione sociale che avevano connotato per quasi un millennio la nazione ligure, quasi fossero vergogne da cancellare. Lo stato genovese, originale e complicata esperienza di repubblica aristo-anarchica, è stato ridotto alla macchietta di una “repubblica marinara” al servizio della Spagna, fino alla “redenzione” dell’unificazione savoiarda.

Sopraffatti da un secolo che hanno lasciato guidare a poteri altri, lontani, estranei, i liguri hanno imparato a pensare che per essere degni della contemporaneità, dovevano dissimulare la loro identità: non parlare o zeneise, anzi denigrarlo col nome di “dialetto”, tacciare ogni discorso che si ricolleghi all’esperienza storica della Repubblica come passatista e fuori dal tempo, rinunciare persino alla propria antichissima bandiera, sostituita dall’assurdo vessillo che rappresenta oggi l’Ente regionale.

Così sono gli stessi liguri, ormai da diverse generazioni, che si fanno per primi fautori della deligurizzazione, riducendo una cultura autonoma, strutturata e in rapporto di reciproco arricchimento con l’esterno, al pesto, alla focaccia, al folklore sportivo e poco altro. E’ nostro dovere storico ritrovare il nostro autogoverno, per traghettare la nostra gente e il nostro territorio attraverso il mare tempestoso della globalizzazione.

Siamo qui a scriverne, forti dell’esperienza di una voce forte che si è levata in difesa di una certa idea di Liguria, ovvero quella del collettivo Che l’inse!,di cui chi scrive è stato fondatore e animatore per anni. Lo facciamo qui nel Forum 2043, quindi riconnessi con le parole antifasciste e anticentraliste di Chivasso del 1943, parole vive che parlano ancora a tutti e in tutti i territori, perché non è ancora arrivato, per la Liguria e per tutti i territori, almeno qui in Europa, il punto di non ritorno. Esso è vicino, ma siamo ancora in tempo a invertire la rotta, a dare ascolto alla corrente che ormai è lecito chiamare decentralism international, un’idea, resa universale proprio dalla globalizzazione, di decentramento e di recupero di “autogoverno per tutti dappertutto”, espressione cara a Mauro Vaiani. Un’idea che, nell’ambito delle istituzioni europee, che riconosce i territori regionali interni a ciascuno stato membro, ha preso appunto il nome di euroregionalismo.

Euroregionalismo come speranza

Le crisi mondiali che sono arrivate – il disastro della finanza globalizzata, la pandemia (e la sua gestione autoritaria), il ritorno del confronto militare fra stati europei e Federazione Russa, la difficoltà dei rapporti fra comunità democratiche e vecchie e nuove autocrazie, le migrazioni spesso talmente malgestite da essere ridotte a tratta di persone umane – hanno scosso molte certezze, ma hanno sicuramente confermato che i vecchi stati centralisti e autoritari, se non ne sono direttamente responsabili, non sono in grado di porre in essere rimedi strutturali e presidi duraturi.

Per le generazioni che sono cresciute in Europa dopo il 1989, la speranza è sempre stata riposta nel sistema delle istituzioni europee. La loro crisi, e il contemporaneo risorgere dei nazionalismi dei vecchi stati, è triste e allarmante.

Gli stati centralisti, se sono grandi abbastanza, rallentano e spesso rifiutano la cooperazione europea, oppure strumentalizzano le stesse istituzioni continentali. Quelle che in Europa chiamiamo “regioni”, al contrario, guardano all’Europa in modo molto più aperto e lungimirante, come realtà di solidarietà e di pace.

Queste regioni sono, in gran parte, “nazioni storiche”, antichi e autentici componenti di una vera “Europa dei popoli”, territori il cui autogoverno nell’Ottocento fu sacrificato sull’altare dell’uno o l’altro stato-nazione.

Esse devono ritornare in primo piano, quali unità territoriali, politiche ed economiche di base del confederalismo europeo.

Non solo la Catalogna, la Corsica, la Scozia, ma tutte queste antiche o meno antiche realtà territoriali dovrebbero essere promosse come entità politiche autonome. La loro moltiplicazione ed effervescenza le renderà protagoniste del processo confederale, proprio perché, diventandone “cantoni”, esse ne saranno i pilastri.

V’è infatti una differenza sostanziale tra il nazionalismo degli stati-nazione e quello delle “piccole patrie”: l’uno è un ostacolo alla costruzione di un’Europa unita, l’altro la favorisce. Bisogna superare perciò la diffidenza verso i “separatismi”, dato che l’integrità territoriale dello stato non è un valore assoluto, ma relativo, ossia utile nella misura in cui è utile l’esistenza dello stato a cui si riferisce. Oggi tutto sembra indicare che lo stato-nazione ottocentesco – tipo Italia, Spagna, Francia, Germania - sia desueto, mentre le regioni d’Europa, compresa quindi la Liguria, devono tenersi pronte a svolgere un ruolo importante nell’Europa e nel mondo del XXI secolo.

Per una vita migliore, non per un europeismo vuoto

Inseriamo qui anche un modesto caveat contro coloro che si rifiutano di mettere in discussione lo status quo dell’attuale conduzione degli affari europei, magari facendo girare appelli pro Europa (più Europa, soprattutto Europa) nell’imminenza delle elezioni (nel 2019 andò così e per il 2024 si intravede una preoccupante coazione a ripetere).

Nonostante gli eccessi di sovranismi e populismi, molti Europei voteranno contro l’attuale Unione Europa e le attuali realtà del globalismo, ignorando le grida dell’intellighenzia. Che poi i leader di partiti che in campagna elettorale sono stati ferocemente nazionalisti, giunti al potere, si moderino, è possibile, ma darlo per scontato comporta il rafforzare le paure e il senso di distacco fra le persone e le istituzioni europee e internazionali: se il voto non serve per produrre cambiamenti politici, la gente smetterà di votare, ma dubitiamo che questo porterà bene, nel medio-lungo termine.

Il fatto è che le politiche europee e la globalizzazione hanno dei perdenti e che questi perdenti sono sempre di più, a partire dai territori più marginali (ma ormai si vedono anche nelle periferie delle capitali d’Europa e della globalizzazione). L’unificazione dei mercati , non mediata a dovere, ha lasciato indietro larghi strati della popolazione e questo processo emarginante è tuttora in corso.

L’ordoliberismo, con la connessa esasperazione della concorrenza su scala continentale e, mai totalmente rinnegato, il feticcio dell’austerità, cioè l’ideologia incisa negli attuali trattati dell’Unione Europea, hanno dei contraccolpi. A lungo le conseguenze negative le hanno pagate i paesi poveri (ex colonie europee), ma ora sono arrivate a toccare le società europee. Non ci sono ricette semplici per affrontarla, ma questa realtà non può essere negata. Chi la subisce in prima persona - poveri, lavoratori poveri, classi medie impoverite - si volgerà verso chi promette di occuparsene, non importa quanto brutto, sporco, cattivo lo dipingeranno i media mainstream.

Occorrono idee e pratiche nuove, per il governo dell’Europa e della globalizzazione, che sappiano tenere conto dello spaesamento che proviene dai territori. Anche per questo siamo euroregionalisti: per andare oltre una Unione Europea che appare un opaco club di grandi stati e banche multinazionali.

Dobbiamo avvicinare una grande parte dei poteri di governo ai cittadini, proprio per rendere tollerabile che altre decisioni, d’interesse continentale o mondiale, si siano allontanate. La proposta euroregionalista è indispensabile per una rifondazione dell’Europa a partire dalle regioni, per colmare così rapidamente un vuoto politico pericoloso.

Il futuro dell’Europa, se ve n’è uno, passa per il rafforzamento delle regioni, nazioni storiche e moderni territori, fino a farle assurgere al rango di unità costitutive della confederazione.

Vogliamo ribadirlo con nettezza: il ritorno all’autogoverno, presidio delle autonomie personali, sociali, territoriali, è indispensabile proprio per affrontare i grandi temi globali del nostro tempo: la sfida ecologica, la produzione di buon cibo, la salute pubblica, il mantenimento del welfare, la gestione dei flussi di persone, la crescita civile e culturale – tutti temi che sono sempre stati presenti nel discorso di Che l’inse!.

Rendersi conto che il loro svolgimento non può prescindere dall’affrontare la prima parte del ragionamento, la richiesta di autogoverno, è quel che rafforza e differenzia il pensiero euroregionalista dalle forze politiche dominanti, anche nel campo popolare progressista - che è stato, in un passato lontano ma non dimenticato, quello più vicino agli autonomismi.

Non ci sarà progresso sociale, transizione ecologica, integrazione tra genti di diversa provenienza, tutela dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali, stabilità demografica, senza una fortissima autonomia, nella nostra terra e nelle altre.

Come in un circuito, da ovunque lo si prenda il ragionamento ritorna al punto di partenza. Certamente servono buone idee civiche e ambientaliste, ma senza i poteri, i fondi, l’autonomia per realizzarle, territorio per territorio, esse non diventeranno mai realtà. Perché dall’alto, da lontano, da altrove, si distrugge il mondo, non lo si migliora affatto, come dimostrano platealmente le scelte ecocide e suicide di tutte le grandi potenze e di tutte le concentrazioni di potere (politico, economico, militare) del nostro tempo.

Neomunicipalismo antiregionalista?

Ben poco possiamo aggiungere al confronto con coloro che rifiutano ideologicamente l’euroregionalismo, perché statalisti, siano essi veteronazionalisti o neosovranisti di area progressista (convinti, non senza motivazione, che la Costituzione italiana sia più “sociale” dei trattati europei).

Più insidiosa è l’obiezione ideologica che ci muovono i “neomunicipalisti”. Anch’essi sono convinti dei limiti del vecchio stato-nazione e più o meno convinti della necessità di far avanzare l’istanza europeista. Partono da premesse simili alle nostre, ma giungono a conclusioni parecchio differenti.

Il neomunicipalismo è stato rappresentato internazionalmente dalla sindaca di Barcellona Ada Colau, oltre che da altre esperienze europee. In Italia lo hanno interpretato, fra gli altri, Beppe Sala (sindaco di Milano) e Luigi De Magistris (per dieci anni sindaco di Napoli). L’idea ha una attrattiva, in ottica decentralista e progressista, ma anche una profonda debolezza, rispetto al nostro discorso euroregionalista.

L’impostazione neomunicipalista, in buona sostanza, concepisce un “noi” di riferimento, necessario a qualunque politica che non voglia cadere nell’esaltazione dell’individualismo neoliberista, come una “comunità di progetto” – secondo la terminologia di Manuel Castells – e non già come una comunità territoriale (nazionale o regionale). L’identità non è assente dal discorso neomunicipalista, ma è declinata in modo minimalista, svincolata da ogni retaggio storico o culturale, e non senza ragione: all’interno della comunità urbana – specie della contemporaneità metropolitana - il legato culturale delle appartenenze precedenti alla decisione di diventare residenti della città è meno visibile, più avanti nel processo di dissoluzione, quando non addirittura totalmente cancellato.

A Milano si sente difficilmente parlare milanese (mentre in provincia il lombardo è tuttora in uso). Un’analoga dicotomia esiste, ovviamente in proporzioni differenti, fra Barcellona e la Catalogna.

Le città sono sempre luoghi in cui la popolazione è più varia, in quanto a radici culturali, e questo facilita – quasi obbliga – a fare appello a un senso di comunità civica basato sulla costruzione, anzi la ricostruzione continua, di strutture sociali. E’ una identità, quella municipale o metropolitana, che trae il suo vigore dalla proiezione in un futuro condiviso, piuttosto che nella valorizzazione di un passato comune.

Le città, o meglio le aree metropolitane, sono dunque nell’idea neomunicipalista il vero centro del progresso civile, economico e sociale, e pertanto sono meritevoli di maggiori autonomie, facoltà di decidere e normare, per assecondare questa loro rilevanza a discapito di entità statali che sono sempre più superate dai tempi.

Tutto bene, fin qui, ma il territorio che le circonda? Secondo molti sindaci di questa corrente politico-culturale, esso verrà coinvolto per osmosi, di riflesso, nella costruzione di questa identità nuova, che supererà finalmente le distinzioni nazionali, nell’apertura a forme del vivere nuove e più coerenti con le necessità che l’epoca impone.

Le principali città europee sono in effetti, quale più quale meno, cosmopolite, inclusive, dinamiche. A loro il mondo non fa paura. In Italia lo sono anche molte città piccole. Molti sindaci, anche di cittadine e comuni relativamente piccoli, sono affascinati da questa prospettiva. Peccato, però, che ci si trova di fronte a una seduzione, più che a un osmosi, a un’attrazione più che a una inclusione. Il cittadino delle periferie e delle province rurali non è affatto uguale ai cittadini dei centri delle città, anche delle più socialiste e più democratiche.

Una grande città inserita nella globalizzazione può giustamente, in una stagione di confederalismo, aspirare a essere una città-cantone o una città-stato. Ma i territori circostanti le assomigliano poco e hanno, a nostro parere, bisogno di forme di autogoverno non solo altrettanto ma diversamente inclusive.

Nel neomunicipalismo la stessa espressione ‘cittadini europei’ rischia di diventare nei fatti ristretta alla sua etimologia: europeo si sente chi è di città (anche se possiede un buen retiro in posti rurali signorili...). La Le Pen non vincerà mai a Parigi, la Lega di Salvini non avrà mai più Milano. Magra consolazione se il resto dell’Europa diventa anti-europeo e anti-cittadino. Il neomunicipalismo, per dirla in modo semplice, può partorire molti “gilet gialli”.

L’antico cleavage città/campagna, specie di fronte agli immensi cambiamenti necessari per la transizione ecologica, è sempre più forte e richiede un buongoverno su scala territoriale più appropriata, come quella proposta da un serio e innovativo euroregionalismo.

Il necessario scetticismo nei confronti del macroregionalismo

Poiché il regionalismo contemporaneo è stato spesso calato dall’alto, a volte a casaccio, anche in Italia, ci ritroviamo anche con enti regionali con un’identità storica e dei confini molto incerti (anche se ormai cinquant’anni di regionalismo italiano ed europeo sono comunque un patrimonio che dovrebbe essere maneggiato con prudenza).

Per come è andata sviluppandosi la storia delle regioni, specie quelle di dimensioni geografiche e demografiche contenute, a molti pare ovvio che la prospettiva più plausibile sia quella dell’accorpamento all’interno di una regione più ampia. Così già avviene, per esempio, in molti campi delle realtà commerciale, associativa e civile, in cui la Liguria è accorpata al Piemonte e alla Val d’Aosta.

È chiaro che chi ha a cuore le sorti della Repubblica delle Autonomie non può che ostacolare questo macroregionalismo grossier.

Ci sono macroregionalisti che sono sinceramente europeisti, che credono, come noi, che il vecchio stato-nazione possa dissolversi nel sistema confederale europeo, che possa avanzare una Europa delle regioni… Purché non siano le attuali, ma per forza più grosse, le macroregioni.

Essi si ritengono più pragmatici degli euroregionalisti, contestando che se si andasse in quella direzione ci sarebbero troppe entità regionali, di dimensione troppo piccola… La loro astrazione arriva a immaginare accorpamenti con criteri analoghi a quelli con cui in età napoleonica si disegnavano dipartimenti e compartimenti: distanze, dimensioni, statistiche insomma. Nella migliore delle ipotesi, i meno fantasiosi, passerebbero dai NUTS2 (le attuali regioni europee) ai NUTS1 (le macroregioni già in uso nelle statistiche europee). A queste realtà più grandi essi concederebbero volentieri più risorse e più potere.

A chi scrive pare che dietro molte costruzioni macroregionaliste ci sia, innanzitutto, una debolezza di pensiero confederalista: la sussidiarietà si costruisce dal basso, non dall’alto.

C’è poi in molti casi una malcelata ignoranza di quello che i territori sono stati nei secoli, mettendo per di più esigenze di (presunta) efficienza amministrativa, omogeneità dell’ampiezza dei mercati, facilitazioni ai traffici, davanti alle ragioni culturali, ambientali e storiche di quelle che non sono “divisioni amministrative”, ma, prima di tutto, democrazie locali.

Per una buona politica, fondata sulle libertà e sulle autonomie, si devono valorizzare tutti gli aspetti dell’esistenza, anche quelli meno materiali e meno organizzativi, ma non meno rilevanti.

Del resto nulla vieta, in un contesto euroregionalista, che le singole regioni, della dimensione confacente alla loro storia e cultura (e volontà popolare debitamente informata), facciano rete fra di loro (come fanno già le Euregioni, o come prevede la Costituzione italiana per la collaborazione fra regioni vicine), condividendo strutture e servizi, senza bisogno di privare le popolazioni di un governo che le rappresenti.

Ai macroregionalisti, in sostanza, sfugge il nocciolo del discorso euroregionalista: avvicinare il governo ai territori, far sentire i territori arbitri del proprio destino, in un’epoca in cui i centri di potere diventano globali, quindi lontani e irrangiungibili. Questo non è possibile se si privano regioni storiche della propria entità amministrativa, per metterle insieme ad altri territori solo per fallace “funzionalismo”.

Conclusioni

L’euroregionalismo si pone dunque come un pensiero profondo e una azione praticabile, nella grande avventura necessaria per salvare l’idea stessa di Europa: in varietate concordia.

Per diventare prospetticamente egemone il discorso euroregionalista deve ovviamente abbandonare tutti i folklorismi e i ciarlatanismi. Il ché non significa affatto perdere il romanticismo dell’amore per la propria madreterra, o la passione per la sua storia, o la consapevolezza delle ingiustizie che abbiamo subito dai centralismi autoritari.

Anzi, l’euroregionalismo va autorevolmente proposto, senza scadere in argomenti obsoleti e in fin dei conti regressivi, proprio per proteggere i nostri territori, da nuove e sempre più sofisticate forme di centralismo autoritario, non solo politico-amministrativo, ma anche tecnologico e finanziario.

L’euroregionalismo è una idea vincente, per una vera Europa dei popoli, e deve iniziare a sentirsi tale.

Genova-Barcellona, 28 luglio 2023

* * *

se determinata a far valere la propria dignità,
anche una piccola nazione come quella ligure
può sviluppare una mobilitazione volta a conquistare l’autogoverno,
un diritto inalienabile riconosciuto a tutti i popoli,
compresi quelli della vecchia Europa.

Franco Monteverde (1933-2019)

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Per chi non conoscesse Franco Monteverde, qui un affettuoso necrologio in ricordo di colui che è considerato il padre dell'autonomismo ligure del XX secolo.

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Meno armi, più politica

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Riflessioni a margine dell’annunciato piano #ReArmEU

 

  1. La drammatica realtà dell’attuale momento politico è che l’Unione Europea non è riuscita da darsi una politica estera comune e, peggio ancora, né la II Commissione Ursula von der Leyen, né i 27 capi di stato e di governo, né i capi di altri paesi europei membri della NATO, hanno un mandato popolare per elaborarne una, nonostante essi si muovano in un apparente rispetto rispetto dei trattati.
  2. Né il tradizionale atlantismo della maggior parte degli stati membri, né la storica neutralità di alcuni di essi, sono più adeguati alla complessità dei tempi. I principi di coesistenza pacifica stabiliti a Helsinki nel 1975 possono ancora essere una fonte di ispirazione, ma sarà necessario un paziente lavoro di aggiornamento e non abbiamo istituzioni democratiche comuni dotate dell’autorevolezza e della competenza necessarie a portarlo avanti.
  3. In questo contesto, nessuno può dimenticare che le spese militari dell’Unione Europea sono già oggi superiori a quelle della Federazione Russa e quindi fra le più alte al mondo. Quando arriveremo a coordinarle seriamente, in una ideale comunità di sicurezza, esse dovranno scendere, non certo salire.
  4. Non di nuove commesse militari abbiamo bisogno, ma di una politica estera comune, costruita democraticamente, nell’interesse dell’Europa, di tutti i suoi popoli, delle sue regioni, dei suoi territori, oltre che per promuovere pace, giustizia, autogoverno per tutti e dappertutto, a cominciare da
    1. le province sanguinosamente contese nella terribile guerra russo-ucraina;
    2. le minoranze etniche e culturali che sono ancora minacciate o che sono state addirittura spazzate via, come è accaduto agli Armeni dell’Artsakh (Nagorno Karabakh);
    3. le nazioni e le minoranze che sono, ancora oggi nel XXI secolo, disconosciute o addirittura oppresse all’interno del centralismo degli stati.
  5. Non è il momento di costruire la casa europea dal tetto, invece che dalle fondamenta. Le coalizioni di “volenterosi” (e gli aspiranti “napoleone” d’Europa) hanno già fatto abbastanza danni nel nostro passato europeo. Non servono fughe in avanti, come l’improvvisa calata dall’alto del piano chiamato “ReArmEU”, un investimento di ben 800 miliardi di Euro, annunciato all’improvviso dalla presidente Von der Layen, all’insaputa degli unici organi che hanno una qualche rappresentatività di tutta l’Europa, cioè il Parlamento europeo e il Comitato delle regioni.
  6. Spendere di più in armi senza sapere cosa farne, è peggio che avventuristico, è controproducente per noi Europei, per la nostra coesione, per la nostra sicurezza e per quella della nostra vicina Ucraina dopo che sarà entrato in vigore l’ormai prossimo armistizio.
  7. Queste riflessioni critiche vengono messe a disposizione di tutte le componenti di Autonomie e Ambiente e, se ritenute utili, della nostra famiglia politica europea EFA, perché siano di stimolo all’elaborazione di una cultura politica e geopolitica comune, nel rispetto delle nostre diversità politiche e culturali.

Documento creato a Olbia, mercoledì 5/3/2025, le Ceneri - A cura della presidenza di AeA
Sottoposto alla riflessione comune dei responsabili di AeA il 7/3/25
Reso pubblico il 12/03/2025 (Anniversario della marcia nonviolenta del sale, promossa dal Mahatma Gandhi)

 

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English version

 

 

 

 

Per far vivere la democrazia in Europa e oltre

A Naoned (Nantes), capitale della Bretagna storica, si è chiusa oggi, sabato 10 maggio 2025,  l'Assemblea generale della famiglia politica europea delle autonomie, di coloro che credono nella sussidiarietà, delle forze politiche territoriali che coltivano l'ideale dell'autogoverno per tutti e dappertutto: l'Alleanza Libera Europea, meglio nota come EFA (European Free Alliance). Autonomie e Ambiente era presente, essendo orgogliosamente partner di EFA nella Repubblica Italiana, attraverso i delegati di diverse realtà regionali. Qui l'elenco dei delegati regionali provenienti dall'Italia che sono stati presenti (nell'ordine in cui appaiono nella foto):

 

2025 05 08 173848 Nantes delegati tutti

 

Sotto la grande tenda di EFA si incontrano realtà sociali e culturali, amministratori e uomini di governo o di opposizione, movimenti civici e locali, storici movimenti per l'autodeterminazione, realtà molto diverse tra di loro, ma tutte testardamente determinate a conservare le proprie diversità, la diversità delle proprie comunità e dei loro patrimoni storici, culturali e ambientali. Non meno di una quarantina di regioni e territori d'Europa vi sono rappresentati, in diverse forme. In un precedente approfondimento vi avevamo dato alcuni dettagli sulla partecipazione italiana e sulle varie realtà che si sarebbero incontrate a Naoned.

Qui anticipiamo e diffondiamo alcune notizie importanti sui risultati dei lavori.

Partiamo riassumendo un concetto semplice e radicale espresso da una delle oratrici che più hanno entusiasmato l'assemblea EFA, Lydie Massard, attivista dell'Unione Democratica Bretone, già parlamentare europeo EFA: con vecchie e nuove forme di centralismo la Francia, gli altri stati, le stesse istituzioni europee stanno allontanando la democrazia dai territori e così la stanno uccidendo.

Per far vivere la democrazia la dobbiamo conservare e anzi sviluppare nelle comunità locali, laddove i governati possono davvero conoscere i governanti e quindi sceglierli; dove i governanti vivono insieme ai governati e ne condividono la vita quotidiana, quindi anche le conseguenze delle loro scelte. La metastasi legislativa, le imposizioni tecnocratiche, la rigidità e il conformismo delle burocrazie centrali e centraliste devono essere fermate, perché soffocano il lavoro degli agricoltori, degli artigiani, degli imprenditori; impediscono alle comunità di essere responsabili e creative nella cura dei servizi pubblici, dei beni comuni, del territorio; opprimono le autonomie personali, delle famiglie, delle formazioni sociali.

EFA ha rinnovato il Bureau, il proprio organo direttivo permanente, composto da 13 esponenti effettivi e da 13 supplenti, nel rispetto della parità di genere. Dare spazio alle donne, ai giovani, a rappresentanti del maggior numero possibile di territori, è un impegno costante nella lunga storia di EFA, dalla sua fondazione nel 1981.

Dai territori della Repubblica Italiana è stato rieletto il presidente di Autonomie e Ambiente, Roberto Visentin (Patto per l'Autonomia Friuli-Venezia Giulia), come effettivo. Come supplente è stata eletta Silvia Lidia Fancello, rappresentante EFA-AeA in Sardigna e referente del Comitato Sardigna Pro S'Europa.

Presidente di EFA è stata confermata l'attivista e studiosa basca Lorena López de Lacalle (Eusko Alkartasuna). E' stato invece nominato un nuovo giovane segretario generale: Oriol Cases i Vilà (Esquerra Republicana de Catalunya).

I rappresentanti riuniti nell'assemblea di Nantes, pur proveniendo da territori diversi e da differenti retroterra politici e culturali, sono riusciti ad assumere all'unanimità diverse posizioni politiche. Fra le altre, ricordiamo il sostegno a tutte le autonomie d'Europa, con speciale menzione per la Bretagna e la Corsica, oltre che per l'indipendenza della Groenlandia; la ferma condanna della tragedia che ha portato all'espulsione e all'oppressione degli Armeni dell'Artsakh; la conferma della solidarietà delle autonomie europee verso tutti i popoli oppressi del mondo; la tutela delle lingue regionali e delle minoranze etno-linguistiche; la difesa del territorio dagli ecomostri; l'impegno contro l'inquinamento, specie quello dei cosiddetti "forever chemicals", come PFAS, e delle sostanze non biodegradibili, come le microplastiche; la contestazione del centralismo europeo, oltre a quello degli stati; la difesa del parlamentarismo, contro i "capi" che si dicono eletti dal popolo e che invece sono eletti dalla mediacrazia, come gli aspiranti "podestà" d'Italia e "napoleone" d'Europa; l'impegno per la democrazia, a tutti i livelli, dal più piccolo comune fino alle istituzioni europee, contro gli eccessi della polarizzazione, i populismi, gli estremismi. 

Non è la missione di EFA mettere d'accordo i territori d'Europa su tutto, ma anzi mantenere il pluralismo che essi rappresentano e contengono. Tuttavia, attraverso una più forte democrazia europea, una politica europea costruita ascoltando tutti i suoi territori, anche le questioni più complesse, come la politica estera e di sicurezza europea, possono essere affrontate in modo molto più coraggioso e innovativo, di quanto stiano facendo gli attuali vertici UE, della NATO e delle principali cancellerie. E' stato necessario sostenere l'Ucraina e la sua resistenza, cosa che è stata fatta dagli Europei, con grandi sacrifici (e controversie). Tuttavia, allargando lo sguardo, non è difficile da capire che le guerre non arrivano all'improvviso, come calamità naturali. I conflitti hanno origini risalenti e solo un impegno politico, economico, culturale, continuo e costante per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato, la protezione di tutte le autonomie personali, sociali, territoriali, può prevenirli.

Ulteriori approfondimenti sui lavori di Nantes saranno presto disponibili sul sito europeo e sul sito di Autonomie e Ambiente.

EFA continua il suo cammino per farsi conoscere e riunire attivisti, amministratori, studiosi, da tutte le cento regioni d'Europa.

Nell'immagine la tradizionale foto di gruppo di tutti i partecipanti all'evento EFA.

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Nantes, 10-11 maggio 2025 - A cura della segreteria interterritoriale

 


 

 

 

 

Senza la Sardegna e gli altri territori, non ci sarà Europa

Lo scorso 28 aprile 2024 Autonomie e Ambiente ed EFA sono state invitate dalla Assemblea Natzionale Sarda (ANS) a partecipare a Cagliari al "Sa Die de Sa Sardigna”.  La festa è stata istituita nel 1993 con una legge regionale, come giornata "natzionale" che ricorda la cacciata dei funzionari piemontesi e la ribellione del popolo sardo alla tirannia della dominazione sabauda, avvenuta il 28 aprile del 1794.

ANS è un’associazione culturale nata nel 2020, impegnata per il riconoscimento della nazione sarda, promuovendo una coscienza identitaria, linguistica, storica e ambientale. Da qualche anno si fa carico di commemorare e celebrare Sa Die e i suoi martiri, come un momento importante di presa di coscienza e ribellione agli oppressori, che la narrazione corrente italiana tende spesso a minimizzare o dimenticare.

Fra gli altri, erano presenti: Silvia Fancello, delegata EFA per la Sardegna e vicepresidente di Autonomie e Ambiente in rappresentanza del comitato "Sardigna Pro S'Europa"; Claudia Zuncheddu, di Sardigna Libera e associata ad Autonomie e Ambiente; altre persone esponenti della Coalizione Sarda.

Fancello e Zuncheddu hanno partecipato alla cerimonia di deposizione della corona di fiori ai piedi del cosiddetto “Arco dei Martiri di Palabanda“. Sono così chiamati gli ideatori della rivolta che in quel luogo si riunivano, i quali scoperti dai funzionari regi furono incarcerati e giustiziati. Dall’arco si è poi snodata una partecipata processione attraverso le più importanti vie cittadine fino ad arrivare ai bastioni Saint Remy, simbolo del potere costituito.

Come ha ricordato Claudia Zuncheddu “In tantissimi abbiamo partecipato alla fiaccolata che è andata in crescendo da Palabanda a Piazza Costituzione. Tuonava per tutto il percorso il monito 'Procurade' e moderare - Barones sa tirannia', de s' Innu Natzionale de sa Sardigna. Un momento di coinvolgimento, nel cuore di Cagliari, che ha coinvolto visitatori e turisti”.

Nella stessa giornata di domenica 28, nella suggestiva “Grotta Marcello” nel cuore di Cagliari, si è tenuto inoltre un partecipatissimo dibattito guidato da Lucia Cossu e Riccardo Pisu Maxia (presidente di ANS), nel corso del quale è intervenuta Silvia Fancello insieme a diversi rappresentanti di nazioni senza stato come la Catalogna, la Sicilia, la Scozia e i Paesi Baschi, in un confronto su identità, autodeterminazione, politiche europee e feste nazionali (con un focus sulla famosa Diada di Barcellona). L'evento è proseguito fino a sera con altri interventi, letture, canti, balli.

A pochi giorni dalla Festa dell'Europa, nonostante che i sostenitori dell'autogoverno dei territori siano ostacolati in tutti modi (dai falsi autonomisti che EFA ha dovuto cacciare dalla propria famiglia politica, dagli aspiranti podestàd'Italia, dalle leggi elettorali ingiuste, dal conformismo mediatico, dal centralismo in Italia e dalle prepotenze dei grandi stati centralisti in Europa), continuiamo ad osservare il risveglio culturale e politico dei territori, delle regioni, dei popoli, che sono le vere unità costituenti della futura confederazione europea. Senza l'autogoverno della Sardegna, senza quello di ogni altro territorio, regione, popolo, non ci sarà Europa.

Testimonianze dirette da Cagliari pubblicate a cura della segreteria interterritoriale, 3 maggio 2024

 

 

 

Un affettuoso ricordo di Aureli Argemí

  • Autore: Alessandro Michelucci - Firenze, domenica 14 aprile 2024

Pubblichiamo, purtroppo con un po' di ritardo, per via delle sinistre vicende che hanno impedito a EFA e ad Autonomie e Ambiente di partecipare alle elezioni europee, un affettuoso ricordo di Aureli Argemí, inviatoci da Alessandro Michelucci. Tutti coloro che sono ancorati ai valori di Chivasso conoscono già Aureli o almeno conoscono già qualcuna delle iniziative che lui ha promosso, per l'autogoverno di tutti i popoli, dappertutto nel mondo.

Aureli Argemí: un amico, un esempio

Negli ultimi tempi coloro che sono sensibili ai diritti delle minoranze hanno perso alcune figure di riferimento. Nel 2023 sono deceduti Tilman Zülch, fondatore e animatore della Gesellschaft für bedrohte Völker, e lo studioso fiorentino fiorentino Sergio Salvi, che negli anni Settanta fu il primo italiano a trattare il tema delle nazioni senza stato, ignorato se non addirittura censurato dalla cultura dominante. Chi crede che la diversità culturale e linguistica sia una delle ricchezze più grandi ha un enorme debito di riconoscenza verso di loro.

Lo stesso vale per Aureli Argemì (1936-2024), deceduto il 1° aprile scorso, figura diversa dalle due suddette, ma anche lui responsabile di un percorso culturale e politico che ha inciso profondamente sui temi in questione.

Non si contano i convegni e le pubblicazioni che ha realizzato; le conferenze alle quali ha partecipato; le iniziative di respiro europeo e internazionale che in un modo o nell'altro l'hanno visto coinvolto.

Prima esule antifrancista a Milano, dove ha vissuto per vari anni pubblicando la rivista Minoranze. Rientrato in Catalogna dopo la fine della dittatura, ha fondato il CIEMEN e diretto la rivista Europa de les nacions, che nonostante l'interesse prevalente per l'Europa ha dato spazio anche a studiosi e militanti di altri continenti.

Poi, sempre attento al mutare dei tempi, nel 2007 ha fondato Nationalia, un vero e proprio giornale telematico che aggiorna su tutto quello che riguarda le minoranze, i popoli indigeni e le nazioni senza stato, riportando notizie importanti che i media ignorano o confinano in minuscoli trafiletti.

Fu promotore da Barcellona della Dichiarazione universale dei diritti linguistici, del 1996.

Fu fortemente legato alla sua Catalogna, ne ha caldeggiato l'indipendenza, ma sempre con toni pacati e motivazioni intelligenti, senza scadere mai in posizioni estremiste.

Cattolico autentico, mai settario, Aureli ci ha lasciato anche un libro dove racconta la sua vita e le sue molteplici esperienze: si tratta di La llavor sembrada(Pórtic, 2023). Sarebbe bello se un editore italiano lo traducesse.

La sua vita si è chiusa con una coerenza esemplare, lasciando scritto che il modo migliore per onorare la sua memoria era quello di sostenere un'associazione che aiuta i poveri.

Grazie, Aureli, amico catalano. Grazie per quello che ci hai insegnato e per il tuo esempio, che rimarrà per sempre dentro di noi come un tesoro vivo e palpitante.

Firenze, domenica 14 aprile 2024

Alessandro Michelucci

direttore della rivistaLa causa dei popoli

 

 Per approfondire si veda anche:

https://www.ciemen.cat/

https://twitter.com/elciemen/status/1774919678713839638

https://www.valledaostaglocal.it/2024/04/03/leggi-notizia/argomenti/consiglio-valle/articolo/sui-progressi-politici-in-corsica-e-catalunya-bertin-riferisce-al-consiglio.html

https://www.lapatriedalfriul.org/cungjo-aureli-nus-lasse-un-grant-omp-aureli-argemi-che-si-e-batut-pai-dirits-dal-popul-catalan-e-par-chei-di-ducj-i-popui-minorizats-il-comunicat-in-lenghe-catalane-e-furlane/

https://www.rivistaetnie.com/ricordo-di-aureli-argemi-138259/

 

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