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Forum 2043

Adriano Olivetti e il Movimento Comunità

Continuano i lavori del Forum 2043, alla ricerca delle radici di un territorialismo, civico e ambientalista, adatto al XXI secolo.

Abbiamo pubblicato un approfondimento su Adriano Olivetti e il Movimento Comunità, che sta riscuotendo un grande interesse, e che potete trovare a questo link.

Il Forum 2043 parte dai valori della Carta di Chivasso del 1943 e, in vista del suo centenario, che sarà appunto nel 2043, vuole preparare una nuova generazione di giovani leader locali a impegnarsi per la Repubblica delle Autonomie, per l'Europa dei Popoli, per il bene dei territori, perché le persone e le comunità possano continuare a vivere in economie e democrazie a dimensione umana.

Prato, 20 settembre 2023 - a cura del gruppo di studio interterritoriale che anima il Forum 2043

 

Autonomia differenziata, specchietto per allodole

  • Autore: Gruppo di studio interterritoriale Forum 2043 - 4 febbraio 2023

Udine – Firenze - Palermo, 4 febbraio 2023

Autonomia differenziata, vent’anni dopo:
uno specchietto per ingannare, inaridire e disperdere
gli autonomisti nell’Italia di oggi

Le forze civiche, ambientaliste, autonomiste e territorialiste di Autonomia e Ambiente e che partecipano agli studi del Forum 2043 non si fanno attrarre da quello che consideriamo, oggi, un grande specchietto per le allodole, la c.d. “autonomia differenziata”.

E’ impossibile credere che una classe politica che da vent’anni non conclude nulla in materia di autonomia, proprio ora che sono al potere figure apertamente centraliste e presidenzialiste, possa fare qualcosa per le autonomie personali personali, sociali, territoriali, che essa non ha mai compreso né rispettato.

I nostri attivisti, eletti, intellettuali devono aiutarsi vicendevolmente a restare fuori dalla babele di assurdità (politicamente parlando veri e propri inganni), che vengono profuse sui media, sulle reti sociali e, purtroppo, anche nelle aule parlamentari (piene di nominati dai vertici dei partiti centralisti, che non si sa in cosa credono, ma che proprio per questo paiono capaci di tutto).

L’approvazione “preliminare” del disegno di legge Calderoli è una operazione propagandistica e anche di bassa qualità. Gli attivisti per l’autogoverno di Veneto, Lombardia, Emilia (collegati nella rete “22 ottobre” da ormai più di cinque anni, cioè dal giorno dei referendum veneto e lombardo del 22 ottobre 2017), come ha detto e scritto Paolo Franco, si sentono giustamente presi in giro.

Alcuni spunti per una riflessione critica:

1) la riforma costituzionale del 2001 del Titolo V fu fatta in fretta (dal Centrosinistra), è piena di difetti, è di difficilissima applicazione, ma fu approvata dal referendum popolare del 7 ottobre 2001, perché c’era allora – e crediamo ci sia ancora, in verità – un grande consenso popolare trasversale attorno all’idea che gli enti locali e le regioni abbiano più risorse e più poteri, per il bene delle rispettive comunità locali. Questo consenso popolare verso il grande ideale di una “Repubblica delle Autonomie”, all’interno di una grande confederazione europea, lo dobbiamo proteggere dalle forze centraliste che oggi governano e in particolare da certi loro leader privi di competenza e credibilità.

2) Il mondo, l’Europa e l’Italia sono molto cambiati in questi vent’anni. Sono cresciute sull’onda della digitalizzazione nuove grandi multinazionali globali. La produzione legislativa europea ha continuato a crescere a dismisura, investendo ogni materia. Il governo centrale italiano, con la scusa dell’austerità, delle varie emergenze, dell’Europa e della globalizzazione, ha represso le autonomie personali, sociali e territoriali. La metastasi delle norme e l’ipertrofia delle autorità centraliste soffoca sempre di più persone, imprese, famiglie, comunità locali, senza peraltro assicurare giustizia, sicurezza, spesso nemmeno protezione. Questa deriva centralista e autoritaria non ci spaventa, siamo qui per contrastarla, rinnovando la nostra adesione alla Carta di Chivasso del 19 dicembre 1943, ma di certo non ci illudiamo di poter lottare per riforme autonomiste come avremmo fatto non diciamo un ventennio, ma nemmeno un lustro fa. Occorrono molta più preparazione, molto più coraggio e soprattutto molta più umiltà, per cambiare veramente le cose per il bene dei nostri territori.

3) Come scrive con lucidità la nostra forza politica sorella Siciliani Liberi, discutere di nuove forme di autonomia implica innanzitutto il rispetto di tutte le autonomie esistenti (a partire da quelle delle cinque regioni a statuto speciale e poi tutte le altre). Implica l’attuazione piena degli Statuti in vigore e dell’art. 119 della Costituzione, che prevede, fra le altre cose, una perequazione fiscale a sostegno dei territori che sono stati impoveriti e spopolati dal colonialismo interno. Perequazione che è concetto sconosciuto non agli autonomisti, ma ai centralisti, a quelli che sono stati al potere ininterrottamente negli ultimi vent’anni (in veste di sinistra, tecnici, centro, movimentisti, populisti e destra).

4) La grande sfida politica che ci aspetta nei prossimi anni, non solo in Italia ma in Europa e nel mondo, è la territorializzazione delle imposte, a cominciare da quelle sul consumo. Si sta (quanto lentamente!) comprendendo che le multinazionali devono pagare tasse dove abitano i loro consumatori, non dove sono le loro sedi legali e fiscali. Allo stesso modo, anzi a maggior ragione, se un pugliese compra un prodotto piemontese, le imposte su questo consumo devono restare in Puglia! E’ incredibile come siano ancora così pochi, anche nel mondo autonomista, ad aver compreso questa la necessità di questo cruciale cambiamento.

5) E’ doveroso suonare la sveglia a tanti improvvisati “meridionalisti”, avvocati del Mezzogiorno, tardivi epigoni di “equità territoriale”, sé dicenti “difensori dell’uguaglianza dei cittadini”, aspiranti “sindaci d’Italia”. Si agitano come cassandre contro l’autonomia differenziata, vista come un cavallo di Troia per la “secessione dei ricchi”, la “fine dell’Italia”, la “rovina del Sud” e altre catastrofi, senza accorgersi di essere funzionali al centralismo autoritario (fuori dai denti: sono veri utili idioti del nazionalismo centralista al potere). Purtroppo per loro e per tutti noi, i disastri che essi paventano, sono mali che infuriano già da decenni e ancora oggi, nell’Italia centralista che essi difendono con una testardaggine degna di miglior causa. E’ il centralismo che distrugge e spopola i territori, a vantaggio di poche privilegiate capitali politiche ed economiche, se ne facciano una ragione. Le autonomie, al contrario, hanno fatto e farebbero ancora fiorire e arricchire i territori.

6) La promessa contenuta nella Costituzione (art. 116, terzo comma) di ulteriori forme di autonomia (su 23 materie elencate all'art. 117, vedi nota in calce) è minata da una ambiguità di fondo (sin dai tempi delle bozze Gentiloni, sia chiaro): essa instaura una autonomia graziosamente concessa dallo stato centrale a un territorio (o a due, o a tre, ovviamente in modo differenziato per ciascuno di essi). Queste autonomie asimmetriche ed eterogenee sarebbero intrinsecamente fragili e sempre sottoposte a una continua ed estenuante trattativa con lo stato centralista, come ben spiegato negli interventi della forza sorella OraToscana.

7) Infine – in cauda venenum - anche se (nel mondo dei sogni dei leghisti e dei “nordisti”) le ulteriori forme di autonomia previste dal Titolo V venissero un bel giorno concesse, esse potranno comunque essere sempre ritirate (sicuramente dopo dieci anni, c’è scritto nella furbastra bozza Calderoli). In barba al sacrosanto principio su cui l’Italia fu ricostruita dopo la tragedia della Seconda guerra e la barbarie nazifascista: lo stato non concede, ma riconosce le autonomie personali, sociali, territoriali. Ci sarebbe da chiedere, a coloro che sono andati al potere con le elezioni precipitate del 25 settembre 2022, se aderiscono davvero ai principi della Carta costituzionale...

L’autonomia differenziata è, politicamente parlando, un treno perso. Senza una svolta davvero autonomista, essa finirebbe per essere uno strumento divide et impera, dove il potere centrale manterrebbe sempre il coltello dalla parte del manico. I capi centralisti e nazionalisti si trovano certo a loro agio in questo imbroglio, ma i civici e i localisti che lottano in tutto il paese per il bene delle loro comunità ed economie locali, i decentralisti e i federalisti, gli autonomisti sparsi in tutte le province, invece, devono essere inquieti.

Si scuotano, prima di finire scuoiati.

 

Dal gruppo di studio interterritoriale del Forum 2043

 

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Nota sulle 23 materie che possono essere oggetto di “ulteriori forme di autonomia”, la c.d. “autonomia differenziata”:

L'art. 116 terzo comma della Costituzione italiana stabilisce che: "Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell'articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all'articolo 119".

Elenco delle materie ex art. 117 terzo comma:

01) rapporti internazionali e con l'Unione europea delle Regioni;

02) commercio con l'estero;

03) tutela e sicurezza del lavoro;

04) istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale;

05) professioni;

06) ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori produttivi;

07) tutela della salute;

08) alimentazione;

09) ordinamento sportivo;

10) protezione civile;

11) governo del territorio;

12) porti e aeroporti civili;

13) grandi reti di trasporto e di navigazione;

14) ordinamento della comunicazione;

15) produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia;

16) previdenza complementare e integrativa;

17) coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;

18) valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali;

19) casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;

20) enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale

Le tre ulteriori materie ex art. 117 secondo comma:

l) l'organizzazione della giustizia di pace

n) norme generali sull'istruzione

s) tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali

Si veda, per un approfondimento: https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1104705.pdf

 

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Per l’immagine di corredo di questo post siamo debitori del sito “Oltre il Ponte”:

https://www.oltreilponte.org/societa/7496/

 

Autonomie e sussidiarietà, speranze e realtà

  • Autore: Mario Ascheri - Siena, 2 febbraio 2025, Festa della Candelora

Mario Ascheri è nato a Ventimiglia nel 1944. Si è laureato in Giurisprudenza a Siena, come borsista del Collegio Mario Bracci nella Certosa di Pontignano e nella città ha messo radici. Già docente di storia del diritto e delle istituzioni a Sassari, Siena, Roma 3 e membro del Beirat del Max-Planck-Institut di Frankfurt/Main, è nel Consiglio dell’Istituto storico italiano per il Medioevo. E' un antico amico delle autonomie e in particolare degli autonomisti che nei primi vent'anni del XXI secolo si sono tenuti in contatto con la newsletter Toscana Insieme. Pubblichiamo alcune sue riflessioni sulle autonomie, risalenti al 2022 e già in gran parte diffuse attraverso la rivesta "Libro Aperto" e in altri interventi. Nonostante lo scarto evidente fra le speranze e la realtà delle autonomie delle regioni italiane, la sussidiarietà non perde attualità, come principio cardine della nostra storia e nella nostra Costituzione. Le autonomie personali, sociali e territoriali fioriscono solo nella sussidiarietà, come processo dal basso verso l’alto. Nessuno più dei lettori del Forum 2043 e di coloro che sono ancorati ai principi della Carta di Chivasso, ne comprende l’importanza.

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Tra le speranze costituzionali e le eredità di questi lunghi decenni repubblicani, qualche riflessione recente può essere utile all’importante dibattito in corso.

Un libro del 1976, che si può a ragione ritenere un ‘classico’ per gli specialisti, tracciava «un bilancio obiettivo e disincantato» della prima legislatura regionale, del 1970-1975, cogliendo le nuove istituzioni in un momento di transizione, destinato a riproporsi ancora una volta oggi. Già allora da parte di Franco Bassanini1 si poteva ammettere che quella legislatura «non ha, a ben vedere, né realizzato né definitivamente distrutto le speranze di chi ha visto nell’istituzione delle Regioni l’innesco di un grande movimento di rinnovamento e riforma del nostro assetto istituzionale, capace di investire contemporaneamente l’amministrazione centrale ed il governo locale». Quali i problemi e le speranze? l’Autore ne proponeva questa acuta sintesi2:

“Avviata cinque anni fa tra grandi speranze e grandi timori, la riforma regionale è giunta oggi ad una svolta decisiva. Il modello di Regione ‘politica’ delineato nella Costituzione e negli statuti regionali – come essenziale punto di snodo tra Stato e comunità locali – implica importanti riforme istituzionali: dal trasferimento alle Regioni e agli enti locali di rilevanti poteri e di ingenti risorse finanziarie ancora gestiti dalle burocrazie ministeriali, alla soppressione di gran parte degli enti pubblici funzionali che costituiscono la trama del pluralismo perverso e del clientelismo a sfondo corporativo su cui sono costruite, in buona misura, le fortune del sottogoverno nazionale: da una generale riforma del governo locale, ancora regolato da leggi fasciste o prefasciste, ad una radicale riorganizzazione delle amministrazioni centrali dello Stato, che si trasformi da organi di gestione burocratica e routinière di poteri di amministrazione attiva in strumenti efficienti di programmazione, indirizzo e coordinamento. Se queste riforme non saranno attuate o almeno avviate nel corso della seconda legislatura, finirà per consolidarsi il modello della ‘Regione amministrativa’ rendendo inevitabile la burocratizzazione degli apparati regionali e irresistibile la tendenza a ridurre il ruolo delle Regioni alla distribuzione di sovvenzioni contributi ed incentivi ed alla gestione di servizi locali in concorrenza con comuni e province (…)”.

La citazione è lunga, ma a distanza di quasi 50 anni quella riflessione, anche tenuto doverosamente conto di quanto sta emergendo dal dibattito in corso, il trend risultato prevalente, naturalmente con luci ed ombre, è per lo più quello che Bassanini paventava. I motivi sono molto complessi e ben noti ai giuspubblicisti e ai politici più attenti, tanto che i media hanno difficoltà a comunicarli al pubblico più largo senza semplificarli seguendo gli slogan degli schieramenti politici. E già questo è un problema se ci si vuole dare, come doveroso, una nuova prospettiva: positiva.

La riforma del 2001, come si sa, all’art. 118 ultimo comma proclamava che

“Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”.

Si sa bene, anche, che tra i promotori culturali - per così dire - della riforma ci fu la onlus Cittadinanza Attiva fondata nel 19783 e radicata com’è naturale in modo diversificato nel Paese, ma con buona capacità di aggregare anche altri gruppi di partecipazione politica non inquadrati nei partiti.

Il suo animatore Antonio Gaudioso ha lasciato la segretaria generale a marzo del 2021, dopo aver assunto incarichi presso l’Istituto superiore di sanità e in commissioni governative (come la LEA, per i Livelli Essenziali di Assistenza) grazie alla fiducia del ministro Roberto Speranza4. Gli è succeduto Anna Lisa Mandorino, che nel suo discorso di insediamento (caricato nel web5) ha parlato molto dei problemi sanitari, ovviamente, ma anche dei temi tradizionali della partecipazione civica, del terzo settore, dei beni comuni, delle disuguaglianze cui porre argine ecc. ecc. Non però della sussidiarietà del 2001, pur essendo essa ben presente nell’utile sito dell’associazione. Il quale interpretava in modo articolato la riforma. Da un lato infatti ricordava

“che le diverse istituzioni debbano creare le condizioni necessarie per permettere alla persona e alle aggregazioni sociali di agire liberamente nello svolgimento della loro attività (corsivi miei, n.d.a.). L'intervento dell'entità di livello superiore, qualora fosse necessario, deve essere temporaneo e teso a restituire l'autonomia d'azione all'entità di livello inferiore”.

Insomma, qui il potere pubblico è auspicato sussidiario rispetto al privato, che come potere operativo può essere momentaneamente in difficoltà. Dall’altro lato si vedeva sussidiarietà, come

“un elevato potenziale di modernizzazione delle amministrazioni pubbliche, in quanto la partecipazione attiva dei cittadini alla vita collettiva può concorrere a migliorare la capacità delle istituzioni di dare risposte più efficaci ai bisogni delle persone e alla soddisfazione dei diritti sociali”

per cui sussidiario diviene il

“cittadino, sia come singolo sia attraverso i corpi intermedi, (che) deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più vicine”.

Si esemplificava con la

“cura dei beni comuni. Entrambi, volontari e cittadini attivi, sono ‘disinteressati’, in quanto entrambi esercitano una nuova forma di libertà, solidale e responsabile, che ha come obiettivo la realizzazione non di interessi privati, per quanto assolutamente rispettabili e legittimi, bensì dell'interesse generale incrociandosi nella propria opera, s’intende, per irrobustire l’intervento pubblico”.

Sussidiarietà biunivoca per così dire, perché l’uno sussidia l’altro in situazioni diverse: i cittadini per essere più liberi; le istituzioni pubbliche per realizzare meglio gli interventi socialmente più rilevanti. Sono posizioni coerenti da un lato con la crisi dei partiti e con il variegato e disperso associazionismo civico che i partiti sussidiano (ecco altra situazione ancora di sussidiarietà) fino al punto di surrogarli addirittura. Quanto sembra avvenuto con il Movimento 5 stelle, che inevitabilmente ha assunto i connotati del partito più o meno ‘tradizionale’ - se pur ancora esso esiste, altrimenti il Movimento fu, come sempre ho pensato, partito sin dall’esordio, mutato nomine pour cause. Dall’altro lato la coerenza è con la crescente difficoltà delle istituzioni pubbliche di soddisfare le aspettative dei cittadini, anche per contrastare una spesa crescente ma inefficiente.

Tuttavia se andiamo a un testo accreditato come la Treccani leggiamo:

“principio di s., il concetto per cui un’autorità centrale avrebbe una funzione essenzialmente sussidiaria, essendo ad essa attribuiti quei soli compiti che le autorità locali non siano in grado di svolgere da sé. Con interpretazione più recente, con riferimento alla Comunità europea e, in particolare, alla successiva Unione degli Stati europei, il principio secondo il quale dovrebbe essere riservata alla Comunità, come organismo centrale, l’esecuzione di quei compiti che, per le loro dimensioni, per l’importanza degli effetti, o per l’efficacia a livello di attuazione, possono essere realizzati in modo più soddisfacente dalle istituzioni comunitarie che non dai singoli Stati membri“ (corsivi miei).

Qui i cittadini sono solo destinatari indiretti della sussidiarietà, che riguarda il rapporto migliore possibile tra il potere centrale e le articolazioni periferiche, per così dire. Ed è alla sussidiarietà che secondo un principio di astratta razionalità istituzionale dovrebbe attenersi lo Stato nazionale nel rapportarsi alle Regioni e agli enti locali. Tutto quel che è possibile, in altre parole, si dovrebbe poter fare a livello locale in coerenza con l’art. 5 Cost. per cui

“La Repubblica (…) riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei suoi servizi il più ampio decentramento amministrativo e adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Sennonché, com’è ovvio, quelle comunità sono riconosciute come originarie, ma è tutt’altro che esplicitato cosa debba intendersi per esigenze delle autonomie e del decentramento, trovandoci di fronte a uno di quegli articoli che per la loro genericità sollecitarono la critica inesorabile di Arturo Carlo Jemolo6.

Peraltro, la vicenda sanitaria in corso ha mostrato la inevitabile elasticità interpretativa e applicativa della Costituzione (anche quando è chiara) in base a criteri lato sensu politici, i quali erano ovviamente ispiratori della riforma del 2001 e della proposta cui Matteo Renzi ha affidato il suo nome.

Già, ma la polisemia di sussidiarietà, dal significato inter-istituzionale a quello partecipativo civico di Cittadinanza attiva, mette in guardia sulla sua inevitabile storicità. Non esiste una sussidiarietà atemporale, ma solo quella nell’ hic et nunc della contingenza politica più o meno lunga e stressante, com’è la nostra.

Pertanto l’esperienza storica, non solo nostra, sembra indicare che la sussidiarietà risponda a un giudizio descrittivo di una realtà complessa cui si vuole dare ordine. Di fronte al pullulare più o meno pre-ordinato e/o sovraordinato di poteri, si cerca di dare loro una coesistenza ordinata ricorrendo a quella specie di mantra che è la sussidiarietà.

Con l’indebolirsi dei servizi pubblici, l’organizzazione privata dei cittadini legata a problemi specifici, e non politici generali, ha reso utile la recezione della sussidiarietà e ha motivato dall’alto livello costituzionale le normative ad essa ispirata a favore del terzo settore e del volontariato.

Che poi la soluzione più razionale sia quella così rafforzata dal superiore livello normativo, non sembra quesito astrattamente risolvibile. Un tempo si diceva per altre questioni entia non sunt multiplicanda al di là del necessario e il rasoio di Occam era uno strumento idoneo nel suo mondo. Oggi non solo si può parlare ancora di ‘enti inutili’ (per lo più intangibili, però), ma non sembra che si faccia nulla per evitarne la creazione di nuovi.

Un qualsiasi bisogno legittima un ente se supportato dalla giusta pressione politica e mediatica.

L’oratoria politica e la sua pervasività grazie a media compiacenti è fortissima a tutti i livelli.

Basta usare il mantra giusto. Le novità e la pluralità istituzionale concorrenziale in senso positivo che le Regioni dovevano attivare, nei propositi dei più ad esse favorevoli, non sembrano aver avuto luogo nel loro complesso. I vari livelli di potere, come avvenuto di regola nella storia delle istituzioni, si ritagliano spazi di potere che curano di salvaguardare con grande attenzione e nel nostro caso le molte cause motivate dai conflitti Stato-Regioni discusse dalla Consulta l’attestano chiaramente.

Quella riforma politica e amministrativa che si era largamente condivisa si deve purtroppo riconoscere che è rimasta per lo più non realizzata nei termini largamente auspicati, mentre anche l’Unione europea ha dato prove assai deludenti contro ogni aspettativa. Nel caso italiano, la nostra cultura giuridica ha costruito come sempre belle dottrine, ma la loro applicazione ha lasciato desiderare, affidata inevitabilmente a un ceto dirigente in larga misura inaffidabile o inconcludente.

Il problema è grave perché è profondamente radicato nella nostra storia: codici e Costituzione non bastano a evitare intrecci perversi come quelli che si sono manifestati palesemente ad esempio nella magistratura.

Il più grande giurista italiano nel Seicento, il card. Giovanbattista De Luca, inutilmente fautore di riforme nello Stato pontificio, sintetizzò il nostro DNA in poche parole:

“Theoricae generales idealiter ac in abstracto sunt verae, sed difficultas est in earum reductione ad praxim7”.

Sono tornato a lui – un grande “pratico”, che non fu mai professore - non a caso. Perché il vituperato tardo medioevo e l’età d’antico regime non ebbero in generale solo meno enti e livelli decisionali. Ci fu qualcosa di più: erano spesso anche meglio collegati tra loro, con la “rete” cui taluni oggi pensano. E proprio grazie al principio di sussidiarietà di cui nessuno parlava perché non concettualizzato.

Eppure, senza per ovvi motivi proporsi i grandi mantra partecipativi con la pervasività attuale, allora i poteri eminenti, principe o città dominante o signore feudale, si riservavano i poteri politico-militari dell’ente, la giustizia maggiore, le strutture portuali e viarie fondamentali e lasciavano per lo più ai poteri comunali locali la gestione dei beni pubblici, della sanità, dell’istruzione, delle strutture essenziali dai mulini ai pozzi e alle fonti, alla polizia campestre, alla tutela di ospedali, ospizi e chiese locali. Chi poteva permettersele, chiamava addirittura delle super-star da fuori (come s. Bernardino, ad esempio) per la predicazione della Quaresima e creava un “evento” di grande risonanza.

Quello che viene bollato come particolarismo e frammentazione giuridico-politica pre-codicistica si resse in gran parte sulla abnegazione delle comunità grandi e piccole prive di libertà politica e sottoposte a balzelli più o meno gravi, ma per il resto dotati di una libertà (vigilata, s’intende) di autorganizzazione talora impressionante.

Quel livello di governo locale, senza libertà politica sia chiaro, consentì però il radicamento di pratiche di partecipazione anche larga al governo della cosa pubblica con ampia rotazione nelle cariche e la loro sostanziale gratuità: nelle comunità minori demograficamente furono non infrequenti consigli comunali con un membro partecipante per nucleo famigliare. Quando non formalmente contrattuale, come pure avveniva per le realtà più importanti e da ‘coccolare’ con attenzione perché poste sui confini (e quindi esposte alle lusinghe dello Stato confinante), il rapporto del potere centrale con le comunità locali era per lo più prudente.

Non era solo questione di sempre possibili ribellioni dei residenti locali con devastazione delle proprietà cittadine in loco, ma di riserve reclutabili per i servizi militari e di forza lavoro da utilizzare nel capoluogo.

La separatezza centro-periferia fu sicuramente dura, per lo più, ma la sussidiarietà era imposta dalla mancanza pressoché totale di burocrazia e dalla comodità di fare affidamento sulle forze locali fortemente interessate al buon funzionamento di una serie di servizi che avrebbero altrimenti richiesto un impegno pesantissimo per il potere centrale.

L’inefficienza se non l’egoismo e il semplice disinteresse del centro facilitò la sussidiarietà, sempre diversa nel tempo qua e là, ma prassi radicata, operante senza tanti proclami formali. La sudditanza non era servitù e le comunità più cospicue seppero conservare molte delle libertà di governo originarie.

Pensiamo alla identità delle città venete sotto Venezia, o a quelle pontificie da Bologna a Perugia a Orvieto, o lombarde sotto Milano, alle piemontesi, alle toscane, o alle stesse città demaniali e feudali del sud.

Non c’era uniformità di disciplina, è ben vero, ma c’era la stessa tradizione di autogoverno che educava un ceto dirigente più o meno aperto ai bisogni della cittadinanza, e comunque dedito ad essi, in pura osservanza nei fatti della sussidiarietà. E il suo peso per i ceti locali poteva anche essere fatta valere con forza, come avvenne nei parlamenti dello Stato pontificio o in quelli più potenti: siciliani e sardi soprattutto8.

La differenza delle normative locali significava disuguaglianza, non c’è dubbio. Ma aveva dei risvolti soggettivi, di formazione e rafforzamento dell’autocoscienza identitaria, e risvolti oggettivi di relativa semplicità amministrativa, tanto lontani dalla complessa gestione centralistica studiata per il reddito di cittadinanza. Possibile che non si sia pensato di ricorrere a sistemi d’assistenza diretta locale come quella un tempo assicurata da enti comunali come quelli denominati Eca? Non potevano ora essere potenziati? Perché ricorrere a strane categorie di intermediari risultati poi inutili – come era prevedibile?

Per tornare a quel passato dimenticato, è vero che non c’era un governo centrale solidale sul quale poter contare nelle emergenze. Bisognava imparare a far da sé per lo più, sapendo imparare e creando comunità credibili. Ad esempio, favorire un’immigrazione qualificata era importante. La concorrenza dei centri locali non c’era proclamata apertis verbis, ancora una volta, ma c’era nei fatti, com’era nei fatti – anche con pesanti risvolti violenti tra vicini – la tutela dei confini per le proprie bestie, i coltivi, i frutti del bosco ecc.

E quella concorrenza inespressa era stimolo fortissimo al buongoverno locale.

Le cento e più città d’Italia, grandi e piccole, che tutti ammiriamo e sul cui passato costruiamo la nostra eccezionale realtà e potenzialità turistica, hanno secoli di autogoverno variegato alle spalle9. E persino regole deprecate poi, come il fedecommesso nobiliare, che poté però garantire la conservazione di strutture immobiliari importanti attraverso i secoli…

La discontinuità con quel mondo c’è eccome oggi, ma non sempre basta a connotare in modo positivo quello attuale10.

 

Dedicato a Gian Maria Varanini,
studioso molto attento alla storia dei rapporti tra i capoluoghi e i territori dipendenti,
che continuerà il suo impegno di ricerca
anche se ha ora terminato la sua docenza presso l’Università di Verona.

 

Autonomie e sussidiarietà, speranze e realtà
di Mario Ascheri

Siena, 2 febbraio 2025, Festa della Candelora

 

Note

1 Nel suo Le Regioni fra Stato e comunità locali, Bologna 1976, p. 5. Entro la abbondante bibliografia recente si veda Autonomie speciali e regionalismo in Italia, a cura di L. Blanco, Bologna 2020. Utile tra i periodici “Le Carte & la Storia”.

2 Nella pagina quarta di copertina, laddove concentrava il progetto-motivazione del libro.

3 Si veda al link https://www.cittadinanzattiva.it/chi-siamo.html (consultato il 10 settembre 2021).

4 Desumo dal link https://www.fortuneita.com/2021/03/28/nuovi-vertici-per-cittadinanzattiva/.

5 http://congresso2021.cittadinanzattiva.it/candidature-nazionali/segretario-nazionale.html.

6 Nel suo classico Che cos’è la Costituzione, ora con Introduzione di G. Zagrebelsky, Donzelli, Roma 1996, in cui la IV di copertina sintetizza efficacemente: «È bene che gli italiani tutti discutano appassionatamente i problemi costituzionali, ciascuno quelli che più sente… Come in tutti gli albori di nuovi assetti politici liberi, vi è una inclinazione al vago, alle formule che possono coprire le soluzioni più diverse. Bisogna, per quanto è possibile, che ciascuno cerchi di precisare le sue idee».

7 G.B. De Luca, Theatrum veritatis et justitiae, Venetiis, Apud Paulum Balleonium, 1716, tomus V, pars I: De usuris et interesse, adnotatio ad disc. 1, p. 10, n. 2.

8 Un rapido sguardo d’assieme nelle mie Istituzioni medievali, il Mulino, Bologna 1999, pp. 327-353. Sul problema discusso delle città-Stato ho messo una nota storiografica in https://ilpensierostorico.com/a-feud-on-italian-city-states-again-on-lorenzettis-buongoverno/.

9 Si veda ad esempio A. Dani, Cittadinanze e appartenenze comunitarie. Appunti sui territori toscani e pontifici di Antico regime, Historia et ius, Roma 2021 (con rinvii a precedenti lavori analitici).

10 Oggi molto discusso e incentrato, per aprire prospettive positive, sulla categoria delle ‘reti’, che dovrebbero appunto avviare alla soluzione dei problemi della complessità istituzionale; ricordo ad esempio il lavoro recente molto denso di L. Casini, Lo Stato nell’era di Google. Frontiere e sfide globali, Mondadori, Milano 2020.

 

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Autonomie per tutti non per pochi

  • Autore: Canio Trione - Bari, 24 agosto 2023

Riflessionidi Canio Trione,riprese dalsuo volume “L’economia virale” (Napoli, 2021, Giammarino Editore) edai suoibrillantiinterventi su https://bariseranews.it/,adattate al contesto del Forum 2043.Non èineluttabile chel’avanzamento tecnologico e finanziario debba ridurre e non espandere le autonomie personali, sociali, territoriali, afferma convintamente Canio Trione, con la forza della sua preparazione economica e la passione con cuipromuove il bene delle persone,la prosperità delle piccole imprese, l’azionecivico-politicalocale, competente e responsabile, per il bene delle generazioni future.

Dopo che la Repubblica Italiana è entrata in un’area valutaria grande ma anche disfunzionale come l’Eurozona, i territori, le piccole imprese, le famiglie e le persone soffrono. E’ una ripetizione in grande scala di quanto accadde ai territori del Sud che furono unificati nello stato dei Savoia. Ai problemi dell’unificazione del mercato europeo si aggiungono le storture della globalizzazione, in cui i capitali sono liberi di muoversi ma restano accumulati in depositi virtuali che, per quanto le elite che li controllano conducano una vita lussuosa oltre l’immaginabile, non potranno mai essere spesi, né investiti.

Senza entrare in tecnicalità, ci sono stime che ci raccontano un mondo in cui la ricchezza reale prodotta sarebbe ormai di 100 trilioni (convertiti tutti in dollari) l’anno (il PIL globale), mentre altri 400 trilioni esisterebbero come ricchezze virtuali (la ricchezza finanziaria globale), a cui però nessuno può ragionevolmente accedere in questa situazione politica internazionale.

La nostra risposta a questo stato abnorme delle cose non può essere la nostalgia o il mugugno, ma la comprensione di ciò che è insostenibile e può essere ragionevolmente corretto perché le persone comuni possano vivere.

Le tecnostrutture del capitalismo internazionale possono persino predire e indurre consumi, con le tecnologie esistenti, ma esse incarnano un nuovo autoritarismo economico-sociale-finanziario.

Nell’impegno delle forze civiche, ambientaliste, territorialiste che si stanno raccogliendo nel Patto Autonomie e Ambiente e che s’incontrano nel Forum 2043 per portare avanti i valori umanistici della Carta di Chivasso, c’è evidentemente grande attenzione per il tema delle autonomie come fatto istituzionale. Concentrarsi sugli aspetti istituzionali è certamente la via maestra che si è sempre seguita, ma il mondo è cambiato molto e in peggio.

Oggi le istituzioni – globali, europee, dello stato repubblicano italiano - sono totalmente corrotte nel senso proprio del termine. In esse si mediano gli interessi e si soddisfano i desideri dei più forti. Con il controllo dei dati e dei media, nessuna di esse ha più alcun bisogno di rispondere ai cittadini, come dovrebbe essere secondo la minima educazione civica in cui siamo cresciuti e secondo la Costituzione vigente (tanto riverita quanto tradita).

Costruire o ricostruire una democrazia come governo del popolo attraverso i suoi rappresentanti, è aspirazione che non può essere abbandonata, ma non basta più. Ammesso e non concesso che sia mai stato sufficiente.

Quindi chi si impegna per le autonomie, se vuole proporsi come modello di governo del futuro, deve acquisire -anche se non condividere- questa drammatica realtà e impegnarsi a superarla. Sicuramente servono governi locali più forti degli attuali, ma essi, nello stato attuale delle cose, sarebbero comunque, una alla volta, preda facile degli interessi delle elite globali.

Il contenuto insopprimibile dell’azione politica futura deve continuare a essere la difesa delle identità, delle diversità, della bellezza, dell’umanità delle specificità locali. Queste azioni politiche però devono incontrarsi e unirsi nel comune interesse a contrastare fermissimamente la omologazione, l'appiattimento, la uniformizzazione.

Dobbiamo insieme resistere a forze omologanti potentissime come quelle che abbiamo visto plasticamente in azione durante la pandemia Covid-19, quando pochissimi grandi monopoli farmaceutici hanno ordinato alle organizzazioni internazionali, alla Commissione europea, ai governi nazionali, di somministrarci i loro farmaci indistintamente e e obbligatoriamente, come se gli esseri umani fossero polli in batteria.

Questa capacità livellatrice è di gran lunga più profonda e pervadente del comunismo reale o di altre esperienze totalitarie della modernità, perché essa non si afferma con la violenza, ma con il controllo delle menti e dei cuori.

Attraverso le narrazioni diffuse globalmente dalle grandi concentrazioni mediatiche, il controllo e la sorveglianza universale resi possibili dalle nuove tecnologie, l’efficacia della repressione ottenuta attraverso il controllo di banche dati globali (che possono letteralmente farci “scadere”, come se gli esseri umani fossero una “password”), le concentrazioni di potere della modernità, i centralisti, ci trasformano in tutti in numeri. La pressione del conformismo, su scala globale, ci priva di identità e pensiero.

Non si accontentano dell’ubbidienza. Vogliono che la pensiamo come loro e che ci adeguiamo (compliance!) prima ancora che essi abbiano trasformato i loro progetti in ordini.

Ovviamente nell’umanità globalizzata possono diffondersi viralmente anche idee di resistenza, non solo di obbedienza, quindi la situazione è seria, ma forse non totalmente compromessa.

Su questo punto possiamo essere d’aiuto, unendo forze territoriali, sociali, culturali, per incidere sulla vita, a partire dalle persone più umili, dalle periferie della globalizzazione.

Dobbiamo dircelo chiaramente: abbiamo poco tempo. Non ci è concesso di tergiversare.

Siamo dentro una deriva rapidissima.

Sul piano monetario, va avanti la concentrazione del potere bancario (poche stanze dei bottoni possono chiudere i conti di ogni potenziale dissidente).

Sul piano economico, si continua a favorire i potentati privati transnazionali.

Sul piano culturale e mediatico, le nostre menti sono invase da ciò che viene prodotto e distribuito da pochissime centrali produttive globali.

Non c’è tempo per immaginare chissà quali organizzazioni o istituzioni nuove, dobbiamo da subito influenzare la politica per salvare la sanità fisica e mentale della persona umana e delle comunità locali in cui essa vive e lavora, nella loro preziosa specificità, dal cibo al divertimento, dal vestito alle cure, dal parlare quotidiano fino alla libertà di culto.

Tutto ciò è possibile, purché ci uniamo in percorsi concreti di difesa delle autonomie, da condividere tra di noi, senza indugi.

Dobbiamo contrastare la pandemia della cultura dell’emergenza, rifiutandoci di avallare l’accavallarsi di risposte emergenziali. Dobbiamo riportare tutte le attuali istituzioni a una normalità in cui si sia in grado di gestire anche le sfide più difficili, senza ulteriori concentrazioni di ricchezze e di potere.

Dobbiamo ripristinare una sfera incomprimibile di libertà d’azione per l’individuo, perché egli sia in grado, dal basso e dal piccolo, di reagire prontamente e autonomamente ai cambiamenti.

Dobbiamo restituire credito e agibilità alle piccole e medie imprese locali e ai loro primi clienti, che sono poi i loro concittadini. Perché esse tornino a fiorire devono essere liberate di tutti gli oneri impropri che sono stati imposti (magari giustamente) alle imprese più grandi.

L’economia deve essere liberata dalle catene della finanza. La tecnologia deve alleggerire la vita della persona e non renderla schiava. Le istituzioni devono tornare al servizio della persona.

Questo è il nostro cantiere, al lavoro.

- Autonomia per tutti, non per pochi -di Canio Trione -Bari, 24 agosto 2023

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Foto di Canio Trione tratta da:

https://www.scriptamoment.it/2020/04/27/intervista-a-canio-trione-economista-leconomia-che-verra/

 

Autonomisti in rinnovamento, unico argine al centralismo

  • Autore: Erik Lavévaz, Union Valdôtaine (già presidente della Valle d'Aosta) - Aosta-Trento, 12 aprile 2023

Il Nuovo Trentino ha pubblicato stamane un altro importante contributo dalla nostra rete per la Repubblica delle Autonomie, l'intervento di Erik Lavévaz, esponente della Union Valdôtaine e già presidente della Valle d'Aosta. D'accordo con il direttore Paolo Mantovan pubblichiamo qui, in serata, l'intervento integrale (titolo originale: Autonomie storiche al lavoro per il futuro).

L'autonomia speciale Valdostana ha, come quella Trentina, una lunga e articolata storia che si è sviluppata nel corso dei decenni e che ha portato ai nostri territori delle grandi opportunità, non sempre colte appieno. L'Autonomia è uno strumento da sfruttare a pieno per il vero obbiettivo, che è il benessere dei nostri territori.

Viviamo anche nell'estremo Nordovest della Repubblica un momento particolare della politica. Per molto tempo le dinamiche della politica nazionale hanno solo lambito, spesso in maniera quasi impercettibile, la politica della nostra piccola regione, quasi come se le nostre alte vette fossero un limite invalicabile per le sirene della politica romana. Oggi, ahimè, questa dinamica si è drasticamente modificata e anche le nostre montagne sono diventate più permeabili alle ondate di politiche populiste e nazionaliste.

Da un lato sicuramente questo è dovuto alla crescente circolazione, facilitata dalle reti sociali, di messaggi sempre più demagogici, più che alla bontà e alla credibilità delle proposte politiche provenienti da lontano, ma dall'altro, come scriveva in queste pagine poche settimane fa l'amico friulano Roberto Visentin, spesso il risultato politico negativo di una compagine autonomista è da attribuirsi più a demeriti propri che a meriti altrui.

La storia dei movimenti autonomisti valdostani nasce sulle orme della Carta di Chivasso, con una storia che quindi si avvicina agli ottanta anni. Decenni in cui la politica è cambiata molto e nei quali naturalmente anche le vicende umane e personali, che naturalmente sono tanto più incisive quanto più piccole sono le dimensioni della realtà di riferimento, hanno influito in maniera pesante. Il mio movimento, il partito storico autonomista Union Valdôtaine, ha subito scissioni e diaspore, in una progressiva polverizzazione di movimenti autonomisti che ha naturalmente facilitato l'attecchimento di partiti, movimenti e leader della scena politica statale.

Il grande sforzo per invertire questa dinamica divisiva e autolesiva che abbiamo portato avanti in questi ultimi anni si concretizzerà nel corso del 2023 in un evento organizzato in una data simbolica per il mondo autonomista, non solo valdostano: il 18 maggio, data della morte per mano dei nazi-fascisti del martire e padre dell'autonomia valdostana Émile Chanoux. In quella occasione formalizzeremo un percorso di ricomposizione del mondo autonomista, unico vero antidoto alla deriva nazionalista e passaggio necessario per il futuro dell'autonomismo della nostra piccola regione.

Come si dice spesso, l'autonomia richiede sforzi e sacrifici per essere difesa e mantenuta e questo è forse vero oggi più che mai nella storia repubblicana.

Nel nostro piccolo abbiamo portato avanti questi sforzi negli ultimi anni proprio per giungere oggi a poter raccogliere qualche frutto e poter immaginare un futuro per il nostro particolarismo.

Nelle ultime elezioni regionali del 2020 la Lega ha ottenuto la maggioranza relativa con 11 seggi sui 35 disponibili, con un ampio distacco sul secondo partito, l'Union Valdotaine, con 7 seggi. Nonostante questo siamo riusciti a formare una maggioranza con soli movimenti autonomisti e progressisti.

Alle scorse elezioni politiche, storicamente il momento in cui la permeabilità alla politica nazionale è più evidente, nei nostri collegi siamo riusciti ad eleggere con ampio margine il nostro deputato autonomista. La Lega ha invece eletto il senatore per poco più di duecento voti, a causa di una candidatura autonomista parallela, che ha di fatto vanificato gli sforzi degli altri movimenti autonomisti.

Ancora in queste ultime settimane abbiamo avuto una crisi politica all'interno del consiglio regionale. Il dibattitto è stato molto acceso e si è protratto per diversi mesi. Il motivo? Una tensione “filo-governativa-romana” all'interno dei movimenti autonomisti, una visione che nella logica di qualcuno avrebbe visto come una panacea per la stabilità politica regionale un accordo con la Lega Salvini, anche in una logica di facilità di rapporti con il governo romano. Un’idea semplice e pragmatica, apparentemente, ma in realtà una pietra tombale sul percorso, assolutamente vitale, di ricomposizione dei movimenti autonomisti.

Non sempre la soluzione più semplice è la soluzione migliore: l'autonomia e in prospettiva l'autogoverno richiedono impegno e sforzi più importanti, ma che sono ampiamente ripagati dalla prospettiva di essere liberi e responsabili del proprio futuro.

Erik Lavévaz

consigliere regionale Union Valdôtaine e già presidente della Valle d’Aosta

Aosta-Trento, 12 aprile 2023

2023 04 12 Erik Lavevaz fonte RTS

 

 

 

 

 

 

(fonte dell'immagine: https://www.rts.ch/audio-podcast/2020/audio/l-invite-de-la-matinale-erik-lavevaz-president-de-la-vallee-d-aoste-25169059.html)

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Dai Vespri siciliani all'alba dell'autogoverno

  • Autore: A cura di Marco Lo Dico, Movimento Siciliani Liberi - 30 marzo 2023

Il 30 marzo 1282 per la Sicilia è una ricorrenza simbolica di grande significato. Quel giorno lontano i Siciliani cacciarono gli Angioini, un potere estraneo al proprio territorio, ma non sarebbe stata l'ultima rivolta. Il ricordo di quel moto di ribellione è rimasto come simbolo di una speranza di emancipazione per il popolo della Sicilia, un simbolo che ha ispirato artisti, intellettuali, filosofi e politici, ogni volta che è stato necessario lottare per la propria autodeterminazione.

Non è quindi folklore, non è solo un lontano passato, non è una rivendicazione astorica, non è una nostalgia indipendentista fatta solo di parole che non costano nulla.

Oggi, in questo XXI secolo, la Sicilia è ancora subalterna e in uno stato coloniale di dipendenza, nonostante costituzionalmente dovrebbe godere di un'Autonomia Speciale riconosciuta e non concessa, essendo precedente alla Costituzione stessa e alla nascita della stessa Repubblica Italiana cui dovrebbe essere considerata confederata.

La Sicilia, come ogni altro territorio e ogni altro popolo della Terra, oggi si trova nel mezzo di un cambiamento epocale, che riguarda l'intera umanità.

Le contrapposizioni classiche (destra/sinistra, est/ovest, cultura occidentale/cultura orientale, nord/sud) sono superate. Nella globalizzazione il potere e le ricchezze si vanno concentrando sempre più in mano a pochi e il fatto che alcuni di questi pochi si proclamino “buoni”, non li rende affatto più rassicuranti dei “cattivi”.

I poteri centralisti e autoritari, ingigantiti dal loro predominio sul mercato mondiale e rafforzati dalle loro tecnologie di sorveglianza universale, indipendentemente da quali siano le ideologie che li ispirano, sono semplicemente disumani (demoniaci, direbbe Romano Guardini).

Il senso di insicurezza e di impotenza delle persone comuni, delle famiglie, delle piccole imprese e delle comunità locali è pervasivo e paralizza ogni forma di reazione. Ed è dalla rete di relazioni e da una presa di coscienza comunitaria che si deve trovare la forza di reagire e creare il modo di ridisegnare e riprogettare il nuovo mondo non secondo un “nuovo ordine”, ma a partire dalle comunità, che sono invece antiche, ma parte viva della storia siciliana e, in definitiva, della storia di ogni popolo.

Le narcomafie, i ministeri italiani, la tecnocrazia europea, le multinazionali, le agende globali, indipendentemente dalla loro “moralità/amoralità” sono grandi macchine livellatrici, che vogliono appiattire e cancellare identità, diversità, eredità, spiritualità, in una parola: l'insopprimibile diversità, che rende umano l'uomo e provvidenziale la natura.

Il Vespro siciliano, oggi, è parte di una rivolta globale, decentralista e territorialista, perché solo con la moltiplicazione di una miriade di democrazie locali sempre più forti, competenti, sovrane, si potranno fermare le grandi macchine livellatrici, portatrici di omologazione, distruzione ambientale, disumanizzazione (o peggio, transumanizzazione).

Oggi, più di sempre, l'autogoverno del proprio territorio è l'unico modo per comunità responsabilmente coese di fare la differenza, rispetto al destino miserevole che viene riservato dalla globalizzazione a tutte le sue periferie.

In un tempo di crisi e di impoverimento, in cui i media globali ci stordiscono con il loro pensiero unico, in cui le grandi potenze ci tengono perennemente in guerra, in cui le tecnocrazie ci raccontano che stiamo passando da una emergenza all'altra (per cui c'è sempre bisogno di loro...), che un nuovo Vespro si animi, qui in Sicilia e ovunque.

    1. Contro i pregiudizi e per restituire significato alle parole

Il Forum 2043 sta mobilitando attivisti e intellettuali di una vasta area civica e ambientalista, impegnata per l’autogoverno dei propri territori, smontando le narrazioni che cercano di allontanare i cittadini dalla necessità di auto-organizzarsi politicamente, dal basso, rovesciando le piramidi di partiti e partitini centralisti, autoritari, settari.

Pur da posizioni ideali diverse, le diverse sensibilità nell’autogoverno del territorio devono contribuire all’insieme di tasselli e varietà che compongono il mosaico della storia dell’uomo e della sua “umanità”.

La narrazione sulla “mala gestio” locale, per esempio, viene alimentata dalle effettive perversioni del clientelismo. Eppure cosa è il clientelismo, se non la rinuncia programmatica e pragmatica alla responsabilità dell’autogoverno? Il clientelismo distrugge interi territori, come la nostra Sicilia, proprio quando questi territori, invece che raccogliere e gestire responsabilmente in autonomia le loro risorse, ne ricevono da altri poteri.

La globalizzazione non garantisce affatto “maggiori opportunità”, ma la certezza che per ogni vincitore ci saranno milioni di sconfitti. Il successo di ogni singolo e gigantesco attore della globalizzazione, del grande “produttore mondiale”, comporta la rovina per tutti gli altri. Il fiorire di alcune capitali economiche planetarie comporta la desertificazione di tutti gli altri territori. Una globalizzazione che spogli, però, i territori, le comunità, le persone della loro capacità di provvedere a se stesse, non potrà che trasformarsi in un regime, o essere percepita come tale.

La realtà ci sta dimostrando, attraverso gli squilibri crescenti all’interno del mercato comune europeo e del mercato globale, che non c’è economia locale e amministrazione locale dei beni comuni e di tutti i servizi pubblici, senza istituzioni di autogoverno.

Mai come oggi, quindi, le persone, territorio per territorio, devono sentire l’urgenza di assumersi la responsabilità di autogestirsi.

La Sicilia è, come è, un antico e ancora vivo paese d’Europa. Presto, anche grazie ai Siciliani, coloro che hanno immaginato di imporre un unico regime economico, fiscale, giuridico alla Baviera, al Salento, alla Sicilia stessa, saranno messi di fronte alla loro follia.

Allontanando sempre più poteri e risorse dai territori, non si crea alcuna efficienza, ma solo il moltiplicarsi di norme astratte, di imposizioni incomprensibili, di un senso di esclusione delle persone dalla responsabilità del proprio futuro.

Stiamo reagendo a questa globalizzazione (e a quella forma di globalizzazione in sedicesimo ma più intensiva che è la “europeizzazione”), attraverso la riscoperta delle diversità e delle identità.

Alcune parole, nella nostra storia e nel nostro impegno politico, sono importanti e devono essere restituite al loro significato migliore:

- anticolonialismo: la Sicilia è entrata nella modernità come una colonia interna, prima del Regno di Napoli, poi dei Savoia, poi del sistema euro-atlantico, un domani chissà; i valori e i fatti della resistenza al colonialismo interno all’Italia e poi all’Unione Europea devono essere studiati, compresi e infine trasformati in una resistenza e in una rinascita (su questo lavora da anni il prof. Massimo Costa);

- indipendentismo: una parola con una storia nobile, una speranza che, con il crollo delle menzogne e dell’oppressione fasciste, nella Sicilia fu abbracciata da un vasto movimento popolare; l’indipendentismo fu rappresentato nella Costituente della nuova Repubblica da figure come quella di Andrea Finocchiaro Aprile; l’indipendentismo, insieme e non contro i rappresentanti degli altri territori del crollato Regno sabaudo, raccogliendo le sfide poste dalla Carta di Chivasso, arrivò a stringere un patto confederale fra la nuova Repubblica Italiana e la nuova Regione Siciliana; il fatto che questo patto, e lo Statuto speciale che lo custodiva, siano stati traditi, o che nel tempo i movimenti indipendentisti siano stati ridotti a fenomeno marginale e parolaio, non ne diminuisce in alcun modo il valore sia storico che di aspirazione per le generazioni future; tutti i territori, nella globalizzazione, devono aspirare a essere sempre meno dipendenti, pur nella umana e planetaria interdipendenza;

- nazionalismo: altra parola che sappiamo essere, almeno dai tempi di Tom Nairn ma per molti aspetti sin dall’Ottocento, sempre scivolosa e ambigua; negativa quando viene sposata dai capi di uno stato grosso che distrugge i popoli che vivono al suo interno, o addirittura quelli vicini; positiva e spesso nobile, quando si lega al sentimento identitario dalle piccole nazioni e nazionalità che non vogliono essere cancellate; nelle piccole nazioni o nei territori ancora privi di una statualità o di istituzioni di autogoverno, peraltro, il nazionalismo non deve mai diventare esclusivo e divisivo, ma deve essere la storia politica di un identitarismo maturo, di un impegno contemporaneo per il decentralismo e per l’autogoverno di tutti e dappertutto, per conservare radici, interessi e valori, attaccamento alla propria terra, senza mai cedere alle lusinghe di chi ci vuole senza patria (senza “matria”), senza identità, senza legami, senza responsabilità, transumani o, in fondo, subumani, invece che umani.

 

    1. Per un processo di sempre minore dipendenza

Il Movimento Siciliani Liberi, soprattutto attraverso la formazione di una nuova generazione di giovani leader locali competenti e diligenti, si offre come luogo di ricomposizione di tante divisioni e come punto di incontro fra diversità, per attivare un processo virtuoso di sempre minore dipendenza della Sicilia.

I temi e i progetti concreti che difendiamo sulla scena dell’attualità politica siciliana e italiana sono noti e più urgenti che mai, a partire dal ritorno allo Statuto, alla sua piena attuazione, con alcuni corollari che sono la Zona Economica Speciale Integrale (compatibile anche con l’attuale rigido assetto dei Trattati europei) e il traguardo storico della territorializzazione delle imposte.

Tuttavia questo non è sufficiente.

Sappiamo di essere in una emergenza ambientale e che quasi tutto nella nostra economia dovrà tornare a essere sostenibile e compatibile con la salvaguardia del creato.

Non vogliamo che la cosiddetta “transizione” avvenga secondo canoni imposti da poteri anonimi e lontani, centralisti e autoritari, che si travestono di verde, propugnando un ambientalismo posticcio e mediaticamente spendibile. Un vero ecologismo non può costruirsi creando altra povertà, altre migrazioni, altre infelicità. Le istituzioni della Sicilia, il Parlamento della Sicilia, devono contare qualcosa, perché è in esse che le persone che vivono in Sicilia possono sentire di poter fare la differenza.

L’azione comunitaria dal basso dei cittadini siciliani, attraverso istituzioni di autogoverno in ciascuno dei nostri territori e nella nostra intera Isola, può davvero realizzare percorsi di indipendenza energetica, di autosufficienza alimentare, di conservazione dell’acqua buona come bene comune, di protezione del nostro patrimonio naturale e culturale per le generazioni future. Questo è indipendentismo, oggi, nel XXI secolo.

Sicuramente noi siamo una parte, anzi siamo una minoranza nella nostra stessa terra.

Tuttavia, in un mondo globalizzato, nell’Unione Europea, nella attuale Repubblica Italiana, le minoranze possono costruire solidarietà interterritoriali e intersezionali, per aiutarsi vicendevolmente a ridare voce e in prospettiva potere alle comunità, a tanti “noi”, non al’ “io” dei tardoliberisti. Nuovi traguardi di autogoverno, insieme, sono possibili per il bene comune con il protagonismo di molti e non di pochi, nell’interesse di tutti i viventi e delle prossime generazioni.

Crediamo nella solidarietà fra diversi, per costruire lotte di popoli, attaccati ai loro paesi, contro le élite avide e cieche della globalizzazione.

Crediamo nella sovranità come capacità di resistere insieme, governati e governanti loro prossimi, alle attuali dinamiche distruttive che dominano il mondo, con esiti genocidi (scomparsa di lingue e culture, come la nostra siciliana) ed ecocidi (lo sterminio di innumerevoli specie viventi e l’immissione su scala megaindustriale di veleni nell’ambiente).

Tutti gli esseri umani vogliono essere LIBERI, ma per essere liberi bisogna essere onesti gli uni con gli altri e leali! Capaci di vivere e autogovernarsi, INSIEME, territorio per territorio. Così si è liberi e responsabili, e solo così, andrebbe aggiunto senza sposare toni apocalittici, si resta vivi e si tramanda ciò che siamo alle generazioni future.

Sappiamo che la situazione è grave, a causa degli eccessi di centralismo autoritario, e avvertiamo un senso di emergenza, ma non da soli, in quanto Siciliani, ma insieme ai Sardi, ai Toscani, ai Friulani, a mille altre nazioni e comunità del pianeta.

Per questo siamo in Autonomie e Ambiente e lavoriamo per una nuova stagione di azione politica con EFA (la nostra famiglia politica europea: l’Alleanza Libera Europea), con cui parteciperemo alle prossime elezioni europee del 2024 e anche ad altre competizioni elettorali interterritoriali.

Con umiltà, ma con coraggio, vogliamo contribuire a un rinnovato decentralismo internazionale, contro tutti gli irredentismi, i colonialismi, gli imperialismi, per la pace.

Palermo, giovedì 30 marzo 2023

a cura di Marco Lo Dico - Movimento Siciliani Liberi

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Essere ancora autonomisti in montagna: possibile e necessario

  • Autore: A cura della segreteria della Assemblada Occitana Valadas (si ringrazia in particolare Mattia Pepino) - Valadas, 25 marzo 2023

Siamo un' organizzazione politica occitanista, aperta, inclusiva e trasversale, forse l'unica con tali connotati presente nelle nostre Valadas che fanno parte della Repubblica Italiana.

Le nostre valli entrano nella storia scritta con l’espansione romana. Il Regno dei Cozii, in Valle Pèllice (Val Pelis), riuscì a mantenere un sostanziale autogoverno rispetto all'Impero Romano almeno fino all'epoca augustea, grazie alla grande duttilità e alla prudenza che sono da sempre caratteristiche della gente di montagna.

Un evento importantissimo avvenne durante il Medioevo, quando, nel 1343, nacque la Repubblica degli Escartons. Nota anche come Carta Magna, la Repubblica si estendeva sui 2 versanti delle montagne (oggi italiano e francese), tra la Valle Varaita e la Alta Val di Susa in Italia, fino a Briancon in Francia.

L’autonomia veniva esercitata attraverso sconti sulla tassazione, che consentirono un florido commercio, un notevole miglioramento socio-economico ed arricchimento culturale, al punto che gli storici parlano di "Paradiso Alpino", o anche di “paradosso alpino”, proprio in riferimento alla Repubblica degli Escartons. Mentre il resto d’Europa soffriva la Peste Nera e le altre crisi del Trecento, si registrò un aumento di istruzione e un'apertura sociale superiore tra le persone di montagna rispetto a quelle di pianura, evento molto raro.

La Repubblica degli Escartons cessò di esistere nel 1713, con il Trattato di Utrecht.

Nei secoli successivi le valli occitane continuarono tuttavia ad essere terre di agricoltori molto intraprendenti, ma anche artigiani, commercianti e maestri. Le valadas, peraltro, diedero rifugio, durante gli anni dell'Inquisizione, al movimento religioso dei Valdesi che furono drammaticamente perseguitati dai potenti della Chiesa Cattolica.

Anche l’avvento della modernità e delle terrificanti guerre e dittature del Novecento non ha spento l’anima occitana. Le nostre valli sono state fra i primi teatri della resistenza al nazifascismo, subendo numerosissime rappresaglie, tra cui spicca l’eccidio di Boves di fine 1943-inizio 1944.

Persone di cultura occitana come Osvaldo Coisson parteciparono alla redazione della Carta di Chivasso del 19 dicembre 1943.

Tuttavia, in particolare nel secondo dopoguerra, le valli occitane subirono, come gran parte dei territori emarginati da nuovi poteri politici e industriali, un drammatico spopolamento. Elva, per esempio, passò dai 1.319 abitanti del 1901 ai 92 del 2016, Vernante dai 4.519 del 1901 ai 1.219 del 2011; Salbertrand dai 1.172 del 1901 ai circa 550 di oggi. L’urbanizzazione e l’industrializzazione delle città di pianura hanno offerto maggiori opportunità, un’alternativa – forse di corto respiro – alla più spartana vita montanara. Purtroppo, con lo spopolamento, i servizi ai cittadini si sono ridotti veramente in montagna. Il turismo, in gran parte fondato sulle seconde case, non basta a compensare ciò che si è perso.

Negli anni '70, in analogia con quanto avvenuto in altri territori europei, in sintonia con il movimento anticoloniale internazionale, una forte riscoperta della cultura e della lingua occitana è stata portata avanti in particolar modo a livello musicale e culturale ma anche a livello politico. Va ricordata la figura di François Fontan (in occitano Francés Fontan), un grande occitanista di Nizza, trasferitosi a Frassino in Val Varacha, Fontan fu il fondatore del PNO (Parti Nationaliste Occitan) in Francia e del MAO (Movimento Autonomista Occitano) in Italia.

Il MAO è stato attivo indicativamente fino al 1985 ed ha ottenuto importanti risultati per la tutela dell’Occitania, come il riconoscimento della madrelingua occitana con la Legge 482/99.

Negli anni di attività del MAO molti comuni hanno messo la bandiera occitana assieme a quella europea ed italiana dai balconi dei municipi, mentre altri hanno inserito il doppio cartello del nome del comune in italiano – occitano.

Nel XXI secolo, finito il ventennio in cui le autonomie sono state messe in pericolo dal grande equivoco leghista e nordista, è tempo che riparta l’azione politica occitanista. Il poco che è stato ottenuto, in termini di riconoscimento dell’identità occitana, non è infatti al sicuro, senza il ritorno alla politica.

Il compito principale del movimento autonomista occitano è in fondo semplice: l’autogoverno delle nostre valadas, attraverso istituzioni di autogoverno, che facendo rete fra di loro, dovrebbero avere una dignità cantonale almeno pari a quella di una provincia autonoma delle valli occitane.

Le montagne – non solo quelle occitane, perché il tema dell’autogoverno riguarda ogni territorio – devono poter gestire in autonomia le proprie risorse. Nessun altro, da fuori, ha il diritto di dirci come dobbiamo vivere! Perché la montagna è prima di tutto patrimonio e responsabilità di chi la vive!

Per questo, verso la fine degli anni Dieci, l’occitanismo ha iniziato a ristrutturarsi politicamente. Come Assemblada Occitana Valadas, in connessione con il movimento occitano interterritoriale, portiamo avanti questa prospettiva di autogoverno, insieme con le battaglie locali di ogni giorno, cercando di ottenere il massimo per il territorio! Un esempio è il nostro forte attivismo a favore della ferrovia Cuneo-Nizza, arrivando ad essere protagonisti della vittoria di questo antico bene comune al concorso "Luoghi del cuore" del FAI.

Siamo storicamente in fecondi rapporti con la Union Valdôtaine e, più recentemente, con i Liberi Elettori Piemontesi animati da Milian Racca.

Abbiamo avviato, grazie al lavoro comune nel Forum 2043, un progetto politico con Autonomie e Ambiente e con EFA, per riportare nel Parlamento europeo, le nostre istanze di autogoverno, insieme con tutti gli altri territori che resistono al centralismo italiano e francese.

Valadas, 25 marzo 2023

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Fare - Per fermare il declino, una meteora liberale ma anche federalista

  • Autore: Gruppo di studio interterritoriale Forum 2043 - Imola, 22 novembre 2024

Sono ormai dieci anni che è stata spazzata via dalla politica italiana, nel 2014, la meteora di “Fare - per Fermare il Declino” (Fare-FID), l’iniziativa politica che era partita due anni prima e che aveva trovato un entusiasmante portavoce nel giornalista economico Oscar Giannino, grande fustigatore del conformismo centralista, burocratico, antisociale e antiliberale.

A noi del Forum 2043 Fare-FID sembra aver avuto un nocciolo duro liberale, federalista, riformista, ma con il tentativo di dare anche delle risposte a problemi sociali che ormai toccavano, già allora, porzioni crescenti della popolazione. Non la vediamo assolutamente confondibile con mille altre iniziative della diaspora liberale, liberal-democratica, liberal-riformatrice, liberal-liberista (qualche volta anche libertaria, ma non sempre).

In quell’area si fonda almeno un nuovo partito al mese, si tengono in vita decine di club e associazioni culturali, si finanziano think-tank, ci si iscrive a canali YouTube promossi da giovani brillanti guru, il cui punto di riferimento sono le capitali dove vivono i vincenti della globalizzazione e dell’omologazione.

Migliaia di persone di grande valore, professori che insegnano in America, professionisti capaci, imprenditori di successo, inseguono la mitologica “rivoluzione liberale”, spesso da molto prima che Berlusconi se ne appropriasse, riducendola peraltro a uno slogan vuoto.

Fare-FID si distinse da questi fuochi fatui, incarnando autentiche aspirazioni liberali ma coniugandole con la necessità di rispondere a urgenti necessità sociali, in anni in cui era già successo di tutto, in termini di concentrazione autoritaria di poteri finanziari, economici, geopolitici e politici, su scala globale, ma anche a livello europeo e italiano. Questo la rese popolare e quindi pericolosa per lo status quo e per le elite centraliste al potere.

L’appello di Fare-FID fu lanciato il 28 luglio 2012, con le firme di Oscar Giannino, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Andrea Moro, Carlo Stagnaro, Santo Versace, Luigi Zingales, oltre a quelle di centinaia di accademici, manager, professionisti, imprenditori, esponenti della società civile e di associazioni culturali ed economiche. Lo pubblicarono a pagamento su ben sei quotidiani: il Fatto Quotidiano, il Foglio, il Sole 24 Ore, il Messaggero, il Mattino ed il Gazzettino. Si trattò di un manifesto programmatico liberale e federalista fortemente critico nei confronti dell'intera classe politica.

L'8 dicembre 2012 i promotori decisero di fondare il partito Fare-FID. Alla guida fu posto Oscar Giannino. Sulla scia del successo popolare che Oscar Giannino stava riscuotendo come oratore nelle assemblee che si tenevano in tutta la Repubblica, il partito cominciò a organizzarsi per presentarsi alle elezioni.

I sondaggi ipotizzarono per Fare-FID un successo elettorale fra artigiani e lavoratori autonomi, piccoli e medi imprenditori, pensionati relativamente benestanti ma preoccupati per la fuga all’estero dei loro figli e nipoti. Si ventilò la possibilità che la nuova lista potesse superare il muro del 5%.

Perché Oscar Giannino riuscì a parlare a così tanta gente, in molti territori italiani?

Secondo noi, molti cittadini, che lo avevano seguito alla radio o incontrato in tanti affollati incontri pubblici, avevano sentito la sua sincerità e la sua serietà. Scrisse un post di Diverso Toscana: “Svizzera, Svezia, sono i suoi modelli di federalismo, welfare e competitività. Parla di numeri e di obiettivi concreti, una mosca bianca in un mondo di chiacchieroni a vanvera. Rischia personalmente, in un mondo di potenti e privilegiati che cascano sempre in piedi. E' l'unico maverick veramente minaccioso per la dittatura dello status quo. In cima al suo programma ci sono i giovani, le donne, le piccole imprese, le famiglie che pagano il mutuo della prima casa, gli innovatori, i creativi.”.

Dopo la grave crisi economica del 2008, a cui era seguito il terrificante fallimento politico e morale del Popolo della libertà (PDL) di Berlusconi, si era all’inizio di una grande ondata antipolitica. I delusi potevano ancora credere in Oscar Giannino, nonostante non insultasse e non sparasse fanfaronate, come poi avrebbero fatto i populisti anti-liberali e anti-democratici. Parlava con semplicità e con concretezza di cosa era possibile fare a breve. Non si lanciava mai nel prefigurare cosa si sarebbe potuto fare nel lungo termine, riforme che si sarebbero potute affrontare solo nei parlamenti successivi, magari eletti con leggi elettorali più democratiche.

Purtroppo attorno a Oscar Giannino e a Fare-FID il clima ben presto peggiorò. Scrisse il blog “Cazza la randa” nel novembre del 2012: “Giannino ha dovuto fare i conti con l’indisponibilità della propria base di venire a patti con chiunque sia legato alla attuale fase politica (email che sembrano redatte da Grillo spiegano che chi ha fatto già politica può solo mettersi a disposizione, ma è incandidabile) o intenda perseguire disegni politici giudicati troppo poco identitari e di rottura.(…)Della serie: gli altri hanno la peste e noi dobbiamo rimanere a distanza di sicurezza. Quella distanza di sicurezza che però rischia di mettereFare nell’angolino” di un certo settarismo, come aveva ben compreso lo stesso Giannino.

Eppure c’erano ancora milioni di persone impoverite, disgustate, arrabbiate, ma non disperate. Persone che avevano sopportato le scelte di austerità del governo Monti (2011-2013); che non andavano in piazza ad applaudire Grillo o Renzi; che erano ancora interessate a operazioni politico-culturali come Italia Futura, oltre che a esperimenti di civismo, riformismo, autonomismo.

Fare-FID avrebbe potuto raggiungerle? Non lo sapremo mai, perché scoppiò una tempesta mediatica che la annientò.

A metà febbraio 2023, dall’interno del movimento, attraverso vari utili “puri che epurano”, partì una macchina del fango contro Oscar Giannino, che fu accusato di aver millantato, in alcuni momenti della sua lunga e faticosa gavetta come giornalista economico, titoli accademici che in realtà non possedeva.

Le elezioni politiche erano imminenti, previste per i giorni 24-25 febbraio 2013.

Le liste di Fare, già deboli come tutte quelle nate in fretta e furia sull’onda dell’entusiasmo, si fermarono a poco meno di 400.000 voti (380.756 voti, 1,12% alla Camera; 278.396 voti, 0,90% dei voti al Senato, insufficienti per superare le soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale).

In un sistema politico già allora centralizzato e verticalizzato, con i media concentrati su pochi “capi politici”, mostrificando Oscar Giannino, fu fermata sul nascere anche l’esperienza politica che aveva così coraggiosamente guidato.

Tuttavia Fare-FID lasciò comunque un contributo alla causa federalista, promuovendo riflessioni, progetti, dibattiti pubblici con i migliori esperti di allora.

Comunicò ai cittadini la speranza che con una seria riforma federale tutti i territori avrebbero fatto dei passi avanti, uscendo dalle solite stantie contrapposizioni "Nord vs Sud". Fu lungimirante nel criticare la riforma del Titolo V, che aveva promesso la devoluzione di un enorme numero di materie, ma già s’incagliava su problemi di attuazione che le elite centraliste non volevano affrontare e quelle “leghiste” non riuscivano neanche a capire.

I 10 punti, in particolare il punto 10

Rileggiamo i famosi 10 punti programmatici per la crescita, attorno ai quali era nata Fare-FID, che abbiamo ritrovato in rete:

  • 1. Ridurre l'ammontare del debito pubblico
  • 2. Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni
  • 3. Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni
  • 4. Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali
  • 5. Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti
  • 6. Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse
  • 7. Far funzionare la giustizia
  • 8. Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne
  • 9. Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni
  • 10. Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo

Rileggiamo in particolare come era articolato il punto 10, che era decisivo per il raggiungimento di tutti gli altri obiettivi:

  • Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute.
  • Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l'obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet.
  • La stessa "questione meridionale" va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell'ultimo mezzo secolo.

Serviva (servirebbe ancora) un civismo riformista, repubblicano, europeista, non un altro partito centralista

La rilettura di articoli e riflessioni dei due entusiasmanti anni di Fare-FID ha confermato ai nostri occhi l’attualità di una cruda constatazione: la Repubblica Italiana e l’intera Unione Europea avrebbero bisogno di essere più spesso scosse da candidature civiche provenienti dal basso, dai territori, dalla società civile, mentre proprio non si sente il bisogno della fondazione di nuovi partiti, tanto meno di nuovi partiti centralisti.

Oscar Giannino e molti di Fare-FID, ma anche esponenti delle articolazioni territoriali di Italia Futura, di Zero+ (Zero Positivo), Civicum, Costituente liberale, Fondazione Oltremare, Indipendenti per Monti, lo avevano in parte intuito.

Sul finire del 2012 queste realtà andarono molto vicine alla formazione di una lista civica per l’intera repubblica, su basi di confederalismo politico e ospitale per gli ideali federalisti, con pratiche democratiche di selezione dal basso dei candidati e dei leader. Giannino l’avrebbe forse chiamato “fronte per la crescita”, visto che i temi economici e sociali erano in cima alla sua agenda.

Mancò il tempo, mancarono i finanziamenti, mancò l’adesione di molti territori che avrebbero dovuto esprimere i propri leader locali, capaci di esporsi in una lotta davvero impari, in uno stato come il nostro in cui i media non assicurano mai “par condicio” e in cui le leggi elettorali sono congegnate per escludere candidati civici, locali, indipendenti.

Prima di venire linciato per non essere un “laureato”, Oscar Giannino aveva espresso con chiarezza il suo rifiuto dell’idea che partiti, movimenti e gruppi politici debbano avere una linea definita su ogni voce dell’enciclopedia dei problemi delle comunità e del mondo. Si devono piuttosto fare avanti gruppi di persone, organizzate democraticamente territorio per territorio, che si uniscano in vista degli appuntamenti elettorali per lanciare una proposta politica e programmatica.

Mentre la prospettiva di una rete di civismo liberale, federalista, riformista, che si faccia “lista civica” per l’intera Repubblica è più attuale che mai, non servivano allora, non servono oggi, non serviranno in futuro altri partiti o partitini centralizzati e centralisti. Su questo dovrebbero riflettere tanti reduci dell'ex Terzo Polo, i "Drin Drin", i gruppi liberaldemocratici che si stanno raccogliendo attorno a Luigi Marattin. Se i liberali riformisti e federalisti, dopo tanti anni, non sono riusciti a fare un "partito", mentre qualche volta sono riusciti a fare una "lista" utile a portare nelle istituzioni personalità competenti e indipendenti, un motivo ci sarà.

 

2013 01 29 bruno bozzetto x fermare il declino estratto

(Bruno Bozzetto per Oscar Giannino, 2013)

 

FARE PER FERMARE IL DECLINO: UNA METEORA LIBERALE MA ANCHE FEDERALISTA

Imola, 22 novembre 2024, Santa Cecilia

a cura del Gruppo di studio interterritoriale del Forum 2043

 

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Fare_per_Fermare_il_Declino

https://it.wikipedia.org/wiki/Italia_Futura

https://www.bollettinoadapt.it/old/files/document/20387FareFermareDecli.pdf

http://diversotoscana.blogspot.com/2012/09/manca-il-territorio.html

http://diversotoscana.blogspot.com/2012/10/giannino-per-le-primarie-e-luninominale.html

http://diversotoscana.blogspot.com/2013/01/giannino-unchained.html

https://www.linkiesta.it/blog/2012/11/il-declino-di-fermare-il-declino/

 

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Francesco, il papa delle periferie del mondo

  • Autore: Papa Francesco - Città del Vaticano, 23 settembre 2020

Precisiamo subito, a scanso di fraintendimenti, che non intendiamo attribuire alcuna etichetta politica a papa Francesco, il vescovo di Roma di cui oggi, sabato 26 aprile 2025, si celebrano i funerali.

L’America Latina, in cui si è formato come uomo e come sacerdote il papa gesuita - al secolo Jorge Mario Bergoglio (Buenos Aires, 17 dicembre 1936 - Città del Vaticano, 21 aprile 2025) - è percorsa da antichi, accesi e tuttora irrisolti dibattiti tra federalisti e centralisti in cui a noi non risulta che il futuro papa si sia mai troppo esposto.

Tuttavia Bergoglio è sempre stato uomo delle periferie, della sua “Baires” prima e poi del mondo intero. Nonostante sia cresciuto in un ambiente filo-peronista, non ha mai ceduto alle sirene dei centralismi autoritari, che hanno poi condotto l’Argentina (e molti altri paesi) sotto il giogo rovinoso di dittature populiste, nazionaliste, reazionarie, o addirittura militari.

In molti dei suoi interventi ha criticato l’elitarismo e le tecnocrazie centraliste, esprimendosi sempre a favore del protagonismo popolare, delle comunità, delle realtà locali.

I documenti più importanti del suo pontificato – le lettere encicliche Fratelli tutti (2020) e Laudato si' (2015) – sarebbero incomprensibili senza tener presente il continuo richiamo alla partecipazione delle comunità locali nell'affrontare le sfide globali. Per papa Francesco non c'è azione sociale e politica veramente cristiana – e quindi autenticamente umana – se non da parte di coloro che amano e curano la propria terra, pensando al bene comune dell’intera Terra.

Come ci scrive Eric Canepa, intellettuale americano-europeo, impegnato nella sinistra europea, amico delle autonomie e di questo Forum, "So much of Francis’s teachings had to do with de-reifying, de-mystifying the real relations among people and the world with its apparently eternal economic laws, which breed a deadening fatalism and a soulless positivism. No, a positivist, empiricist, and pragmatic approach to the world is not “realistic” for the same reasons that Marx gave in criticizing the mechanical materialism of Feuerbach. Because what is wonderful and unique about human beings is their potential, that they live by thinking forward beyond their immediate material existence, by imagining a future, that they can change, and that they need to be connected to people, to many people – just to exist as human beings.". Gli esseri umani cambiano le cose restando umani, cioè non solo individui ma coese comunità che possono cambiare concretamente le cose nella loro vita quotidiana. Sono maturate nel mondo delle visioni globali, ma l'azione è e resterà per sempre locale.

Frugando tra le memorie del suo servizio come vescovo di Roma – servus servorum Dei – abbiamo trovato parole che confermano la sussidiarietà come valore fondamentale della dottrina sociale cristiana. Parole che risultano consonanti con quelle della dichiarazione di Chivasso, che è ispirata, oltre che dall’antico confederalismo svizzero ed europeo, anche dal pensiero cristiano-sociale più moderno.

Il mondo cristiano, in particolare la Chiesa cattolica romana, riscoprì l’antico principio della sussidiarietà come argine con cui difendere umanità e libertà in un mondo dominato da sempre più gigantesche e feroci concentrazioni di potere industriale, finanziario, politico e militare. Le decisioni sociali e politiche dovevano restare al livello più vicino possibile alle persone, alle comunità locali, ai corpi intermedi delle società. Lo stato doveva essere “sussidiario”, non “totalitario”, come poi i fascisti italiano lo avrebbero teorizzato e altri realizzato (e non stiamo parlando solo di “nazisti e sovietici”, come ben capiscono coloro che hanno studiato i caratteri intrinsecamente totalitari di tutta la modernità).

La sussidiarietà fu sancita con la forza di encicliche papali come la Quadragesimo Anno, promulgata da Pio XI nel 1931 e da allora, sia pure fra non poche contraddizioni e ricorrenti amnesie, il mondo cattolico non ha mai cessato di restare fedele a questo fondamentale principio.

Ne abbiamo trovato una solida conferma nel discorso di papa Francesco per l’udienza generale del 23 settembre 2020, di cui qui riproduciamo un ampio estratto, in affettuoso ricordo di questo buon pastore, tornato nel seno della Provvidenza dopo la conclusione della sua avventura terrena.

Roma, sabato 26 aprile 2025, giorno dei funerali di papa Francesco - a cura del gruppo di studio interterritoriale Forum 2043

Affinché tutti possiamo partecipare alla cura e alla rigenerazione dei nostri popoli

Dal discorso di papa Francesco all'udienza generale del 23 settembre 2020 - Vaticano, Cortile di San Damaso (fonte)

Affinché tutti possiamo partecipare alla cura e alla rigenerazione dei nostri popoli, è giusto che ognuno abbia le risorse adeguate per farlo (cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa [CDSC], 186). Dopo la grande depressione economica del 1929, Papa Pio XI spiegò quanto fosse importante per una vera ricostruzione il principio di sussidiarietà (cfr Enc. Quadragesimo anno, 79-80). Tale principio ha un doppio dinamismo: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Forse non capiamo cosa significa questo, ma è un principio sociale che ci fa più uniti.

Da un lato, e soprattutto in tempi di cambiamento, quando i singoli individui, le famiglie, le piccole associazioni o le comunità locali non sono in grado di raggiungere gli obiettivi primari, allora è giusto che intervengano i livelli più alti del corpo sociale, come lo Stato, per fornire le risorse necessarie ad andare avanti. Ad esempio, a causa del lockdown per il coronavirus, molte persone, famiglie e attività economiche si sono trovate e ancora si trovano in grave difficoltà, perciò le istituzioni pubbliche cercano di aiutare con appropriati interventi sociali, economici, sanitari: questa è la loro funzione, quello che devono fare.

Dall’altro lato, però, i vertici della società devono rispettare e promuovere i livelli intermedi o minori. Infatti, il contributo degli individui, delle famiglie, delle associazioni, delle imprese, di tutti i corpi intermedi e anche delle Chiese è decisivo. Questi, con le proprie risorse culturali, religiose, economiche o di partecipazione civica, rivitalizzano e rafforzano il corpo sociale (cfr CDSC, 185). Cioè, c’è una collaborazione dall’alto in basso, dallo Stato centrale al popolo e dal basso in alto: delle formazioni del popolo in alto. E questo è proprio l’esercizio del principio di sussidiarietà.

Ciascuno deve avere la possibilità di assumere la propria responsabilità nei processi di guarigione della società di cui fa parte. Quando si attiva qualche progetto che riguarda direttamente o indirettamente determinati gruppi sociali, questi non possono essere lasciati fuori dalla partecipazione. Per esempio: “Cosa fai tu? - Io vado a lavorare per i poveri – Bello, e cosa fai? – Io insegno ai poveri, io dico ai poveri quello che devono fare – No, questo non va, il primo passo è lasciare che i poveri dicano a te come vivono, di cosa hanno bisogno: Bisogna lasciar parlare tutti!

E così funziona il principio di sussidiarietà.

Non possiamo lasciare fuori della partecipazione questa gente; la loro saggezza, la saggezza dei gruppi più umili non può essere messa da parte (cfr Esort. ap. postsin Querida Amazonia [QA], 32; Enc. Laudato si’, 63). Purtroppo, questa ingiustizia si verifica spesso là dove si concentrano grandi interessi economici o geopolitici, come ad esempio certe attività estrattive in alcune zone del pianeta (cfr QA, 9.14). Le voci dei popoli indigeni, le loro culture e visioni del mondo non vengono prese in considerazione.

Oggi, questa mancanza di rispetto del principio di sussidiarietà si è diffusa come un virus.

Pensiamo alle grandi misure di aiuti finanziari attuate dagli Stati. Si ascoltano di più le grandi compagnie finanziarie anziché la gente o coloro che muovono l’economia reale. Si ascoltano di più le compagnie multinazionali che i movimenti sociali. Volendo dire ciò con il linguaggio della gente comune: si ascoltano più i potenti che i deboli e questo non è il cammino, non è il cammino umano, non è il cammino che ci ha insegnato Gesù, non è attuare il principio di sussidiarietà. Così non permettiamo alle persone di essere «protagoniste del proprio riscatto».[1]

Nell’inconscio collettivo di alcuni politici o di alcuni sindacalisti c’è questo motto: tutto per il popolo, niente con il popolo. Dall’alto in basso ma senza ascoltare la saggezza del popolo, senza far attuare questa saggezza nel risolvere dei problemi, in questo caso nell’uscire dalla crisi. O pensiamo anche al modo di curare il virus: si ascoltano più le grandi compagnie farmaceutiche che gli operatori sanitari, impegnati in prima linea negli ospedali o nei campi-profughi. Questa non è una strada buona. Tutti vanno ascoltati, quelli che sono in alto e quelli che sono in basso, tutti.

Per uscire migliori da una crisi, il principio di sussidiarietà dev’essere attuato, rispettando l’autonomia e la capacità di iniziativa di tutti, specialmente degli ultimi. Tutte le parti di un corpo sono necessarie e, come dice San Paolo, quelle parti che potrebbero sembrare più deboli e meno importanti, in realtà sono le più necessarie (cfr 1 Cor 12,22).

Alla luce di questa immagine, possiamo dire che il principio di sussidiarietà consente ad ognuno di assumere il proprio ruolo per la cura e il destino della società. Attuarlo, attuare il principio di sussidiarietà dà speranza, dà speranza in un futuro più sano e giusto; e questo futuro lo costruiamo insieme, aspirando alle cose più grandi, ampliando i nostri orizzonti. [2]

O insieme o non funziona.

O lavoriamo insieme per uscire dalla crisi, a tutti i livelli della società, o non ne usciremo mai. Uscire dalla crisi non significa dare una pennellata di vernice alle situazioni attuali perché sembrino un po’ più giuste. Uscire dalla crisi significa cambiare, e il vero cambiamento lo fanno tutti, tutte le persone che formano il popolo. Tutte le professioni, tutti. E tutti insieme, tutti in comunità.

Fonti

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2019-03/convegno-washington-vista-sinodo-panamazzonico.html (per la foto di corredo al post)

https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Francesco

https://it.wikipedia.org/wiki/%C3%89mile_Chanoux

https://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20200923_udienza-generale.html (fonte dell’estratto)

 

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Friuli paese antico e nuovo d'Europa

  • Autore: Clape di culture Patrie dal Friûl - 17 marzo 2023

La storia del Friuli è stata condizionata dalla sua posizione, all’intersezione tra il punto più settentrionale del Mediterraneo e la porta d’ingresso da Oriente alla penisola italiana. In corrispondenza di tale crocevia sono fiorite le tre grandi città portuali che hanno segnato la storia del Friuli: Aquileia, Trieste e la vicina Venezia.

La formazione del Friuli come entità storico-politico-culturale si può far risalire all’epoca longobarda (sec. VI-VIII). A Occidente il confine del Friuli lungo la valle del Piave e il corso del Livenza si è stabilizzato da secoli, mentre ad Oriente vi sono sempre state più incertezze, a causa della non coincidenza tra confini geografici, etnici, socio-economici e politico-militari.

Sulla formazione della lingua friulanavi sono teorie diverse. Secondo quella più tradizionale, essa sarebbe il risultato dell’influenza del sostrato celtico sul latino qui portato dai coloni romani, e quindi avrebbe oltre duemila anni; mentre, secondo altre, essa si sarebbe formata mille anni più tardi, nel contesto di relativo isolamento dal resto d’Italia della realtà politica autonoma del Principato patriarcale di Aquileia.

L’identità e le istituzioni friulano sopravvissero in parte anche sotto la dominazione veneziana, iniziata nel 1420. La grandissima maggioranza della popolazione ha continuato a il friulano, ed esistono anche fin dal XIV secolo documenti letterari scritti in tale lingua, anche se, come è avvenuto per molte altre nazioni, è solo nell’Ottocento che si avvia una robusta tradizione letteraria e la lingua diviene la base principale dell’identità territoriale.

Dopo le tragedie delle guerre mondiali e del regime fascista, nella nuova Repubblica si avviano i movimenti per il riconoscimento dei Friulani come comunità con pieno diritto all’autonomia politico-amministrativa e alla tutela della propria lingua.

Quest’istanza è divenuta più impellente a partire dagli anni ’70 e ha trovato una debole accoglienza da parte delle istituzioni solo alla fine dello scorso secolo.

La lingua è certamente uno dei fondamenti dell’identità friulana, ma si deve anche ribadire che per secoli il senso di appartenenza al Friuli ha avuto un carattere piuttosto politico-territoriale che linguistico. L’identità collettiva è un fenomeno complesso, multidimensionale. Accanto alla lingua, al territorio, all’organizzazione politica, giocano anche fattori più latamente culturali: costumi, riti, tradizioni, senso della storia e del destino comune, coscienza e volontà.

È ancora vivo, e prevalente in certi ambienti, un ‘idealtipo’ di friulano elaborato nel corso dell’Ottocento, che ha avuto nell’ ‘ideologia’ della Società Filologica Friulana la sua codificazione: il tipo (o stereotipo) del friulano «salt, onest, lavoradôr», essenzialmente modellato sulla figura archetipa del felix agricola, del ‘buon contadino’, con in più un’enfasi sul ruolo di queste terre di bastione della civiltà romana contro il mondo tedesco e slavo che preme dai confini.

Dall’ampia produzione letteraria, ideologica e saggistica sul carattere dei Friulani, fiorita in quest’ultimo secolo, ad opera sia dei Friulani stessi che di osservatori esterni, sembra di poter inferire un modello a cinque dimensioni. Il popolo friulano si caratterizzerebbe quindi per essere:

1. un popolo contadino, e quindi attaccato alla terra, vicino alla natura; organizzato in salde strutture familiari e in piccole comunità di paese; laborioso, ma anche dotato di capacità imprenditoriali; tradizionalista e fedele alla parola data;

2. un popolo cristiano, e quindi credente, inserito nella grande tradizione cattolica, dotato delle virtù della semplicità, dell’umiltà, dell’austerità, della capacità di sopportare con pazienza e fermezza le prove della vita;

3. un popolo nordico, quindi forte, grave, lento, taciturno, disciplinato, con senso dell’organizzazione e della collettività, ma con un sottofondo di tristezza esistenziale che trova conforto, oltre che nella laboriosità, anche nel vino, ed espressione nel canto corale;

4. un popolo di frontiera, collocato in una posizione esposta a rischi, temprato da una lunghissima storia di invasioni, saccheggi e battaglie; ma anche con la possibilità di aprirsi e relazionarsi positivamente con i vicini di altre culture, di mescolarsi con essi, di accoglierli ed esserne accolto;

5. un popolo migrante, perché nella modernità lo squilibrio tra popolazione e risorse costringe una quota di persone ad allontanarsi dalla patria, per cercare lavoro e sopravvivenza in altri paesi.

Nel dolore della partenza si rafforza l’amore, e nei disagi della lontananza si consolida un’immagine idealizzata del proprio paese. Nelle comunità di arrivo si ricreano ifogolârs e si mantengono la lingua e le tradizioni.

Tuttavia è da sottolineare che questo modello riflette, prevalentemente, una realtà storico-sociale abbastanza circoscritta: quella del Friuli grosso modo tra il 1870 e il 1970.

Ben poco possiamo dire della realtà più antica, medievale, perché la documentazione storico-archeologica sulla vita del popolo minuto è scarsissima, quasi inesistente. Le masse contadine sono ‘senza storia’, per definizione.

L’immagine dei Friulani che invece ci viene comunicata dalla documentazione storica dell’Evo moderno (secc. XV-XIX) è invece abbastanza diversa da quella tardo ottocentesca: il popolo friulano (cioè, in grandissima parte, i contadini) ci viene descritto spesso come riottoso, violento, neghittoso, indisciplinato. È certo l’immagine che ne hanno i padroni e i tutori dell’ordine, tendenti a enfatizzare questi aspetti negativi (lo stereotipo del villain, cioè del ‘cattivo’) più che quelli di segno opposto. Ma vi sono anche molte prove inoppugnabili di questo lato del carattere friulano di qualche secolo fa: storie di liti, banditismo, delitti, tumulti e insurrezioni. Per tutte, basti menzionare la «crudel zobia grassa» del 1511, la più violenta, prolungata ed estesa rivolta contadina dell’Italia rinascimentale.

Ovviamente queste speculazioni identitarie riflettono ormai assai poco il Friuli degli ultimi decenni, quello del dopo terremoto del 1976: un territorio altamente sviluppato, ricco, secolarizzato e mediatizzato. Un Friuli dove le masse di contadini non esistono più, sostituite da un 5% di moderni imprenditori agricoli; dove le campagne sono cosparse di insediamenti industriali; dove la maggioranza degli attivi è impiegata nel terziario, più o meno avanzato; dove resta l’emigrazione dei giovani laureati e dove è in corso l’immigrazione di gente proveniente da una settantina di paesi di tutto il mondo.

L’autonomismo in Friuli presenta caratteristiche originali, rispetto ad altri territori che erano, prima dell’unificazione, veri e propri stati, o almeno unità amministrative separate. Il problema friulano è stato quello di lottare per vedersi riconoscere una entità istituzionale e rappresentativa propria, senza farsi diluire in realtà amministrative o istituzionali eterogenee, ove comunque i centri di decisione erano e sono collocati all’esterno della realtà friulana, con la conseguenza che il proprio futuro è stato costantemente messo in discussione o comunque compromesso da logiche di potere politico, economico e culturale esterne e spesso contrapposte agli interessi friulani.

Mentre altrove, come in Trentino, in Val d’Aosta, in Alto Adige, in Catalogna, in Baviera, le realtà istituzionali sono state, da un certo punto in poi, saldamente controllate dalle rispettive comunità, da secoli il Friuli è stato inserito in ambiti territoriali eterogenei dove comunque i centri di decisione erano collocati al suo esterno: a Venezia per secoli, poi nell’era degli stati moderni nelle rispettive capitali, infine nella nuova Repubblica in una regione dotata sì di autonomia speciale ma il cui baricentro politico è Trieste.

L’autonomismo friulano ha dovuto pertanto muoversi verso la ricostruzione di una realtà istituzionale friulana, dotata di strumenti funzionali alla sua sopravvivenza come patrie.

Certamente sono importanti le azioni dirette ad elevare i gradi di autonomia della Regione Friuli Venezia Giulia, sorta ad opera dell’impegno delle rappresentanze parlamentari del Friuli in seno alla Costituente, che poi è stato stravolto dall’esigenza di attribuire un ruolo all’allora Territorio libero di Trieste, ma ancora più importanti sono le iniziative e le politiche dirette alla crescita autonoma del Friuli come entità dalle caratteristiche originali.

Il percorso cui l’autonomismo friulano ha dato contributi importanti passa attraverso numerose tappe di cui tre sono fondamentali: la costituzione della Università di Udine come autonomo centro di formazione e di ricerca, risultato di un lungo processo storico condotto avanti con tenacia dalla comunità e dalle istituzioni friulane; il riconoscimento della lingua friulana da parte dello stato italiano con la legge 482/1999, con il quale il friulano è passato da uno stato indefinito di parlata locale, il cui carattere di lingua era riconosciuto solo a livello scientifico, al rango di lingua degna di forme importanti di sostegno e di tutela, alla pari delle comunità linguistiche che hanno alle loro spalle uno stato sovrano (la tedesca, la francese, la slovena, l’albanese, la greca); infine la costituzione della Comunità delle Province Friulane, a cura delle Province di Pordenone e di Udine, che potrebbe trasformarsi in un potente strumento di crescita della comunità friulana.

Questi risultati sono il frutto di un lungo lavoro di animazione e di impegno politico portato avanti da personaggi importanti che hanno dato vita a organizzazioni e movimenti politici di notevole peso.

Si pensi alle prime iniziative lanciate da Achille Tellini negli anni Venti, alla costituzione nel secondo dopoguerra dell’Associazione per l’Autonomia Friulana di Tiziano Tessitori, al Movimento Popolare Friulano di Gianfranco d’Aronco (la cui costituzione in partito avrebbe potuto cambiare completamente il panorama politico del Friuli), al Movimento Friuli di Fausto Schiavi e di don Francesco Placereani, al Comitato per l’Università Friulana di Tarcisio Petracco, alla Lega Friuli dei primi anni. E questo elenco non è certamente esaustivo.

Da una di queste iniziative, nota come “I laboratori dell'autonomia”, che ha visto l'adesione di tanti sindaci, persone del mondo della cultura e della vita sociale friulana, è iniziato alla fine dello scorso decennio un processo di riappropriazione in termini contemporanei della necessità dell’autogoverno.

L’esito dei laboratori è stata la nascita del “Patto per l'autonomia” un partito territoriale che ha adottato un motto antico, quello pronunciato da Giuseppe Bugatto, deputato friulano al Parlamento di Vienna, il 25 ottobre 1918:

CHE NISSUN DISPONI DI NÔ, SENSA DI NÔ

(CHE NESSUNO DISPONGA DI NOI SENZA DI NOI)

Parole antiche, ma che il Patto ha fatto vivere in una organizzazione moderna, plurale, inclusiva, attenta alle differenze territoriali e culturali di quel microcosmo che è la regione Friuli – Venezia Giulia. Basti pensare che nel Patto sono in uso ben quattro lingue:

Patto per l'Autonomia (italiano)

Pat pe Autonomie (friulano)

Pakt Za Avtonomijo (sloveno)

Pakt für die Autonomie (tedesco delle comunità di Sauris, Timau e Val Canale, da Pontebba a Tarvisi)

Il Patto per l’Autonomia, che si era costituito come movimento politico pochi mesi prima, alle elezioni regionali del 2018 ha ottenuto il 4,09% dei consensi, corrispondenti a 23.696 voti, eleggendo come consiglieri regionali Massimo Moretuzzo e Giampaolo Bidoli.

Il resto è nella cronaca politica dell’ultimo lustro. Il friulano autonomista, civico e ambientalista Moretuzzo (classe 1976, un figlio del Friuli del dopo terremoto), dopo cinque anni di impegno come capogruppo nel parlamento regionale, è oggi candidato presidente, con il sostegno di gran parte del centrosinistra, alle elezioni regionali previste per il 2-3 aprile 2023. Il Patto per l’Autonomia, inoltre, è alla guida, con proprio personale politico esperto, della rete interterritoriale di Autonomie e Ambiente ed è rappresentato nel bureau della famiglia politica europea degli autonomisti e dei territorialisti, la Alleanza Libera Europea (ALE, meglio nota come European Free Alliance, EFA).

Le persone impegnate nel Patto a livello territoriale, statale ed europeo continuano a lavorare politicamente per assicurare un futuro al Friuli, perché sia uno dei paesi nuovi d’Europa e del mondo, in questo XXI secolo.

Udine, 17 marzo 2023

a cura della Clape di culture Patrie dal Friûl (associazione culturale Patria del Friuli) - https://www.lapatriedalfriul.org/

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Giacomo Matteotti VIVE

  • Autore: Mauro Vaiani - Fratta Polesine, 30 maggio 2024 (cent'anni dall'ultimo discorso dell'on. Matteotti)

Siamo arrivati ai giorni più significativi del centenario del martirio di Giacomo Matteotti, un barbaro delitto fascista avvenuto il 10 giugno 1924. Onoriamo il grande leader socialista non solo per il suo rapimento e il suo orribile assassinio, ma ancora di più per la sua vita, illuminata da una rara chiarezza morale, densa di felici intuizioni e di durevoli realizzazioni politiche.

 

Giacomo Matteotti, durante il suo ultimo discorso nel Parlamento del Regno d’Italia, il 30 maggio 1924, fu apostrofato dal fascista Bramante Cuttini con queste parole: “Non parlare tu, che non sei italiano!”. Il deputato socialista rispose esclamando: “Per ora siamo tutti italiani!”.

Queste scambio di battute è emblematico della miseria spirituale e culturale, prima ancora che della rovina politica, in cui era precipitato il Regno dei Savoia, e della grandezza di coloro che invece, come Giacomo Matteotti, resistettero al vergognoso, sanguinario, distruttivo e infine autodistruttivo spirito centralista, autoritario, bellicista e infine fascista della “Nazione italiana”. La loro resistenza continua, ora e sempre. Il nostro mondo civico, localista, territorialista e decentralista ne è parte fondamentale e deve continuare a fare la sua parte. Abbiamo già sconfitto quel nazionalismo,ma il nostro compito non si è certo esaurito.

Davvero Giacomo Matteotti non fu “italiano” nel senso che i centralisti di allora e di oggi hanno dato a questa parola. Fu piuttosto “antitaliano”, come ha scritto Concetto Vecchio, per spessore spirituale e impegno civile. Per questo è una figura così importante per tutti noi che siamo impegnati per le autonomie personali, sociali, territoriali, in una Italia e in una Europa libere e unite, quelle sognate dalle migliori tradizioni del Risorgimento e della Resistenza.

Il socialismo democratico, umanitario, riformista, autonomista di Giacomo Matteotti era con noi a Chivasso, è con noi oggi, è qui per restare.

Autonomie locali per il bene di tutti

La famiglia trentina dei Matteotti si era trasferita nel Polesine nella prima metà dell’Ottocento, in quello che allora era il Regno Lombardo-Veneto, parte dei domini asburgici. Partiti come artigiani e commercianti e avendo avuto fortuna, erano diventati un’agiata famiglia di proprietari terrieri, quella in cui nacque Giacomo a Fratta Polesine, fra l’Adige e il Po, nel Rodigino, il 22 maggio 1885.

Il Polesine di allora era un territorio depresso, abitato da contadini e braccianti che la modernità, con le connesse concentrazioni di potere tecnologico, economico e politico, stava emarginando, lasciando agli umili l’emigrazione come unica via di fuga. A cavallo fra il XIX e il XX secolo, un terzo della popolazione sarebbe emigrata, prevalentemente verso il Sudamerica.

Il giovane Matteotti, di fronte a questa dura realtà, fece molto presto la sua scelta di campo, avvicinandosi al socialismo. Alla fine dei suoi studi giuridici a Bologna, nel 1910 pubblicò una tesi sul problema della prevenzione della “recidiva”, dimostrando di avere una precoce e matura sensibilità politica. Il carcere era ed è, nei regimi fondati sull’ineguaglianza, una delle più terribili discariche sociali.

Diventò già all’inizio degli anni Dieci consigliere in diversi comuni e nel 1912 fu sindaco di Villamarzana, un piccolo municipio confinante con Fratta.

Senza forti, autorevoli, competenti istituzioni locali, non c’è alcuna emancipazione dalla povertà, né riscatto per gli umili. Non si è vicini agli ultimi... Da lontano… Ma solo nella prossimità. Questo era chiarissimo a Matteotti e agli amministratori socialisti autonomisti di allora.

Negli stessi anni partecipò alle prime riunioni interterritoriali del crescente numero di amministratori locali socialisti. Nel 1916 è tra i fondatori della Lega dei comuni socialisti (LCS), una storica alleanza di autonomisti riformatori, di cui fu a lungo la guida. I valori dell’organizzazione, cioè federalismo, autonomie, coesione nella comunità locale, solidarietà fra i territori, la piena attuazione del principio della sussidiarietà, nonostante la repressione del Ventennio fascista, confluirono nella Costituzione e furono posti alla base della nuova Repubblica delle Autonomie.

Oggi, per inciso, l’antica Lega socialista esiste ancora, con il nome di ALI (Autonomie Locali Italiane), ma piuttosto appannata, se non addirittura sfigurata, da una generazione di sindaci non più socialisti né autonomisti (eletti direttamente dal popolo, che si atteggiano a piccoli podestà e che civettano con la sciagurata deriva centralista dell’elezione diretta del “podestà d’Italia”).

A partire dalle prime esperienze di servizio come amministratore locale, Giacomo Matteotti diventò un attivista politico a tempo pieno. Con azioni concrete per l’emancipazione dei lavoratori - in particolare i più poveri, i braccianti - e per la scolarizzazione dei figli dei ceti popolari, si conquistò un grande consenso.

Fu sempre riformista nei modi e nei tempi, ma non per questo meno radicale negli obiettivi di giustizia sociale.

Contro l’ “Inutile strage”

Allo scoppio della Grande guerra, la Prima guerra mondiale, Giacomo Matteotti si schierò contro l’ingresso del Regno d’Italia nel conflitto, con quelli che furono chiamati spregiativamente “neutralisti”.

La grande maggioranza delle forze politiche e del Parlamento era contro la guerra. Eppure gli infami Savoia, le elite nazionaliste, gli aspiranti profittatori di guerra, riuscirono a coinvolgere l’Italia in un conflitto industriale moderno in cui furono uccisi almeno 10.000.000 (dieci milioni) di coscritti (poco meno di 700.000 i soldati caduti del Regno d’Italia), mentre altri milioni di civili soffrirono e morirono per ferite, devastazioni, fame, malattie, persecuzioni e deportazioni.

Per la sua nitida opposizione alla guerra, Giacomo Matteotti fu processato per “disfattismo”. Le autorità militari, che lo avevano riformato per un serio problema polmonare, lo confinarono in Sicilia, per allontanare questo pericoloso “sovversivo” dalla sua terra, dai suoi compagni, dai suoi sostenitori.

Questa sua posizione “anti-patriottica” non gli fu mai perdonata. Le elite politiche italiane - conservatrici, liberali, socialiste, persino certi popolari cristiani, nonostante la coraggiosa denuncia della guerra da parte di Benedetto XV - si erano in gran parte ubriacate dell’idea di stare combattendo la “IV Guerra d’indipendenza”.

Solo pochi intellettuali, fra cui Curzio Malaparte (con il suo pamphlet su Caporetto, più volte pubblicato, ripetutamente sequestrato), compresero quanto autodistruttiva sarebbe stata la guerra per “Trento e Trieste”, per il “Brennero”, per l’Istria, Fiume, la Dalmazia, per nuove colonie. Ancora meno si comprese, quando poi gli imperi centrali si arresero, quante ingiustizie e quante frustrazioni sarebbero derivate proprio dalla cosiddetta “vittoria”.

Alle elezioni politiche del 1919, i socialisti che erano stati contro la guerra come Giacomo Matteotti ottennero un vasto consenso popolare. La lista socialista, nella circoscrizione di Rovigo e Ferrara, ottenne il 70% dei voti. I socialisti finirono per reggere tutti i 63 comuni del Polesine. Giacomo Matteotti entrò alla Camera e cominciò subito a distinguersi per competenza, diligenza, capacità oratoria.

Il “biennio rosso”, purtroppo, non poté pacificare e riunire un paese distrutto dalla prima terribile guerra moderna. Non solo per gli estremismi delle varie fazioni, ma più drammaticamente per problemi di scala che erano incomprensibili alle elite del tempo. Oltre ai morti, c’erano stati un milione di soldati feriti, di cui quasi mezzo milione sarebbero rimasti invalidi. Almeno altri quattro milioni di soldati smobilitati dovevano essere reinseriti nella società. L’industria e anzi l’intera economia erano da riconvertire. Le scuole, le università, le istituzioni culturali, i giornali, erano tutte avvelenate da bellicismo, revanchismo e odio. Ciò che si era mobilitato, nessuno sapeva come smobilitarlo.

La menzogna della “guerra patriottica” che si era raccontata ai sudditi degli infami Savoia era stata troppo grossa. Per tanti fu impossibile prendere coscienza che si era stati così tanto ingannati. Molti, pur di non ammettere a se stessi e di fronte alle generazioni future di esser stati così crudelmente imbrogliati, scelsero di continuare a credere nelle storie edulcorate che erano state loro propinate.

Quando furono celebrati, dal 2014 al 2018, i diversi centenari della Grande guerra, alcune delle grandi menzogne del secolo precedente sono state ancora ripetute senza vergogna dalle elite al potere.

Contro il fascismo di allora

Quando chi ha potere è prigioniero di una menzogna così grande da non poter essere smascherata - pena la propria scomparsa politica – come lo fu quella di giustificare e considerare necessaria quella che era stata l’ “Inutile strage”, si moltiplicano inevitabilmente le dissonanze cognitive (per i pochi in buona fede) e le ipocrisie (per tutti gli altri). Quelli che erano stati “interventisti democratici” non poterono contrastare le forze che avevano liberato.

Il fascismo cinico e criminale di Benito Mussolini organizzò i reduci, in gran parte disadattati e “spostati” dalle sofferenze della Grande guerra. Promise a molti che, indossando una camicia nera, avrebbero potuto continuare ad avere in tempo di pace qualcosa dello status che avevano avuto sotto le armi e magari anche di più, nel nome di un patriottismo (che era stato da ormai due secoli giustamente definito “l’estremo rifugio delle canaglie”).

Nella bassa Pianura Padana e nel Polesine il fascismo manifestò esplicitamente, lontano dalle grandi città e dall’opinione pubblica romana e milanese, la sua intrinseca natura di impresa politica seminatrice e profittatrice di paura, violenza e sangue.

Giacomo Matteotti, in quanto borghese diventato socialista e poi, senza reticenze, antibellicista, diventò il bersaglio ideale di tutti coloro che avevano abbracciato la strada senza ritorno della menzogna bellicista e nazionalista.

A Castelguglielmo, il 12 marzo 1921, fu aggredito. Fu messa in giro la voce che fosse stato addirittura stuprato. Fu costretto a lasciare il Polesine.

Alle elezioni del maggio 1921 fu rieletto deputato. Nel disastro della frammentazione del socialismo in tronconi settari (e impotenti), nel 1922 si ritrovò segretario del Partito Socialista Unitario (PSU), il partito che raccolse i riformisti di cui era stato leader Filippo Turati.

Il fascismo, sostenuto dai reduci esaltati e sradicati, dalla monarchia, dai poteri forti del tempo, stava crescendo impetuosamente, mentre Giacomo Matteotti era sempre più solo e incompreso, in una sinistra egemonizzata da estremismi tanto rumorosi quanto impotenti.

Giacomo Matteotti, grazie al radicamento nel suo territorio, fu rieletto anche nel 1924, in elezioni che si svolsero con la legge elettorale truffa, quella firmata da Acerbo.

Il 30 maggio di quell’anno, nella seduta inaugurale della Camera, tenne un ultimo coraggioso discorso, denunciando le violenze e le illegalità che avevano contraddistinto quelle ultime consultazioni.

Parlò più di un’ora, fra gli insulti, le urla, le minacce della maggioranza fascista. Mussolini, dopo aver seguito l’intervento del deputato rodigino, confessò che non vedeva l’ora di liberarsi di lui (lo disse ad Antonio Salandra, nazionalista, traditore dello Statuto, uno dei principali responsabili dell’illegale entrata in guerra dell’Italia, infine diventato cameriere del fascismo).

Cosa intendesse dire il capo del fascismo si comprese dieci giorni dopo, il 10 giugno, quando Matteotti fu rapito sul Lungotevere Arnaldo da Brescia di Roma.

Il resto della sua tragica uccisione e dell’occultamento del suo cadavere ad opera della squadraccia fascista guidata dal criminale Amerigo Dumini, è tristemente noto.

Contro le ipocrisie di oggi e di sempre

Dopo aver resistito all’ondata di indignazione seguita al delitto Matteotti, il fascismo condusse gli Italiani alla rovina che tutti sappiamo.

Per anni la famiglia, gli amici, i compagni, chiunque avesse avuto il coraggio di parlare del deputato socialista, subirono angherie di ogni sorta dal regime.

La fama di questo martire socialista, però, si diffuse in tutto il mondo. Matteotti viene citato nelle opere di grandi della letteratura mondiale come Ivo Andric, Miguel de Unamuno, Stefan Zweig, George Orwell, Marguerite Yourcenar, Leonardo Sciascia.

Lui, che era stato un autentico laico irreligioso, diventò un mito da venerare per le masse popolari, comprese quelle più cristiane e conservatrici.

Dopo la guerra le sue convinzioni socialiste, riformiste, autonomiste entrarono nella Costituzione del 1948.

Fu onorato come un limpido esempio di antifascismo, ma anche di qualcosa di più profondo. Ci sono ben pochi personaggi che possono vantare di comparire nella toponomastica italiana più di Giacomo Matteotti. Si potrebbe intravedere in questo un segno di riconoscimento da parte di cittadini di ogni tendenza politica, sia nelle regioni rosse che in quelle bianche.

Una memoria dal basso, dalle amministrazioni locali, vorremmo dire, più spontanea, sincera e diffusa di quella che le elite – anche quelle andate al potere dopo la Seconda guerra mondiale – gli abbiano mai saputo tributare.

La sua radicale opzione per gli ultimi del Polesine, il suo amore per le autonomie locali, il rifiuto della retorica nazionalista, la sua opposizione alla Grande guerra, sono stati sempre scomodi e forse lo sono ancora oggi.

Ha scritto Concetto Vecchio: "La memoria di Matteotti è stata calpestata. Il suo monumento, sul Lungotevere [Arnaldo da Brescia, a Roma, dove fu rapito dai fascisti], a me pare lo specchio di questo mancato riconoscimento: è brutto, incomprensibile per chi vi passa, mai illuminato col buio…".

Nessuno può fare a meno di onorarne la memoria, ma non si può fare a meno di notare che ne viene talvolta oscurata la radicale diversità dai politici italiani, centralisti, autoritari, settari del suo tempo. Essendo stato antinazionalista, riformista e autonomista, è stato troppo in anticipo sui suoi tempi ed è ancora scomodo nei nostri.

Giacomo Matteotti è un autentico esempio di concretezza, operosità, radicalità negli obiettivi e moderazione nei metodi e nei tempi, capacità di sporcarsi le mani per fare politica sul serio, per l’emancipazione della sua gente. Capacità e valori di cui si sente disperatamente il bisogno, oggi, e che, ci crediamo, ispireranno una nuova generazione di leader locali.

 

Fratta Polesine,30 maggio 2024 (centesimo anniversario del30 maggio1924,giorno in cui il leader socialista tenne alla Camera del Regno d’Italia il suo ultimo discorso, dicoraggiosa denuncia dei broglielettoralie delle violenze fasciste)

Giacomo Matteotti VIVE

di Mauro Vaiani*

 * Mauro Vaiani è studioso e attivista in Toscana, blogger di https://diversotoscana.blogspot.com,
garante di OraToscana, vicepresidente segretario di Autonomie e Ambiente, coordinatore del Forum 2043

Inviti all’approfondimento:

Volumi recenti, usciti in occasione del centenario:

Giacomo Matteotti : l'Italia migliore / Federico Fornaro
Torino : Bollati Boringhieri, 2024

Tempesta : la vita (e non la morte) di Giacomo Matteotti / Antonio Funiciello
Milano : Rizzoli, 2024

Intrigo all'italiana : il delitto Matteotti tra politica, affarismo e spie /Giancarlo Infante
Amazon, maggio 2024

Io vi accuso : Giacomo Matteotti e noi / Concetto Vecchio
Milano : UTET, 2024

Fonti:

https://www.casamuseogiacomomatteotti.it/biografia/ (Gianpaolo Romanato)

https://www.ilmillimetro.it/giacomo-matteotti-dimenticato-e-attuale-io-vi-accuso-di-concetto-vecchio/ (Fabio Insenga)

https://www.pisauniversitypress.it/rassegna_stampa/la-lezione-attuale-di-matteotti-di-liliana-segre-settimanale-oggi-rubrica-la-stanza-2469.html (Liliana Segre)

https://www.unita.it/2023/06/11/lultimo-discorso-di-giacomo-matteotti-il-leader-socialista-ucciso-dai-fascisti/

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I lavori del Forum 2043

Sono partiti i lavori del Forum 2043, l'iniziativa politico-culturale che Autonomie e Ambiente ha deciso di ospitare sul proprio sito, in una sezione apposita. Il progetto si propone di consegnare alle prossime generazioni i valori di una Repubblica delle Autonomie e di una Europa delle regioni, dei popoli e dei territori. Si vorrebbe arrivare a celebrare il centenario della Carta di Chivasso, il 19 dicembre 2043, avendo contribuito a costruire un moderno decentralismo, capace di mobilitare non solo gli storici autonomismi, ma una più vasta rete di movimenti civici, ambientalisti, localisti, impegnati per il buongoverno e l'autogoverno dei propri territori.

Sono già stati pubblicati contributi di intellettuali e attivisti come Gino Giammarino, Piercesare Moreni, Claudia Zuncheddu. Il coordinamento del Forum 2043 è affidato a Mauro Vaiani. Sono attesi contributi, prevalentemente dall'esterno della rete di Autonomie e Ambiente.

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I paesi nuovi che vogliamo

  • Autore: Contributo a cura di Gino Giammarino, Piercesare Moreni, Mauro Vaiani, Claudia Zuncheddu - 18 luglio 2022

Forum 2043
Versoi 100 annidellaCarta di Chivasso(19 dicembre 2043):
spunti, pensieri e azioni per costruire insiemei paesi nuovi in cui vogliamo vivere

Contributo Giammarino – Moreni – Vaiani – Zuncheddu

pubblicato il 18 luglio 2022

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1 Il solco che circoscrive il campo decentralista

1.1 Il nostro campo autonomista, o come forse sarebbe meglio definirci in questo XXI secolo, modernamente decentralista, è ampio e inclusivo, consentendo a persone e gruppi molto diversi di mettersi alla prova.

1.2 Vi abitano a pieno diritto, e sono anzi una delle novità più importanti del nostro tempo, una moltitudine di realtà civiche, ambientaliste, autonomiste innovative e popolari, guidate da leader locali che potrebbero essere definiti autonomisti amministrativi, perché aspirano a una catena di controllo più corta da parte degli elettori sui propri eletti, al fine di avere un maggior controllo sul futuro dei propri territori.

1.3 Resistono le realtà identitarie, per le quali l’appartenenza a un territorio, la lingua, le tradizioni, la storia sono ancora la spinta principale alla propria azione politica autonoma.

1.4 Ci sono ancora autonomisti più o meno esplicitamente “egoisti”: di fronte al centralismo dello stato italiano, della tecnocrazia europea, delle istituzioni della globalizzazione, essi rischiano di attardarsi a difendere idee e progetti del passato, il proprio orticello organizzativo, spesso subalterni a retoriche stantie sulla cosiddetta “competizione” tra territori (semplificazione fuorviante di un pensiero liberale classico pericolosamente reciso dal suo originale contesto geopolitico, storico, istituzionale); il segreto di Pulcinella di una moderna azione politica autonomista e decentralista è che nessun territorio “merita” o “è favorito” da un processo di autonomia serio e responsabile, a scapito degli altri, al contrario tutti i territori possono e quindi devono sperimentare la benedizione dell’autogoverno.

1.5 Ci sono persino gli orfani di partiti del secolo scorso, che trovano nella nostra posizione, da sempre naturalmente estranea ai bipolarismi dominanti e quindi spesso confusa con un malinteso “centrismo”, un luogo di pensiero e di azione; peraltro dobbiamo essere nitidi con molti sé-dicenti centristi: negli antichi partiti popolari le convinzioni autonomiste erano forti e benvenuto è il loro risveglio, ma nella nostra famiglia autonomista e decentralista non c’è posto per gli epigoni della partitocrazia centralista e delle loro rendite di posizione.

1.6 La sfida che lanciamo è niente di meno che quella di scomporre tutte le concentrazioni di potere, attraverso l’impegno politico-elettorale, la lotta nonviolenta nelle piazze e nei luoghi della vita associata, il lavoro politico-culturale per risvegliare le coscienze; a chi la accetta sono richieste qualità non comuni di competenza, senso di sacrificio, elasticità mentale, coraggio culturale, capacità di compromesso politico, adesione a una etica di responsabilità, più che di convinzione.

2 Lontani dal nazionalismo “italiano”

2.1 Avendo come fondamento la formidabile vocazione universale all’autodeterminazione, all’autogoverno di tutti dappertutto, a partire dai livelli più vicini al cittadino, sappiamo con chiarezza di non essere nazionalisti italiani.

2.2 Più in generale, per quanto si possa essere eurocritici, siamo distanti dal sé-dicente sovranismo dei vecchi stati europei; questa è una affermazione netta in un periodo in cui in tanti paiono giocare con le posizioni e le convinzioni, spesso mutevoli come le stagioni.

2.3 Il nazionalismo degli stati europei ha calpestato territori e popoli conquistati, annessi, spogliati della propria identità e delle proprie ricchezze; ha voluto omologare e non valorizzare le differenti storie, culture, lingue spesso con la violenza, quasi sempre con la menzogna.

2.4 La storia italiana, dal Regno alla Repubblica, è stata segnata da una lunga deriva nazionalista, centralista, autoritaria, che critichiamo radicalmente; a tale deriva imputiamo le dissonanze cognitive, le omissioni, le disonestà che ci tormentano sin dai libri delle scuole elementari e che, protratte negli studi superiori e nei media di stato, producono una narrazione “italiana” mai sincera, sempre omissiva ed omertosa dei fatti storici, quindi responsabile dell’attuale vergognosa situazione di ignoranza di massa.

2.5 Il nazionalismo italiano ci ha condotto a vivere in uno stato che ha praticato colonialismo interno e internazionale; si è gettato nella “Inutile strage” della Prima guerra mondiale contro la volontà dei suoi popoli e del suo parlamento; come notò amaramente Piero Gobetti, il fascismo è l’autobiografia di questa “nazione”.

2.6 Il nazionalismo italiano tenta oggi di riemergere accodandosi a chi, giustamente, si batte per il riappropriarsi di sovranità territoriale nei confronti di realtà sovranazionali elitarie e tecnocratiche (l’Unione Europea e non solo); di fronte a questo neonazionalismo è particolarmente necessario distinguere tra falsi amici e veri nemici delle comunità locali e territoriali e delle loro aspirazioni.

2.7 A questo proposito alcuni territori, come Catalogna, Scozia, Corsica, Sardegna, sono salutari pietre d’inciampo per narrazioni tendenziose: a parole molti si stanno rapidamente convertendo a giusti ideali di sovranità alimentare, energetica, economica e sociale, in nome di un ritrovato e necessario rispetto della diversità e della biodiversità, ma proprio da come ci si posiziona rispetto all’autogoverno di questi territori sapremo distinguere tra chi è con noi, dalla parte dei territori, o contro di noi, per fedeltà alle vecchie piramidi statali.

3 La nostra Europa e il nostro internazionalismo

3.1 Da quando l’essere umano è diventato industrialmente capace di genocidio ed ecocidio, poche concentrazioni di potere mondiale stanno distruggendo l’ambiente a ritmi insostenibili e, non contente di questo avvelenamento quotidiano, hanno accumulato la capacità di distruggere il pianeta decine di volte; questo potrebbe e dovrebbe spaventare e quindi bastare per spingere all’adesione di massa agli ideali dell’autonomismo e a un moderno e lungimirante decentralismo universale, che possa incrinare ovunque nel mondo tali insopportabili concentrazioni di potere e di ricchezze.

3.2 Se sovrapponessimo le cartine geografiche della storia recente degli stati moderni (quelli che hanno inventato la rigidità della sovranità e dei confini, oltre che il concetto di “integrità territoriale”, cose totalmente sconosciute all’umanità premoderna), ci accorgeremmo che la geografia degli stati moderni sia sempre cambiata; gli stati e i loro confini non sono né naturali, né durevoli, né tanto meno immutevoli, ma solo una mera fotografia di un momentaneo predominio sociale e politico.

3.3 Sarebbe più velleitario ritenere che i confini attuali debbano restare rigidi, piuttosto che prepararsi al nuovo che ci viene incontro: la semplice e radicale volontà di autogoverno di ciascuna persona non come individuo isolato, ma come membro di una comunità territoriale, prevista da studi sulla mobilitazione sociale come quelli di Karl Deutsch sin dagli anni Sessanta e in realtà anche da molto prima, da mille altre voci localiste, anticolonialiste, indipendentiste.

3.4 Le aspirazioni all’autogoverno non riguardano solo storiche piccole patrie e nazioni oppresse d’Europa, come Catalogna, Paesi Baschi, Scozia, Fiandre, Vallonia, Corsica, Sardegna; l’esigenza di scomporre gli stati così come li abbiamo conosciuti nel secolo XX è una esigenza universale, diffusa in tutto il pianeta; nel disegno di una nuova e diversa ricomposizione, diventa fondamentale il concetto del "rispetto” per tutte le identità, affinché non ve ne siano di dominanti o soccombenti, colonizzatrici e colonizzate, dando così garanzia di credibilità per il nostro impegno presente e futuro.

3.5 A chi ancora teme derive violente della disintegrazione geopolitica, ricordiamo che il paradigma del futuro sarà il consensuale distacco tra Cechia e Slovacchia e più in generale l’autoscioglimento dell’URSS e del Patto di Varsavia, avvenuti in modo incredibilmente pacifico; la violenza, piuttosto, è sempre stata scatenata dalla volontà egemonica delle capitali nei confronti delle proprie periferie(la Serbia contro il Kosovo, l’Etiopia contro il Tigrè, la Spagna contro la Catalogna, ma gli esempi potrebbero essere tanti e andrebbero approfonditi e compresi uno per uno); in ogni caso – lo scriviamo proprio mentre è in corso la terribile guerra fra la Federazione Russa e l’Ucraina – la guerra moderna stessa è drammaticamente inaccettabile per l’umanità globalizzata e insostenibile per la sopravvivenza del pianeta; quindi o poniamo fine a questi vecchi stati centralisti e autoritari, o finirà la nostra storia umana.

3.6 Non abbiamo alcuna necessità di legittimare l’uno o l’altro degli stati esistenti, o immaginati, o astrattamente ritenuti più giusti; il compito autonomista è far prevalere il primato della autodeterminazione delle persone e delle loro comunità; prima vengono le persone e le comunità che possono e vogliono autogovernarsi, poi eventualmente i confini; questo è un dato ineludibile di realtà, non una presa di posizione ideologica.

3.7 Non ripetiamo qui distinguo e valutazioni su ciò che è oggi la casa europea: è evidente che così com’è piace poco e molto dovremo lavorare per migliorarla; non vogliamo alcun “superstato” europeo, né vogliamo che un neocentralismo europeo sostituisca il centralismo italiano che combattiamo; tuttavia crediamo nella confederazione europea perché è in essa che i territori, anche le più piccole matrie, possono trovare albergo e prosperare.

3.8 Non ci sono consentiti sogni isolazionisti e non ci sono confini che possano reggere all’urto della globalizzazione; un futuro di minore esposizione agli eccessi della globalizzazione per ciascuna Heimat, sarà reso possibile da un maggior protagonismo dei nostri territori sulla scena europea, nella cooperazione e nella solidarietà internazionale, nell’impegno per la pace universale.

3.9 Le forze politiche territoriali, civiche, ambientaliste, autonomiste d’Europa, in particolare quelle raccolte nella famiglia politica della Alleanza Libera Europea, ALE (European Free Alliance, EFA), ma anche altre forze civiche e politiche, avranno il dovere, nei decenni a venire, di rapportarsi e cooperare strettamente con le forze decentraliste, e quindi antimilitariste e anticolonialiste, che sono presenti in ogni altra regione del mondo, anche dentro le cosiddette grandi potenze (USA, Cina, Federazione Russa e le altre); è giunto il tempo di pensare a una Decentralism International.

3.10 Se c’è un futuro per il mondo è nel moltiplicarsi di realtà confederali sul modello della Svizzera, non il pericoloso riproporsi dello scontro tra vecchie e nuove potenze nucleari; per dirla con Victor Hugo: «La Suisse, dans l'histoire, aura le dernier mot».

 

Contributo collettivo per l’avvio del Forum 2043, a cura di

Gino Giammarino (Napoli)

Piercesare Moreni (Trentino)

Mauro Vaiani (Toscana)

Claudia Zuncheddu (Sardegna)

 2022 07 18 collettivo Forum 2043

 

 

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I pionieri cisalpini del federalismo

  • Autore: Roberto Gremmo - Piemonte, 8 ottobre 2023

Questo contributo apre uno spiraglio sulle origini di un federalismo cisalpino che ha radici antifasciste, cristiane, popolari, antitotalitarie. Ci è stato inviato da Roberto Gremmo, storicopiemontesedell’autonomismo e non solo: insieme alla cara moglie Anna Sartoris, recentemente scomparsa, sono stati essi stessi pionieri di autonomismo e federalismo nella Repubblica Italiana.

 

L’idea federalista che durante il Ventennio fascista era stata la bandiera di pochi esuli all’estero o nelle isole di confino, tornò a essere propagandata pubblicamente nei giorni caotici seguiti alla caduta di Mussolini il 25 luglio 1943.

Curiosamente, uno dei primi gruppi di cui esistono tracce (fra le carte della http://www.fondazionecipriani.it/) si trova a Roma e nel 1943 ha una sede in via Cicerone ed assume la denominazione di “Unione Autonomista Italiana settentrionale” diffondendo un proclama rivendicando, pur in un’Italia unita, l’autogoverno per la “regione naturale padano-veneta con le sue cinque sottoregioni, Liguria, Piemonte, Lombardia e Tre Venezie” dando identica struttura alle “terre italiane centrali e meridionali nonché alle isole”. Dei promotori nulla sappiamo, se non che si trattava di gente del Nord e che erano in buoni rapporti con il sicilianista Andrea Finocchiaro Aprile.

L’autonomismo e il senso antico che i territori italiani avessero bisogno di quell’autogoverno che lo stato sabaudo aveva negato erano quindi sentimenti che tornavano a circolare. Nella tragedia della guerra e nel naufragio del fascismo, i rapporti di forza tra centro e periferia furono messi in discussione.

A Roma, il 9 settembre 1943, si costituì il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) costituito dai principali partiti e movimenti antifascisti, ma nel Nord si costituì all’inizio del 1944 il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI), con sede nella città di Milano, che aveva ulteriori articolazioni territoriali. In Toscana si costituì il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN, si veda https://www.istoresistenzatoscana.it/).

Il sacerdote partigiano romagnolo, don Lorenzo Bedeschi, nome di battaglia “Zerlone de Sechi”, seguace di don Romolo Murri e del primo cristianesimo sociale, fa stampare a Napoli il 15 aprile 1943 il numero unico “L’Italia Cisalpina”, foglio che si presenta come voce dell’italianità settentrionale e si rivolge alle genti del Nord, solleticandone l’orgoglio per chiedere loro, forti delle proprie virtù civili, di unirsi per cacciare lo straniero invasore nazista.

1943 04 15 Italia Cisalpina di don Bedeschi Zerlone

Queste sono solo delle tracce, mentre poco dopo troviamo un federalismo esplicitamente ispirato alla tradizione svizzera e in consonanza con i valori della Carta di Chivasso del 1943, con la storia dell’autonomismo trentino espressa dalla ASAR e con altre esperienze analoghe, dal Friuli alla Sicilia.

Nei giorni della Liberazione, il 27 aprile 1945 esce a Como “Il Cisalpino”, foglio voluto da Tommaso Zerbi, che poi diventerà deputato della Democrazia Cristiana. La testata si presentò come “settimanale federalista” e fu davvero indipendente e coraggiosa.

Fra i collaboratori troviamo un giovane Gianfranco Miglio, il giornalista Pio Bondioli ma anche l’accademico Giorgio Braga, che si differenziava dagli altri autori per un suo pionieristico e audace territorialismo, per il quale “iconfini convenzionalie talvolta naturali delle nostre regioni, così come li conosciamo”possono essere superati dall’espansione industriale e urbanistica (si veda Tracciati - Rassegna tecnica mensile della ricostruzione, marzo-aprile 1946, su https://eddyburg.it/archivio/le-regioni-economiche-dellalta-italia/).

Grazie a loro, il piccolo foglio politico diventa lo strumento per dibattere tutti i temi essenziali della dottrina federalista, combattere le spinte centraliste e ogni burocratico e soffocatore accentramento. Ci si apre anche alla critica della formazione, con lacrime, lutti e sangue, dello Stato risorgimentale, cercando di dimostrare che solo le autonomie locali potevano essere alla base del nuovo ordinamento democratico.

Purtroppo, il messaggio scomparve ben presto dall’agenda politica. Come è stato sottolineato, fra gli altri, dalla storica Claudia Petraccone, la situazione interna e internazionale si stava evolvendo rapidamente e le forze politiche centrali, pur non abbandonando del tutto il tema delle autonomie in sede costituente, furono assorbite dall’amministrazione della continuità dello stato e del suo schieramento internazionale nel blocco atlantico.

Il “Cisalpino” doveva durare solo pochi mesi, coi suoi redattori assorbiti dalle necessità della lotta antitotalitaria ma anche perché il prevalere del centralismo partitocratico non favoriva certo idee di autogoverno dei popoli e dei territori.

“Il Cisalpino” moriva ancora in fasce già alla fine del 1945. L’affidamento dei pionieri del federalismo cisalpino nello spazio di agibilità politica concesso dai partiti, in particolare dalla Democrazia Cristiana, doveva rivelarsi sterile.

Lo spazio politico per una confederazione autonomista c’era, ma restò sguarnito, oppure eterodiretto dai partiti italiani. In alcune zone si radicarono movimenti d’ispirazione esplicitamente federalista, come l’ASAR nel Trentino e il Movimento friulanista, o implicita, come il “Partito dei Contadini” piemontese (con il motto “Da Noi” e l’uso delle camicie verdi, che poi collaborerà con il Movimento Comunità di Adriano Olivetti). Nella stessa capitale morale si fecero sentire i partigiani dissidenti di “Milan ai Milanès”, che però furono subito etichettati come eversivi e messi fuori legge.

Un seme, che ha lasciato radici che non sono mai state del tutto recise, fu gettato dall’avvio, in contemporanea con l’avvento della nuova Repubblica, della “Federazione delle Genti Alpine”, fondata dal “Movimento autonomistico regionale trentino”, “Unione federalista liguria intemelia”, “Union valdôtaine”, “Movimento autonomistico tirolese”, “Lega dei comuni valtellinesi” e dal “Movimento popolare friulano”.

Roberto Gremmo

 

Approfondimenti:

Porata, Alessandro. "LA FEDERAZIONE DELLE GENTI ALPINE. BREVE ESPERIENZA DI UNA LEGA MONTANA TRA RIVENDICAZIONI AUTONOMISTE E ALLEANZE INTERREGIONALI", Università Cattolica del Sacro Cuore, XXIX ciclo, a.a. 2015/16, Milano, [http://hdl.handle.net/10280/19574]

“Padania separatista : in lotta contro Roma” - pubblicazione promossa dall’Associazione Gilberto Oneto con interventi di Ettore Beggiato, Elena Bianchini Braglia, Roberto Gremmo, Giovanni Polli, Gianfrancesco Ruggeri, Annalise Vian - Bologna : Leonardo Facco, 2020

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I pionieri cisalpini del federalismo” di Roberto Gremmo - pubblicato l’8 ottobre 2023

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I sette comuni cimbri e una riflessione su come sia facile perdersi

  • Autore: Piercesare Moreni - Lusaan/Lusiana, 3 luglio 2025

Dall'autonomista trentino Piercesare Moreni, uno dei promotori del nostro Forum 2043, una riflessione estiva che però ci ricorda che siamo immersi in un lungo inverno politico. Un'alba vista dagli altopiani cimbri, ai confini fra Trentino e Veneto, può ispirare la nostra resistenza. 

* * *

La Spettabile Reggenza dei Sette Comuni è nota sin dal 1259, inizialmente come Lega delle Sette Terre Sorelle. E' stata una nazione autonoma, fondata da immigrati giunti nel Medioevo, provenienti da territori che oggi corrispondono all'incirca all'odierna Baviera, allora poverissimi e minacciati da frequenti carestie. Gli immigrati popolarono sette comunità di quello che oggi è noto come Altopiano di Asiago, in cui si conservò, con il nome di "cimbro", la loro parlata germanica. I sette comuni sono Asiago (in cimbro Slege),  Lusiana (Lusaan), Enego (Genebe), Roana (Robaan), Rotzo (Rotz), Gallio (Gèl),  Foza (Vüsche).

La popolazione è stata per secoli unita e contraddistinta dalla propria lingua cimbra.

All'inizio del 1300 i Sette Comuni si federarono, dotandosi di quattordici reggenti (due per paese) mentre le decisioni di maggiore importanza venivano deliberate dalle riunioni dei capifamiglia. La Reggenza aveva proprie sedi diplomatiche a Venezia, Verona, Padova ed addirittura Vienna.

All'inizio del 1400 la federazione trovò un accordo con la Serenissima: i Sette Comuni si impegnarono a difendere i confini ed in cambio la Repubblica Veneziana accettò di rispettarne gli antichi statuti, usi e costumi. Questo accordo, rinvigorito da vicende belliche nelle quali gli altopianesi seppero distinguersi per coraggio e combattività, durò fino al 1807, quando i francesi distrussero cinque secoli di autogoverno della Repubblica di Venezia e dei territori ad essa collegati.

«Nel territorio dei Sette Comuni non esistono castelli di nobili, non esistono ville di Signori, né cattedrali di vescovi, per il semplice fatto che la terra è del popolo e i suoi frutti sono di tutti come ad uso antico», ha scritto Mario Rigoni Stern.

Il centralismo dello stato italiano sabaudo, la tragedia della Prima guerra mondiale e ancora di più il fascismo, hanno sostanzialmente estinto l'uso del cimbro nei Sette Comuni. Il cimbro è sopravvissuto oggi nella sola Luserna, una piccola comunità che era rimasta oltre il confine, nel Trentino limitrofo.

Al netto del piacere di raccontare questa bella storia e, speriamo, nel Vostro di leggerla, la stessa ci ha dato spunto per una considerazione: è possibile che una popolazione in soli duecento anni abbia smarrito identità linguistica, culturale e di costumi? Sì, è possibile che una storia di così radicato autogoverno sia andata persa nell'oblio nel volgere di poche generazioni.

E a noi, autonomisti della Repubblica Italiana e dell'Unione Europea, di ogni e da ogni regione provenienti, questa vicenda deve essere da monito a non dare per scontato il sistema autonomistico, per i pochi che già ne godono e per i molti che lo anelano: l'autonomia è fragile.

Tutti noi dobbiamo impegnarci a ricordare, sempre, come le nostre origini, il nostro passato, la storia delle diverse gentes sono il vero patrimonio, la vera ragione per proiettare i nostri sogni, i nostri progetti e le nostre aspirazioni nel futuro.

Non è nostalgia del "bel tempo che fu": è consapevolezza di ciò che siamo stati e di ciò che vorremmo essere. Quanto al presente, inutile fingere, è triste.

È triste a livello nazionale con un governo sempre più autoritario, sempre più centralista.

È triste a livello locale, dove anche in territori di grande tradizione autonomistica, si seguono sempre più frequentemente le mode "nazionali", con elezioni che vedono l'affermarsi dei partiti più antiautonomisti della storia politica italiana.

È triste a livello internazionale, con guerre e conflitti trattati e risolti (?) con logiche da film "Western", con un linguaggio e con atteggiamenti da guappo contro guappo. Dove i leader sono sempre più esempio di un sincretismo politico, ai nostri occhi incomprensibile. Incomprensibile come possano essere votati, perché le ragioni di lor signori ci sono ben chiare. E si affaccia, ormai prossima, una tecnodestra che professa il dominio della tecnologia sulla politica.

Rifugiarsi in una ur-autonomia non ci salverà, ma forse lo stare con le persone, sforzarci nel nostro quotidiano di introdurre elementi di discussione, di dubbio rispetto al conformismo devastante, aprirci al confronto evitando chiusure a riccio, essere accoglienti senza deflettere dai nostri principi democratici, forse ci consentirà di non sparire come la Spettabile Reggenza dei Sette Comuni.

 

Piercesare Moreni

I sette comuni cimbri e una riflessione su come sia facile perdere la propria autonomia

Lusaan/Lusiana , giovedì 3 luglio 2025, San Tommaso apostolo


Approfondimenti

https://www.istitutocimbro.it/

https://it.wikipedia.org/wiki/Altopiano_dei_Sette_Comuni

https://it.wikipedia.org/wiki/Federazione_dei_Sette_Comuni

 

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Il centralismo paralizza, soffoca e infine uccide

  • Autore: Una pagina memorabile di Alexis de Tocqueville - Brandizzo, Caivano e Chivasso, 1 settembre 2023

Mentre la Repubblica delle Autonomie è in lutto per gli operai ferroviari di Brandizzo, che non esitiamo a chiamare vittime del centralismo, e osserviamo con tristezza che per "bonificare" una borgata distrutta dal centralismo, Caivano, si è invocata la passerella dei vertici del governo centrale e centralista, abbiamo voluto questo piccolo ma emblematico testo sul Forum 2043, che è come un interludio. Se arrivati fin qui abbiamo cominciato a capire, come lo capì Tocqueville all'alba della modernità industriale, che la vita umana, per restare tale, deve continuare a essere fondata sulla responsabilità dell'autogoverno al più basso livello possibile, allora vale la pena andare avanti, per salvare la nostra dignità umana, non solo la vita materiale e l'integrità del creato. Altrimenti, immaginatevi la peggior distopia e, siatene certi, ve la daranno. O territorialismo, o barbarie.

 

"Cosa mi importa, dopotutto, che vi sia un'autorità sempre pronta, che veglia a che i miei piaceri siano tranquilli, che vola davanti a me per allontanare i pericoli dal mio cammino, senza che io abbia bisogno di pensare a tutto questo; se questa autorità, nel tempo stesso che allontana le più piccole spine sul mio passaggio, è padrona assoluta della mia libertà e della mia vita; se monopolizza il movimento e l'esistenza al punto che quando essa languisce, languisce tutto intorno a lei, che tutto dorme, quando essa dorme, che tutto perisce quando essa muore? Vi sono in Europa certe nazioni in cui l'abitante si considera come una specie di colono indifferente al destino del luogo in cui abita. I più grandi cambiamenti sopravvengono nel suo paese senza il suo concorso; egli non sa precisamente quel che è successo e ne dubita, poiché ha inteso parlare dell'avvenimento per caso. Non solo, ma il patrimonio del suo villaggio, la pulizia della sua strada, la sorte della sua chiesa e della sua parrocchia, non lo toccano affatto; egli pensa che tutte queste cose non lo riguardano in alcun modo, perché appartengono ad un estraneo potente, che si chiama il governo. Quanto a lui, non è che l'usufruttuario di questi beni, senza spirito di proprietà e senza idee di miglioramento. Questo disinteresse di se stesso si spinge tanto in là che se la sua sicurezza o quella dei suoi figli è compromessa, invece di cercare di allontanare il pericolo, egli incrocia le braccia per attendere che l'intera nazione venga in suo aiuto. Quest'uomo, del resto, benché abbia sacrificato completamente il suo libero arbitrio, non ama l'obbedienza più degli altri; si sottomette, è vero, al beneplacito di un impiegato, ma si compiace di sfidare la legge, come un nemico vinto, quando la forza si ritira. Così oscilla senza tregua fra la servitù e la licenza."

(fonte: Alexis de Toqueville, De la Démocratie en Amérique, Parigi, 1835-40. Edizione italiana: La democrazia in America, Rizzoli, Brescia,
1995, pp.96-97)

 - - - - - - -

A cura del gruppo di studio che coordina il Forum 2043 - Brandizzo, Caivano e Chivasso, 1 settembre 2043

L'immagine del "centralismo burocratico" di corredo a questa pagina è tratta da https://jovencuba.com/

 

Il potere che incide sulla vita

  • Autore: Pierluigi Piccini - Siena - Firenze, 20 gennaio 2026, San Sebastiano

A margine di un seminario dei civismi e degli appassionati di autonomie personali, sociali, territoriali, tenutosi a Poggibonsi il 17 gennaio 2026, promosso da OraToscana e da Toscana Civica, sul cruciale tema dell'astensionismo e sulla necessità di manutere le nostre democrazie locali, Pierluigi Piccini ci ha inviato una riflessione su come il potere che incide davvero sulle nostre vite quotidiane si sia allontanato dalle istituzioni che ci rappresentano e si sia spostato nel controllo di flussi materiali e immateriali. L'astensionismo e i problemi della democrazia richiedono quindi, agli eredi dei valori della Carta di Chivasso e agli attivisti delle democrazie locali, un supplemento di studio, consapevolezza, impegno. Siamo con realismo manutentori della qualità democratica delle nostre regole elettorali, politiche, istituzionali, ma dobbiamo attrezzarci per cambiamenti ben più profondi. Lo stesso Piccini suggerisce nelle sue righe i titoli di alcune letture cruciali, per coloro che vogliono davvero intraprendere con competenza il cammino del buongoverno.

Il potere che incide sulla vita quotidiana non risiede principalmente nelle sedi rappresentative.

La crisi della democrazia si manifesta oggi in modo evidente nell’astensionismo. Non è semplice disinteresse né rifiuto della politica in sé, ma la percezione diffusa che le decisioni reali vengano prese altrove. Si partecipa meno perché si decide meno. Il nodo non è chi governa, ma su cosa si governa. È la frattura tra decisione e vita concreta che svuota l’azione politica (Hannah Arendt, Vita activa).

Il potere che incide sulla vita quotidiana non risiede più principalmente nelle sedi rappresentative, ma nei flussi materiali che attraversano i territori: energia, acqua, rifiuti, suolo, mobilità, lavoro, dati. Sono questi flussi a determinare condizioni concrete, opportunità e disuguaglianze. Il governo si esercita sempre più attraverso dispositivi, infrastrutture e regolazioni dei processi, non attraverso il comando diretto (Michel Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione). Quando questi flussi sfuggono al controllo pubblico, la democrazia resta formalmente in piedi ma perde sostanza.

In questo quadro i dati diventano una questione politica centrale. I dati che descrivono i flussi non sono neutri, ma non appartengono a una parte. Non sono patrimonio della maggioranza né strumento dell’opposizione. Sono infrastruttura di governo. Senza dati accessibili, verificabili e condivisi, la politica è cieca e quindi subordinata. La produzione dei dati, il modo in cui vengono organizzati e utilizzati, può rafforzare o indebolire la capacità di decisione collettiva (James C. Scott, Seeing Like a State).

La socializzazione dei dati non è trasparenza rituale né partecipazione di facciata. È una scelta di potere. Significa rendere un territorio capace di leggere se stesso, di valutare alternative, di misurare conseguenze. In una fase storica in cui i dati tendono a concentrarsi e a essere privatizzati, il loro governo pubblico diventa una condizione della democrazia (Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza). È una partita complessa, che richiede tempo, competenze e infrastrutture, ma è una partita che va giocata e che ha già iniziato a essere impostata.

La cultura, in questo ragionamento, non è un’aggiunta alla politica né un ambito separato. È ciò che rende possibile il passaggio dai flussi ai giudizi, dai dati alle decisioni. Senza cultura, i dati restano materia tecnica; con la cultura diventano spazio di confronto democratico. Eventi, mostre, festival e pratiche culturali costruiscono socialità, immaginario, appartenenza: è così che una comunità prende forma. Ma è nello stesso spazio che la cultura compie il suo gesto politico decisivo, quando rende leggibili i processi, mette in comune il sapere, trasforma l’esperienza in capacità di giudizio (Ivan Illich, La convivialità).

Un primo esempio concreto è il teleriscaldamento pubblico. Non è solo un servizio energetico, ma un’infrastruttura sociale. Il calore distribuito in modo uniforme alle famiglie produce sicurezza, stabilità, riduzione delle disuguaglianze. Questo è possibile solo perché il flusso energetico è conosciuto, misurato e governato. Qui un bene essenziale viene organizzato come risorsa condivisa attraverso regole e responsabilità collettive (Pierre Dardot – Christian Laval, Del comune, o della rivoluzione nel XXI secolo).

Un secondo esempio è l’economia circolare legata alla trasformazione del riccio della castagna in bioplastica. In questo caso i dati riguardano l’intera filiera: disponibilità dello scarto, processi di trattamento, resa dei materiali, impatti ambientali, valore che resta sul territorio. Senza questa conoscenza condivisa, l’economia circolare resta uno slogan. Con essa diventa una scelta politica concreta, che riancora produzione e lavoro alla società e al territorio (Karl Polanyi, La grande trasformazione).

Questi esempi mostrano che la democrazia non si rigenera per nostalgia né per moltiplicazione delle procedure. Non esiste un ritorno possibile alla sovranità novecentesca. La politica deve tornare a misurarsi con i vincoli materiali e territoriali, non con astrazioni universali (Bruno Latour, Dove atterrare).

Un territorio che non controlla i propri dati è strutturalmente dipendente: da consulenze esterne, da interessi privati, da narrazioni che sostituiscono l’analisi. Un territorio che invece organizza e socializza i propri dati, e costruisce gli strumenti culturali per interpretarli, sviluppa una sovranità pratica: la capacità di scegliere entro vincoli reali.

La posta in gioco non è la trasparenza, ma la decisione. Socializzare i dati e costruire cultura attorno ad essi significa restituire alla politica locale una funzione reale: governare i flussi che rendono possibile la vita quotidiana. Tutto il resto viene dopo.

Il potere che incide sulla vita - Pierluigi Piccini per il Forum 2043 - Siena-Firenze, 20 gennaio 2026, San Sebastiano

 

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La deuxième gauche

  • Autore: Ione Orsini e Mauro Vaiani - Vecchiano e Prato, 20 gennaio 2024, San Sebastiano

Coloroche seguono il nostro Forum 2043sono impegnati a prepararsi per leelezioni europeedel 9 giugno 2024insieme alla nostra famiglia politicaALE-EFA e al patto Autonomie e Ambiente.Crediamo che possa essere d’ispirazione questo riconoscimento a una delle sorgenti culturali, una delle diversità che contribuisce alla nostra sorellanza di diversità. Grazie a Ione Orsini e a Mauro Vaiani per questo omaggio a una sinistra socialista autonomista e libertaria di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno oggi come ieri, in questo tempo dove vecchie e nuove forme di centralismo autoritario sono più scatenate che mai.

La deuxième gauche

Un omaggio all’umanesimo socialista e autonomista di Michel Rocard

di Ione Orsini e Mauro Vaiani*

Vecchiano e Prato, 20 gennaio 2024, San Sebastiano

"... la Deuxième gauche, décentralisatrice, régionaliste,
héritière de la tradition autogestionnaire,
qui prend en compte les démarches participatives des citoyens,
en opposition à une Première gauche,
jacobine, centralisatrice et étatique."

Michel Rocard, Congrès de Nantes du PS, 1977

 

L’espressione "Deuxième gauche" si diffuse nell’ultimo quarto del XX secolo per segnalare, proprio dalla Francia (l’Hexagone, lo stato centralista per antonomasia, forgiatodai giacobini),alle forze progressiste di tutto il mondo, che è possibile un umanesimo socialista e autonomista, una sinistra amica delle autonomie personali, sociali e territoriali. “Seconda sinistra”, in contrapposizione alla “prima”, centralista e autoritaria, voleva dire “altra”, ma non necessariamente “nuova”, poiché una sinistra antitotalitaria, anticentralista, antiautoritaria, è esistita dai tempi della Gironda, di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), della primavera libertaria che attraversò la Spagna e soprattutto la Catalogna prima della reazione franchista alla fine degli anni Trenta del secolo scorso.

In tempi più vicini a noi, una “seconda sinistra” è stata necessaria per distinguersi dalla imbarazzante subalternità dei comunisti europei nei confronti del PCUS, ma anche in contrapposizione al bellicismo e al neocolonialismo di tante sinistre centraliste (basti ricordare la SFIO di Guy Mollet, forza della "prima sinistra", al potere nel 1956, che s’impantanò nell’atroce guerra d’Algeria).

Della “seconda sinistra” divenne un portavoce chiave Michel Rocard quando, nel congresso dei socialisti francesi del 1977 a Nantes, chiese al suo partito di abbracciare il regionalismo e l’autonomismo, recidendo una volta per tutte ogni commistione con il settarismo, l’estremismo, l’elitismo autoritario (quello marxista e leninista, ma non solo).

Michel Rocard (1930-2016) era stato sin da giovane un socialista riformista, autonomista, libertario, impegnato nel piccolo ma vivace e plurale Partito Socialista Unificato (PSU), una formazione che dava spazio a molte diversità: laici di sinistra, cattolici cristiano-sociali, ex-comunisti anti-stalinisti, socialisti riformisti che rifiutavano la repressione in Algeria, persone di origine trotskista e altri socialisti con radici anarchiche e libertarie.

La forza e l’originalità del suo pensiero si manifesta nel rapporto "Décoloniser la province" (decolonizzare la provincia) del 1966. Il documento era sulla scia di una lunga tradizione intellettuale anticentralista francese. Riecheggia l’opera di Jean-françois Gravier, Paris et le désert français (Parigi e il deserto francese) del 1947, che a suo tempo aveva fatto molto rumore. Si riconnette alla corrente girondina, che era stata spazzata via dal terrore giacobino nella Révolution française.

Il rapporto analizza lo squilibrio fra Parigi e le province francesi e vede in esso un “tratto coloniale”. Rocard formula un pensiero a noi familiare: "La clé du développement c'est la décision." (la chiave dello sviluppo è la [capacità di] decidere), che equivale a credere che senza potere politico locale di autodeterminazione, i territori non riescono a svilupparsi e prosperare.

Il testo diventò strumento di lotta politica contro quei socialisti e comunisti che si attardavano su posizioni centraliste (e, rispetto ai territori francesi d’oltremare, indulgevano in posizioni neocolonialiste, magari mascherate da “mission civilisatrice “, da parte della patria della Déclaration des droits de l'homme et du citoyen de 1789, una posizione che purtroppo è ancora oggi dominante in sinistre centraliste come quella di Jean-Luc Mélenchon).

Partì da quel rapporto un movimento culturale prima ancora che politico, che ispirerà le future, sia pure timide, riforme decentraliste in Francia, che condussero all’istituzione delle regioni. Se i dipartimenti e la stessa figura dei prefetti sono in discussione in Francia, come in Italia, è merito anche di quel coraggioso e lungimirante documento.

Per Michel Rocard era naturale che il socialismo implicasse autonomie personali, sociali, territoriali, uno sviluppo democratico necessario per ridurre il potere di pochi su molti. Questo socialismo per le autonomie non era solo francese. Influenzava tutta la sua generazione, i leader socialisti di cui era amico sin da giovane, grazie alle fitte relazioni internazionali del socialismo: Bettino Craxi, Willy Brandt, a Felipe González, Mário Soares, Andreas Papandreou, Salvador Allende.

Quando il socialismo francese si riunì in un partito più ampio, quello che poi sarà guidato da François Mitterrand, la “deuxième gauche” diventò una corrente importante ma purtroppo non dominante. Tuttavia Michel Rocard continuò il suo impegno, con battaglie concrete e di successo per la decolonizzazione della Nuova Caledonia, per l’autonomia della Corsica, per il regionalismo, per un’Europa unita ma fondata sulla sussidiarietà, per i redditi minimi d’inserimento, per servizi sociali diffusi.

Michel Rocard avrebbe potuto fare molto di più per smontare lo stato giacobino, se non ci fosse stata l’ingombrante e conservatrice influenza di François Mitterrand, che nelle elezioni europee del 1994, per ridimensionare il socialismo autonomista di Rocard, arrivò a sostenere la lista liberal-radicale di Bernard Tapie.

Una volta eletto nel Parlamento europeo, Rocard, continuò a impegnarsi sui temi sociali, per i giovani, per la libertà d’informazione. Fu rieletto anche nel 1999 e nel 2004.

Verso la fine del suo lungo servizio pubblico, nel 2009 Rocard fu nominato ambasciatore della Francia nei grandi negoziati internazionali per la tutela dei poli dell’Artico e dell’Antardide. In questi ultimi anni s’impegnò molto per la tutela dell’ambiente e per il futuro del pianeta, ma anche per criticare gli eccessi neoliberisti che stavano rendendo l’Unione Europea e il mercato unico un ambiente ostile per le piccole e medie imprese, per i ceti medi, per le nuove generazioni (fra l’altro, si oppose alla direttiva dell'Unione Europea 2006/123/CE, la famigerata “Direttiva Bolkestein”, approvata ed emanata nel 2006, così chiamata dal nome di Frits Bolkestein, uno dei membri della Commissione europea guidata da Romano Prodi, che ne fu il propugnatore).

Anche dopo la scomparsa di Michel Rocard, il 2 luglio 2016, gli ideali della “deuxième gauche” continuano a vivere, influenzando il mondo sindacale, le associazioni civiche, le organizzazioni ecologiste, gli autonomisti delle regioni e dei territori, non solo in Francia.

Rocard volle essere seppellito a Monticello in Corsica, il borgo che era stato caro anche al “babbo” della nazione corsa, Pasquale Paoli, tanto era l’amore che aveva conservato per quella piccola màtria che aspira, come è diritto di ogni territorio, al pieno autogoverno.

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Fonti e inviti all’approfondimento

- https://michelrocard.org/ (progetto di valorizzazione del lavoro politico e culturale di Michel Rocard gestito in collaborazione con la Fondation Jean-Jaurès)

- https://michelrocard.org/app/photopro.sk/rocard/publi?docid=357232#sessionhistory-ready (Décoloniser la province)

- https://www.lemonde.fr/archives/article/1966/12/20/le-socialisme-doit-avoir-priorite-sur-le-regionalisme-estime-m-michel-rocard-qui-demande-d-autre-part-la-suppression-de-l-institution-prefectorale_2684365_1819218.html

- https://it.euronews.com/2016/07/02/e-morto-michel-rocard-ex-premier-francese-sotto-mitterrand-aveva-85-anni

- https://www.rivistailmulino.it/a/michel-rocard (Michele Marchi)

- https://fr.wikipedia.org/wiki/Deuxi%C3%A8me_gauche

- https://fr.wikipedia.org/wiki/Michel_Rocard

- https://it.wikipedia.org/wiki/Michel_Rocard

- https://www.toupie.org/Dictionnaire/Deuxieme_gauche.htm

- https://www.cairn.info/revue-le-debat-2019-1-page-182.htm

- https://it.wikipedia.org/wiki/Bettino_Craxi

- https://france3-regions.francetvinfo.fr/corse/corse-retour-sur-le-discours-de-michel-rocard-en-avril-1989-a-l-assemblee-nationale-2524200.html

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* Ione Orsini, attivista socialista civica e autonomista, è comoderatrice di OraToscana (insieme a Cristiano Pennesi, comoderatore). Mauro Vaiani è, oltre che coordinatore della segreteria interterritoriale di Autonomie e Ambiente, il garante di OraToscana.

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Le màtrie di un’altra Italia

  • Autore: Massimo Angelini (Edizioni Temposospeso) - dal Minceto di Ronco Scrivia, 1 gennaio 2024, Capodanno e Giornata internazionale della pace

Passata l’importante ricorrenza degli 80 anni della Carta di Chivasso, abbiamo deciso di aprire l’anno 2024 rilanciando la mappa delle màtrie, realizzata dalle edizioni Temposospeso, a cura dello studioso territorialista Massimo Angelini. E’ la carta di un’altra Italia, che rappresenta la ricchezza delle diversità e biodiversità delle nostre regioni storiche, comunità culturali, terre identitarie, piccole patrie anzi, appunto, màtrie. La carta è giunta alla sua seconda edizione, ma resta aperta al contributo di tutti, studiosi, attivisti, amministratori locali. Contributo che non può mancare da parte di coloro che condividono con il nostro Forum 2043 la sfida dell’incontro e della collaborazione tra civismo, ambientalismo, bioregionalismo, storici autonomismi, territorialismi contemporanei, impegnati per il bene delle generazioni future.

La carta delle màtrie di un’altra Italia

(tratto dalla premessa alla guida della seconda edizione, edizioni Temposospeso, Minceto di Ronco Scrivia, 2023)

C’è un’Italia che la geografia politica e amministrativa ignora, un’Italia di piccole patrie, anzi màtrie (come la lingua-madre e la terra-madre), sub-regioni, terre identitarie, bioregioni, case comuni, nicchie linguistiche, luoghi omogenei per ambiente o per storia o per cultura, talvolta grandi come piccole regioni, talvolta piccole come lo spazio che lo sguardo può abbracciare da un campanile; c’è un’Italia dove prossimità e vicinato forse vogliono dire qualcosa e il locale è un portato di cultura quando, però, non degrada nel localismo, in uno spazio meschino di paura e chiusura, in uno spazio di autocompiacimento attraverso la costruzione dell’altro, il foresto, l’estraneo, lo straniero; c’è un’Italia fatta di molte terre, più grandi dei singoli comuni, meno dei territori amministrativi, multicolore come l’abito di Arlecchino, dove, però, nessun rombo è uguale agli altri; un’Italia che molti conoscono ma che forse per la prima volta qui viene rappresentata. Un’Italia composta di terre, di màtrie definite nel tempo per ragioni di omogeneità ambientale, per questioni di storia politica laica o ecclesiastica (le diocesi), intorno alla diffusione di una lingua locale o di una sua declinazione, separate da fiumi o dislivelli, o da coste e crinali o da altri confini meno visibili, meno reali, eppure veri per l’incidenza che hanno avuto nella vita delle persone e nella costruzione degli immaginari locali.

Anche questa seconda edizione è inevitabilmente incompleta e approssimativa, con numerose informazioni da rivedere, imprecisioni da correggere; ma è anche un’occasione per iniziare una riflessione su quei territori che in qualche misura definiscono un’appartenenza locale per ambiente, immaginario, lingua, abitazione, desiderio (jus cordis, questo è ciò che dovrebbe bastare per essere o diventare nativi di un luogo: né jus sanguinis, né jus soli, solo jus cordis), e permettono ai membri di una collettività di dire ‘io vengo da…’, ‘io vivo in…’; è una edizione per la quale mi aspetto critiche costruttive, osservazioni, proposte di integrazione, inclusione, modifica. Insomma, lettrice o lettore, ti chiederei di non affliggermi per le imprecisioni che certamente troverai, ma di scrivermi i

tuoi suggerimenti (qui: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), così, in prospettiva di una prossima edizione, gli errori li correggeremo insieme.

L’idea viene da lontano, dai primi anni 1980, quando, attraverso la rivista Etnie, avevo trovato una carta ‘Aproximació a l’Europa de les Nacions’, realizzata dal Centre Internacional Escarré per a les Minories Ètniques i les Nacions (CIEMEN) di Barcellona – che aveva intercettato la mia attenzione, richiamandomi su un altro modo di pensare l’Europa e, più in generale, di suddividere lo spazio geografico al di qua dei sistemi ufficiali di ordinamento. Questa idea, da adattare su altri criteri all’Italia, l’ho accarezzata più volte fino a decidere – durante la clausura del 2020 – di darle una forma definita, placando nello stesso tempo una spiccata propensione alla pignoleria. Sì, perché ne serve tanta, di pignoleria, per collocare e scontornare i 7.982 comuni che compongono l’Italia e disegnare oltre 500 partizioni territoriali (per la precisione, 581).

La definizione territoriale è stata fatta in minima parte sulla base delle mie conoscenze, un po’ sulle indicazioni ricevute da corrispondenti degni di fiducia, soprattutto sui dati rilevati attraverso l’Enciclopedia Treccani, Wikipedia e altri siti; ed è stata ottenuta usando come unità di aggregazione i confini dei singoli comuni, sia quelli interamente coinvolti nella definizione di una terra, sia quelli per i quali è interessata solo una parte, la prevalente, del territorio municipale. Per alcune aree d’Italia ho proposto una suddivisione più dettagliata, per altre meno: questo dipende solo dalla quantità di dati raccolti e conferma il carattere sempre perfettibile di questo lavoro . C’è ancora da osservare che la maggior parte delle suddivisioni territoriali messe in evidenza rientra nella categoria delle terre identitarie, delle màtrie o come altrimenti piaccia chiamarle, ma alcune sono solo circoscrizioni amministrative (come lo sono, per esempio, certe ‘unioni di comuni’) o nascono da una politica promozionale e turistica (così le varie coste e riviere, ancora per suggerire un esempio) oppure sono espressione di una matrice socio-urbanistica che esula dai riflessi identitari (penso alle conurbazioni, alle cinture e ai retroterra urbani), e queste ultime categorie – amministrative, promozionali, urbanistiche – le ho aggiunte solo dove non ho trovato traccia di terre identitarie per il piacere di campire l’intera Repubblica senza lasciare spazi vuoti.

Massimo Angelini
scritto nel Minceto di Ronco Scrivia
pubblicato sul Forum 2043 a Capodanno
Giornata internazionale della Pace, 1 gennaio 2024

2024 01 01 dettaglio territori Italia centrale dalla carta Matrie

Per conoscere Massimo Angelini

E’ nato a Genova e vive con Esther Weber nel Minceto di Ronco Scrivia, sui monti del capoluogo ligure. Ha scritto e pubblicato su storia delle mentalità, formazione delle comunità locali, tradizione rurale, cultura della biodiversità, antropologia filosofica. Ha fondato e coordinato l’associazione Consorziodella Quarantina per la terra e la cultura rurale e la Rete Semi Rurali. Cura ogni anno gli almanacchi rurali Il Bugiardino e Il Miraluna: il primo destinato alle terre liguri, il secondo al resto d’Italia. Ha diretto la casa editrice Pentàgora dal 2012 al 2022. Nel 2023 con Esther ha fatto nascere la casa editrice Temposospeso.

Oggi è conservatore dell’Istituto Mazziniano di Genova.

Si definisce di “pochi rimorsi e pochi rimpianti”, curioso di quello che riserva il tempo che resta.

Fra le persone a cui deve molto, ricorda Pavel A. Florenskij, Ivan Illich, Christos Yannaras, James Hillman, Marko Rupnik, Jean-Claude Michéa.

Per conoscere la sua avventura intellettuale come moderno territorialista e non solo: http://www.massimoangelini.it/.

 

2024 01 01 particolare trinita Rublev

Un augurio d’inizio anno dal Forum 2043

Il 2024 sarà un anno cruciale per studiosi, attivisti, amministratori locali che seguono il nostro Forum 2043, per il nostro impegno di unire le diversità per promuovere una società fondata sulle autonomie personali, sociali, territoriali, quindi veramente umana. Ci sono le europee, che vivremo insieme alla nostra famiglia politica EFA e al patto Autonomie e Ambiente. Ci saranno elezioni in diverse regioni. Siamo attesi, prova ancora più impegnativa, all’impegno per il rinnovo di migliaia di amministrazioni comunali, nelle quali c’è sempre più bisogno del nostro patrimonio di civismo, ambientalismo, storico autonomismo, moderno territorialismo. Ci impegneremo perché il Forum 2043 sia fonte di ispirazione e formazione per tutti coloro che ci vorranno provare sul serio, a lanciare un messaggio chiaro, di speranza e di pace, alle generazioni future: o l’autogoverno al più basso livello possibile, oppure la rassegnazione a essere sudditi in una società percorsa da centralismi (tecnologici, economici, militari, politici) sempre più autoritari. In poche parole: o decentralismo, o servitù.

Il gruppo di studio che coordina il Forum 2043
Prato, 1 gennaio 2024, Capodanno – Santa Maria Madre di Dio

 

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Le parole vive di Chivasso

Salvate nelle vostre agende l'invito a questo seminario pubblico, promosso dal Forum 2043, per sabato 11 marzo 2023, dalle ore 16 (attenzione, l'orario d'inizio è stato aggiornato):

PAROLE VIVE
PER LE AUTONOMIE E L'AMBIENTE

Lettura pubblica della Carta di Chivasso e testimonianze su ciò che essa tramanda ancora oggi di essenziale a chi vuole difendere l’acqua, la terra, la salute, le autonomie personali, sociali, territoriali, per le nostre comunità locali e per le generazioni future

Sarà con noi Massimo Moretuzzo (Patto per l’Autonomia Friuli – Venezia Giulia), insieme con attivisti e intellettuali del civismo, dell'ambientalismo, dell'autonomismo impegnati in ogni territorio per la Repubblica delle Autonomie.

Prenotazioni d’intervento sul canale Telegram del Forum 2043: https://t.me/Forum2043

Per restare aggiornati sull'evento:

https://www.facebook.com/events/502898198487883/

Informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Con questa iniziativa, avviamo un percorso che ci accompagnerà tutto questo anno 2023, che è l'anno dell'80° anniversario della Carta di Chivasso del 19 dicembre 1943. Per arrivare preparati all'evento, segnaliamo alcuni video realizzati tre anni fa dalla webtivù della forza sorella Union Valdôtaine in occasione del 77° anniversario della Carta di Chivasso: